Dante, San Francesco e San Tommaso

di Valerio De Luca | Libri
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È uscita da pochi giorni la seconda edizione – riveduta e ampliata – del saggio di Aldo Onorati “San Francesco e san Tommaso visti da Dante: una rivisitazione problematica”, Società Editrice Dante Alighieri (pp. 88, Euro 8,00), prefazione di Massimo Desideri e introduzione di Fabio Pierangeli.

Perché torniamo su questo libro? Perché la seconda parte, quella riguardante i rapporti di pensiero fra Tommaso D’Aquino e Dante, presenta delle importanti varianti e un’aggiunta fondamentale. Dunque, riprendiamo le fila del discorso. Il problema secolare se è possibile arrivare a comprendere il mistero di Dio con la sola ragione o con l’aiuto della fede, ha visto alternarsi due correnti filosofico-teologiche: quella che dava la prevalenza alla speculazione e l’altra che puntava sulla sola fede. Una terza si formò nella vivace diatriba sostanziale nella Scolastica: entrambe le vie portano a Dio, specie quando esse si sostengono a vicenda.

E’ stato detto che Dante accetta questa terza possibilità, poiché egli ammira Sigieri di Brabante e san Tommaso, ma lo studio di Onorati dimostra, coi dati alla mano e le citazioni continue dalla “Commedia”, come l’Alighieri ponga in primo piano la fede, prediligendo su tutti il misticismo francescano, in specie l’ Itinerarium mentis in Deum di san Bonaventura da Bagnoregio.

Onorati cita passi dal Poema Sacro e “interpreta” le allegorie (e le figure allegoriche) della “Commedia”, in primis Virgilio che è l’emblema della ragione (ma il Poeta latino nel Medioevo era considerato anche un profeta), la quale serve a risvegliare Dante dal torpore del peccato, ma essa non basta per portarlo in Paradiso.

Nei canti XIX e seguenti del Purgatoriocompare sul cammino della salvezza Stazio, che rappresenta la fede: come dire che la ragione da sola non può giungere al Paradiso Terrestre, nel quale, però, non entrano i due autori dell’antica Roma, perché appare Beatrice dopo la comparsa di Matelda guardiana dell’Eden. Insomma, per non andare per le lunghe, tutto dimostra che Dante dichiara in ogni modo (esplicito ed implicito) la supremazia della fede sulla ragione per arrivare (in senso lato) a Dio.

Questa seconda edizione aggiunge al serrato discorso diverse considerazioni, ma quella che vorremmo segnalare è la rilettura del canto XXIV del Paradiso, in cui Beatrice invita san Pietro a interrogare Dante sulla fede. E qui ci sono pagine che non lasciano adito a dubbi sulla tesi sostenuta da Aldo Onorati.

La prima parte, invece, riguardante san Francesco, non ha avuto modifiche. Vale la pena di leggere questa seconda edizione: è un consiglio che diamo anche a coloro che hanno avuto approccio alla prima o alle ristampe di essa.

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