È Dante il volto nascosto nel ritratto di Sandro Botticelli???

di Giuliana Poli |

Sandro Botticelli realizzò 92 disegni per la edizione della commedia pubblicata nel 1481 da Niccolò della Magna con il commento di Cristoforo Landino. Tra i disegni c’è il famoso ritratto di Dante che viene raffigurato dal colore rossiccio, con il naso aquilino, con una veste rossa e la corona di alloro.

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Botticelli riprende l’idea di Dante probabilmente dal Boccaccio nel suo Trattatello in Laude di Dante, il quale scrive:

Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo, e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona (essendo già divulgata per tutto la fama delle sue opere, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne) che, passando egli davanti ad una porta, dove più donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse a l’altre: «Donne, vedete colui che va ne l’inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che là giù sono!». Alla quale semplicemente una dell’altre rispose: «In verità egli dee così essere: non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummoche è là giù?». Di che Dante, perché da pura credenza venir lo sentia, sorridendo passò avanti.

Dante viene descritto anche come una figura spossata fisicamente, mangiava pochissimo e forse soffriva di disturbi che lo facevano svenire. Anche all’interno della Commedia, egli sviene spesso.

Nell’antichità la dimensione del naso è sempre stata molto importante. Pensiamo a Ovidio, il quale scrisse nelle sue Matamorfosi: “Balzano gli uomini in piedi per un accesso di follia o di terrore; e per primo Medonte inizia a farsi nero, lungo il corpo e a incurvarsi: a vista d’occhio la spina dorsale gli s’inarcava. E Licabas gli dice: “In quale mostro ti stai mutando?”, ma mentre parla la bocca gli si allarga, il naso gli si incurva e la pelle indurita gli si copre di squame.” E ancora Catullo nel suo invito a cena (carme 13): “Ricambierò con sentimento vero e con una finezza deliziosa, che alla mia ragazza hanno donato Amore e Bramosia, che se lo fiuti pregherai gli Dei di farti diventare tutto naso”. E ancora dal libro Della natura degli dei: libri tre, 1836, Marcus Tullius Cicerone che disquisendo sulla natura degli dei così descrive il loro viso: “Di sopra sono coverti dalle ciglia, schermo al sudore del capo e della fronte, di sotto hanno a difesa le sottoposte guance, che lievemente sporgono in fuori: il naso anch’egli è locato di guisa che sembra muro tra gli occhi interposto.”

Gli antichi avevano un’avversione per il naso piccolo, essi apprezzavano i nasi aquilini, che Platone nominava il naso reale. Con queste forme Eliano descrisse quello di Aspasia, e Filostrato rappresentò pure quello di Achille e di Paride. Secondo Plutarco, non era dissimile il naso di Ciro, e per questa cagione i Persiani amavano i nasi con quella conformazione. Anche le dee nei tempi arcaici erano raffigurate con il naso ed il mento allungato, vedi la Regina di Sirolo, uno dei casi di discendenza matrilineare in cui la Regina aveva sia il potere politico che spirituale, la quale viene ritratta come una Artemide. Lei e le altre due figure che le sono davanti hanno il naso aquilino mentre le altre figure no in quanto non facenti parte delle deità.

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Con il tempo il naso considerato bello divenne sempre evidente ma dritto e squadrato rispetto la fronte. Come non dimenticare la bellezza di Cleopatra che aveva comunque “il nasone”? Pensiamo anche ai ritratti del Rinascimento, per esempio quello di Federico da Montefeltro, ai grandi personaggi che si facevano ritrarre di profilo, proprio per evidenziarne il naso.

Se confrontiamo il ritratto di Sandro Botticelli con quello di Giotto, i due aspetti sono molto diversi. Da notare che nei quadri di Giotto, il Poeta aveva un altro aspetto: nobile, senza barba, quasi femmineo e con un naso leggermente lungo ma non aquilino.

Analizzando l’opera attraverso livelli più profondi che entrano dentro il quadro, c’è la firma dell’autore: SB la sua firma di arte poiché il suo vero nome era Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi. La data è successiva a quella che la critica dichiara: 1505 invece che 1481. All’interno ci sono tanti volti di un uomo barbuto dal naso grifano.

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Appare un uomo scarno, dagli occhi grandi, con una “francetta”. E’ il vero volto di Dante questa figura nascosta dal Botticelli? E se fosse così, come mai Botticelli non lo ritrae allo stesso modo dell’immagine nascosta? Per quale motivo quella tipologia di volto doveva essere celata?

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Botticelli molto probabilmente non ritrae il Poeta, non ne mette in risalto l’aspetto fisico, ma quello simbolico, la sua immagine quindi è un archetipo sapienziale. Il Botticelli lo dipinge completamente vestito di rosso. Il dettaglio del suo capo è molto importante in quanto ha la cuffia bianca, il cappello rosso e l’alloro che gli circonda la testa è verde, per cui si ricreano i colori di Beatrice.

Nel canto XXX Canto del Purgatorio appare: “Coperta da un velo bianco, su cui è posta una corona di ulivo, indossa un abito rosso e un mantello verde. (…)

La figura di Beatrice nei versi 121-126 del XXIX Canto del Purgatorio, Dante la anticipa attraverso tre figure di donna, aventi ciascuna i colori di Lei.

(…) donne venivano danzando in cerchio accanto alla ruota destra; una era rossa, a tal punto che si sarebbe a malapena notata dentro il fuoco…

la seconda aveva le carni e le ossa che sembravano smeraldo verde; la terza sembrava neve appena caduta dal cielo

e ora sembravano guidate dalla danza della bianca, ora dalla rossa; e dal canto di quest’ultima le altre assumevano ritmo di danza lenta o veloce (…)

La Una e la trina attraverso i colori della trasformazione alchemica che poi sono quelli dell’Aurora: bianco, rosso e verde. Beatrice, il cui nome deriva da Beatrix, basato su beatricem (“colei che rende felici”, “colei che dà beatitudine”), a sua volta da beatus (“beato”, a cui il nome viene talvolta direttamente ricondotto), è il Sole di grazia ed è il principio del fuoco di Amore che precede ogni forma d’iniziazione che inizia sempre all’Equinozio di Primavera. Ecco perché la veste del poeta è rossa.   Il tre è la sintesi, il ritorno del multiplo all’unità assoluta, lo Yod. La Y Botticelli la nasconde nella forma della cuffia color bianco e se giriamo l’immagine ne deriva una A. YA è il nome di Dio che significa Iodio, Sale, l’Intelligenza suprema.  La Y è anche il segno della vittoria del Sole, dell’Intelletto di amore operoso che è pura emanazione di Dio. Il naso aquilino molto evidente rappresenta quindi ’incarnazione delle donne aquile. Esse rappresentavano la grazia erotica e l’Intelligenza divina della Monade. Per questo i nobili che si facevano ritrarre con il naso uguale alla matrice, si sentivano di esserne parte, discendenti dell’Intelligenza suprema.

 

Giuliana Poli è giornalista, ricercatrice di antropologia culturale, scrittrice di Tradizione, scrittrice di monografie e testi su opere d’Arte, analista ed esperta d’iconografia ed iconologia di opere d’arte. Analisi semantica del linguaggio dell’Arte e della parola.