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Tra la Croce e l’Aquila nel giorno di Santa Lucia, la Luce

di Valerio De Luca | Chiose
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di Giuliana Poli

Nel V Canto del Purgatorio le Marche fanno da cornice ad alcune tra le pagine più intense della Divina Commedia dove gli ideali di giustizia, amore, morte, pentimento, luce divina pulsano come un grande Cuore primordiale.

Jacopo del Cassero di Fano e Bonconte da Montefeltro rappresentano  due grandi  marchigiani che Dante colloca nell’Antipurgatorio (Purg. V, 64-84), il luogo dove le anime morte di morte violenta e pentite in fin di vita sono in attesa di poter iniziare la propria espiazione. In questo canto il grande poeta mette a confronto il senso della croce e dell’aquila e lo fa attraverso i due importanti condottieri dell’epoca, nativi “ di quel paese tra la Romagna e quel di Carlo” (Carlo D’Angiò), ovvero Fano, ma entro tal perimetro di terra è contemplata anche la zona di Urbino nel Montefeltro.

Giunto nella zona prima di accedere al Purgatorio Dante ha un turbamento, una distrazione, si volta, poiché si sente osservato dalle anime che incontra e che lo guardano meravigliate poiché essendo vivo il suo corpo proietta la sua ombra. Virgilio lo richiama con fermezza ricordandogli che l’uomo proteso ad un fine, quindi ad una missione, non deve lasciarsi distrarre, ma deve perseguire con determinazione. Alle parole di Virgilio Dante diventa rosso. Giunto alle pendici del monte i due poeti incontrano un gruppo di anime che intonano il Miserere. Dante non le riconosce ma si ferma per ascoltarle e divenirne il “messaggero in terra”.

Il primo che si pone sul suo cammino è Jacopo del Cassero che partecipò alla famosa battaglia di Campaldino tra i Guelfi e Ghibellini in cui sia Jacopo sia Dante combatterono per i Guelfi. Morì lontano dalla sua Fano, nel padovano, dove nel tentativo di sfuggire ad un agguato mortale rimase imbrigliato nella palude di Orago e morì in un lago di sangue. Jacopo chiede a Dante che se passerà per Fano dovrà ricordarlo presso i suoi parenti chiedendo di pregare per lui affinché il tempo da passare nell’Antipurgatorio finisca prima.

La seconda anima che incontra Dante è Bonconte da Montefeltro, il comandante dei Ghibellini, figlio di Guido da Montefeltro il quale morì nella stessa battaglia di Campaldino. Lui si presenta a Dante con una frase alla quale è importante porre attenzione: “Io fui di Montefeltro, Io sono Bonconte”. Il Suo cadavere in terra non fu mai trovato e il condottiero rivela al poeta la verità: che con la gola squarciata arrivò nel punto dove il fiume Archiano incontra l’Arno e in fin di vita invocò Maria Vergine.

Dopo la sua morte racconta Bonconte ci fu una disputa tra l’angelo e il diavolo poiché entrambe ne reclamarono l’anima e vinse l’angelo.

Gli elementi salienti del Purg. V, 64-84 sono il turbamento di Dante che nonostante tutto (Dante nella realtà conosceva i due condottieri per l’aver combattuto nella stessa guerra e per l’importanza dei personaggi), va avanti per il suo cammino. Altro elemento è il sangue di Jacopo che in alchimia rappresenta l’elemento del fuoco e il bisogno del ricordo della sua famiglia, quindi il ricongiungimento alla sua Jens. Con Bonconte invece dal sangue/fuoco si passa al fuoco/acqua e attraverso lo Spirito della sua jens, i Montefeltro, il condottiero riesce a staccarsi da essi e ritornare alla vera Libertà, all’”Io Sono”. Il passaggio avviene non a caso nel punto dove un affluente si riversa nell’Arno. Questo crocevia di acque rappresentano simbolicamente il nodo attraverso il quale dalla famiglia ghibellina dei Montefeltro, il cui padre Guido combatté per l’Imperatore Federico II e che divenne poi un religioso francescano di Assisi, si ritorna al fiume principale. La polvere di stelle della Via Lattea è da sempre considerata come un fiume dove la tradizione colloca la sede dell’Anima, la Madre celeste. Boconte stesso afferma: Io fui un Montefeltro ora sono Io, Boconte”. Mediazione di questo matrimonio fuoco/acqua è Maria che attraverso l’Angelo lo salva. Il diavolo per reazione scatena una tempesta d’acqua che distrugge il corpo del condottiero ghibellino che scivola nell’acqua con un dettaglio importante: le sue braccia hanno la postura a forma di croce.  In quel frangente in terra viene sconfitto dalla croce ma nell’aldilà viene salvato dall’Aquila che nella tradizione è rappresentata dalla Madre celeste. In questo passaggio del poema la croce del Cristo tocca la croce dell’Aquila, Madre Divina.

Il terzo personaggio che Dante incontra nell’Antipurgatorio dopo i due condottieri è non a caso, una donna dal nome Pia, Pia de’ Tolomei, forse un personaggio inventato. Il nome Pia fa pensare ad un pigolio, ad una strix, al canto solare. Pia come il Sole è olimpica, distaccata dalla vita terrena, ma con spirito e misericordiosa. Nella Divina Commedia è descritta come una donna che era già stata sposata e il cui secondo marito nonostante l’anello nuziale la tradisce e la fa volare da un castello uccidendola senza pentimento né biasimo. L’elemento del volo ci riporta ad una Santa molto importante, Santa Rita da Cascia e per chi conosce la sua storia il suo volo dentro il convento di Santa Maddalena simboleggia il ritorno al tempio, il ritorno dell’Anima presso la propria casa. Il simbolo della torre oltre a simboleggiare la Maddalena viene nominato da Virgilio all’inizio del percorso nell’Antipurgatorio quando rimprovera Dante di non distrarsi e di essere saldo come una torre nonostante i venti. La Torre è presente anche nel nome Torri di Maremma, il luogo di una battaglia del 1288 in cui si asserragliarono i ghibellini e in cui grazie ad una grande tempesta che si abbatté sulla zona fece fuggire i Guelfi salvando i Ghibellini. Particolare questa assimilazione che fa Dante tra la tempesta scatenata dal diavolo che porta via il corpo del ghibellino Boncote e il fatto storico della tempesta che fa scappare i Guelfi nella battaglia di Torre Maremma e ancor più strano che Pia viene fatta volare dal castello della Pietra in Maremma da un uomo che prima l’ha sposata e che poi l’ha tradita. L’anello nuziale nella tradizione è simbolo di unione ed iniziazione da parte della sacerdotessa al cavaliere. Pia de’ Tolomei chiederà con grazia e cortesia a Dante che dopo il suo ritorno sulla terra e il suo riposo al termine della sua missione, si dovrà ricordare di Lei. Il canto del Miserere cantato dalle anime a questo punto diventa simbolico anch’esso: è il salmo della richiesta del perdono del re al Re, una conversione del cuore per salvare l’Anima e ritrovare il punto della Luce dentro di Sé. Nel canto successivo, il sesto, Dante inveirà contro tutto e tutti e questo dettaglio non è da sottovalutare. Alla fine del suo percorso/missione  si ricorderà senz’altro di Lei, dell’Amore e dell’armonia del Sole e delle Stelle.

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