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Simbologia del “messo celeste” (Inferno, Canto IX, vv.66-105)

di Giuliana Poli | Chiose
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La figura del messo celeste è una delle figure più misteriose della Commedia.

Tante sono state le interpretazioni circa l’identità del suo personaggio: gli Arcangeli, Hermes, Enea… ma il mistero continua. Dante descrive l’arrivo del “messo” come un evento di cambiamento vitale a cui prestare la massima attenzione.

Cerchiamo di capire la sua identità.

E già venia su per le torbide onde 

un fracasso d’un suon, pien di spavento, 

per cui tremavano amendue le sponde,                       66

non altrimenti fatto che d’un vento 

impetuoso per li avversi ardori, 

che fier la selva e sanz’alcun rattento                          69

li rami schianta, abbatte e porta fori;                           72

dinanzi polveroso va superbo, 

e fa fuggir le fiere e li pastori.                                      

(Inf.Canto IXvv.66-72)

Sulle torbide onde del caos infernale appare il messo che arriva con un fracasso e un suono spaventoso. Virgilio lo attendeva già dall’ottavo canto, sapeva che sarebbe arrivato. Non appare all’istante ma attraverso un viaggio e questo significa che l’incontro con i due poeti è un appuntamento.

Il messo viene quindi da molto lontano con uno schianto terribile che fa tremare ambedue le sponde. Porta con sé l’eco di un cataclisma celeste anticipato dal vento che si abbatte anche sulla terra. La violenza “porta fori” ovvero entra nella materia primordiale che nell’impatto divide. Il messo va avanti polveroso e fa fuggire animali e pastori.  Quindi la sua forma materica è polvere.

Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo 

del viso su per quella schiuma antica 

per indi ove quel fummo è più acerbo».                        75

Come le rane innanzi a la nimica 

biscia per l’acqua si dileguan tutte, 

fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,                               78

(Inf.Canto IX,vv.75-78)

Virgilio durante il periodo precedente l’arrivo del messo aveva tappato gli occhi a Dante, per evitare che rimanesse pietrificato nel caso in cui fosse arrivata Medusa che non è presente ma c’è. Simbolicamente tagliare la testa della dea serpente significa avere accesso al proprio potenziale. Dominandola si può scoprire e portare fora. Medusa trae in inganno, blocca con gli occhi e di conseguenza la mente. L’arrivo del messo scioglie e libera lo sguardo verso la “schiuma antica”. Il messo quindi è polvere, residuo di una schiuma arcaica cosmica, ovvero quel liquido vitale altamente erotico che appartiene a Venere celeste o ad Iside e che promana dalla Stella Sirio come da Tradizione. Il messo quindi potremmo definirlo come il “matto” degli arcani maggiori dei tarocchi. Lo spirito libero geniale ed imprevedibile che avanza, energia originaria che distrugge e crea in modo geniale. Oserei dire una figura apollinea primigenia femminile quindi che suona la lira e danza, sorella di Dioniso ed i suoi serpenti.

vid’io più di mille anime distrutte 

fuggir così dinanzi ad un ch’al passo 

passava Stige con le piante asciutte.                             81

Dal volto rimovea quell’aere grasso, 

menando la sinistra innanzi spesso; 

e sol di quell’angoscia parea lasso.                             84

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo, 

e volsimi al maestro; e quei fé segno 

ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.                      87

(Inf.Canto IX, vv.81-87) 

Il messo arriva e cammina sul fiume Stige senza bagnarsi.

Nella Bibbia Yeshùa cammina sulle acque più volte. In Matteo 6:45-53 si legge che Yeshùa “senza indugio, costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e ad andare avanti alla riva opposta. Perché Yeshùa “costrinse” gli apostoli ad andarsene? Gv 6:14,15 ne dà il motivo: “La gente dunque, avendo visto il miracolo che Gesù aveva fatto, di camminare sulle acque disse: “Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo”.

A un certo punto Yeshùa  rincuora gli apostoli preda di un vento contrario dicendo di smettere di avere paura. Il messo è quindi guida spirituale e venerabile perché i due poeti s’inchinano al suo passaggio. L’unico che può portare in salvo la barca preda di venti contrari.

Il Messo è intento a togliere con la mano sinistra “quell’aria grassa” davanti al viso, quindi purifica, compie l’opera del solve et coagula 1) La mano con cui avviene quest’atto magico è quella sinistra, quella femminile, potente veicolo di energia, come un serpente che si rigenera.

Ahi quanto mi parea pien di disdegno! 

Venne a la porta, e con una verghetta 

l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.                      90

«O cacciati del ciel, gente dispetta», 

cominciò elli in su l’orribil soglia, 

«ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?                      93

Perché recalcitrate a quella voglia 

a cui non puote il fin mai esser mozzo, 

e che più volte v’ha cresciuta doglia?                         96

Che giova ne le fata dar di cozzo? 

Cerbero vostro, se ben vi ricorda, 

ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».                   99

(Inf.Canto IX, vv.90-99)

Il messo è sprezzante e con una verghetta senza nessuna difficoltà apre la porta di Dite. Nella tradizione chi ha il falcetto d’oro è Iside o Demetra o Cerere romana che  tagliano e ricreano. Il falcetto ha come simbolo Jimel che tagliando genera, riespande poi riassorbe. Con questo procedimento alchemico l’acqua viene riassorbita e rimane solo fuoco che feconda. Ecco perché il messo cammina sopra le acque.

Poi si rivolse per la strada lorda, 

e non fé motto a noi, ma fé sembiante 

d’omo cui altra cura stringa e morda                           102

che quella di colui che li è davante; 

e noi movemmo i piedi inver’ la terra, 

sicuri appresso le parole sante.                                     105

Dentro li ’ntrammo sanz’alcuna guerra; 

e io, ch’avea di riguardar disio 

la condizion che tal fortezza serra,       

 (Inf.Canto IX,vv.102-105)

Dopo aver aperto la porta della città di Dite inizia a cacciare tutti i demoni e biasima la loro tracotanza ricordando che già Cerbero si era rifiutato di far entrare all’Inferno Ercole, fatto per cui ha ancora il mento e il gozzo spellati. A questo punto il messo torna da dove è venuto, senza rivolgere parola ai due poeti i quali si avvicinano senza ostacoli alle mura di Dite. La luce d’oro è libera e passa ovunque con la sua decisione, leggerezza e velocità. Ha memoria di se stessa e soprattutto sa dove andare e dove ritornare. Non guarda i poeti in quanto ha già assolto il suo compito e diventa feroce con chi tenta di ingabbiarla e bloccarla.

Nella trasformazione dal luogo terribile nero all’opera in bianco, la parte oscura e quella celeste comunicano. Da Medusa che rappresenta ciò che non è ancora nato nasce la forza per trasmutarsi e per ritornare attraverso la polvere di stelle alla Via Lattea, luogo dove tornano le anime.  E’ un punto di rottura fra il tempo e il non tempo, fra il Cronos e l’Aion.

Nell’Aion gli eventi avanzano nell’eternità, il messo “scende passando per li cerchi senza scorta”, progredendo a spirale. E’ dal tempo assoluto che parla il nostro Archetipo che emette la vibrazione sonora. Queste onde di energia che sono disarmoniche, distruggono e ricreano l’armonia.

Andando ad analizzare le singole lettere della parola “messo” (quindi scomponendo e ricomponendo), essa significa sia onde di acqua che onde di fuoco legato all’Aurora che generano movimento, schiuma di sensuale erotismo.

La figura del messo celeste è una trasformazione tutta al femminile basata sullo sguardo, dalla cecità di una ragione chiusa si passa alla ragione aperta, allo sguardo che va oltre. In Pene di amor perdute,William Shakespeare scrive che: ” E’ dagli occhi delle donne che traggo la mia dottrina”. Impossibile giungere alla conoscenza senza l’amore, che non è un sentimento, ma evoluzione. Il messo è la luce astrale della Via Lattea, la Luce dell’Aurora che è potenza divina creativa e fluida che espande la coscienza. Essa è la polvere di stelle di cui sono fatti i sogni che danno forma alla materia. Luce che ha il potere di accecare se non riconosci l’Archetipo oppure di rivelare e di trascendere.

  • Solve et coagula è la dissoluzione e la coagulazione, significa sciogli e riunisci. E’ una formula che rappresenta il fondamento e lo spirito del mondo dell’alchimia. Indica la procedura di trasformazione degli elementi vili in nobili. Questo processo si applica sui metalli ma soprattutto su se stessi per una continua trasformazione del Sé interiore.

Giuliana Poli: Giornalista – Ricercatrice di antropologia culturale – Scrittrice di Tradizione – Scrittrice di monografie e testi su opere d’Arte- Analista ed esperta d’iconografia ed iconologia di opere d’arte. Ricerca semantica del linguaggio dell’Arte e della parola. Comunicazione strategica.

 

 

 

 

 

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