Ugo Foscolo tra mito e realtà

di Biagio Lauritano | Chiose
Condividi su

Tutta la scrittura foscoliana è autobiografica. Le idee giacobine e repubblicane del poeta hanno sicuramente dei punti di riferimento in precedenti illustri come Jean-Jacques Rousseau e Foscolo pur consapevole che, come nel Trattato di Campoformio, la ragione di Stato prevale sempre, si rifiuta di accettare rapporti di forza ispirati ad un rigido realismo. Ma purtroppo la natura violenta dell’uomo può essere ricondotta alla ratio solo dall’ordinamento statale nel quale ognuno sacrifica una parte della propria libertas per il bene di tutti.

Inoltre per il Foscolo illuminista la natura agisce secondo un meccanicismo materialistico ovvero nulla in natura si crea, ma tutto si trasforma e si distrugge; l’uomo, come tutte le creature, non vive in una prospettiva teleologica che superi la dimensione terrena della vita. Per Foscolo la ragione umana coincide con l’esperienza della realtà di fatto quando l’uomo diventa un titano che, in virtù del conatus, può nobilitare le proprie azioni che serviranno da esempio ai posteri. Ciò implica che l’uomo può trovare consolazione dal significato di tragicità del nulla oltre la morte edificando un sistema di valori ideali che sono, allo stesso tempo, anche civili.

Foscolo rifiuta il primato assegnato dall’Illuminismo al progresso a favore della funzione mitica ed eternatrice della poesia e, in tal senso, diviene l’erede di Parini, di Alfieri e di Vico. Inoltre nella sua poesia non va sottovalutata l’influenza del pensiero politico di Machiavelli che denuncia la natura violenta dei rapporti sociali e il carattere dispotico e tirannico del potere.

Nel momento storico in cui Foscolo crede ancora in un rinnovamento morale e civile dell’Italia sotto la guida di Napoleone, egli attribuisce alla poesia la funzione di formare le coscienza critica della collettività. Di questa coscienza è testimonianza il carme Dei sepolcri in cui viene esaltata la funzione pedagogica e civilizzatrice della ragione: gli ideali debbono essere fatti propri da tutti e tramandati attraverso la memoria del sepolcro e la poesia che immortala le grandi gesta:

Dal dì che nozze e tribunali ed are
dier alle umane belve esser pietose
di sé stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
de’ domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religion che con diversi riti
le virtù patrie e la pietà congiunti
tradussero per lungo ordine d’anni (1)

Quindi il poeta è un poeta-vate, rappresentante di una schiera di individui che mette la propria conoscenza al servizio della nazione indicando i principi morali su cui va costruita la libertas.

Per Foscolo l’importanza della poesia acquista valore all’interno di una concezione pessimistica della storia: infatti è solo attraverso la poesia, latrice dei valori della civiltà, che viene a cadere la distinzione tra padroni e servi che esiste in tutte le civiltà poiché la poesia attribuisce durata perenne ai valori espressi dalla classe dominante, rendendoli così validi anche per le classi da essa dominate.

Dopo il trasferimento a Firenze nel 1812 la poetica foscoliana subisce un mutamento. Oramai disgustato dalla corruzione e dall’opportunismo politico presenti nel dibattito culturale italiano, Foscolo preferisce ritirarsi presso la villa fiorentina di Bellosguardo. Qui egli approda ad una nuova concezione della poesia: poiché la visione politica del poeta non si può discernere da quella civile perché in entrambi i casi si tratta di una visione lirica della vita, il popolo viene visto da Foscolo come plebe e lo costringe perciò ad idealizzare scenari che si allontanano dalla realtà e, a causa anche dell’inesorabilità del tempo a cui nulla sfugge, a concepire il poemetto mitologico Le Grazie.

Adesso la poesia non deve essere più l’esempio da emulare dalle civiltà per compiere grandi gesta, ma deve placare e rasserenare l’uomo attraverso l’esaltazione della bellezza e dell’armonia:

Come d’Erato al canto ebbe perfetti
Flora i trapunti, ghirlandò l’Aurora
gli aerei fluttuanti orli del velo
d’ignote rose a noi; sol la flagranza,
se vicino è un Iddio, scende alla terra.
E fra l’altre immortali ultima venne
rugiadosa la bionda Ebe, costretti
in mille nodi fra le perle i crini,
silenziosa, e l’anfora converse:
e dell’altre la vaga opra fatale
rorò da’ambrosia; e fu quel velo eterno (2)

Sublimando la vita reale e custodendo la memoria delle civiltà la poesia libera l’uomo dalle sofferenze inducendolo alla pace e alla serenità, allontanandolo dalla primitiva violenza saturnina e mantenendo così la sua funzione civilizzatrice e di formazione dell’identità di un popolo.

Nella poetica del Foscolo coesistono elementi sia del neoclassicismo che del preromanticismo che il poeta ripropone in una sintesi originale che accompagna la propria crescita e la propria visione del mondo: Foscolo non utilizza le immagini dell’antichità solo per celebrare la bellezza formale, ma attribuisce loro un valore morale e civile. Narrando le grandi gesta per tramandarne la memoria Foscolo ci mostra gli ideali ai quali l’uomo deve ispirarsi per nobili fini e nei quali tutte le classi sociali debbono riconoscere la propria memoria collettiva.

L’esempio delle grandi gesta del passato deve essere punto di riferimento per la letteratura del presente in modo da sostenere l’evoluzione morale delle civiltà. E se il presente ci offre solo dolore e desolazione, il mondo dei classici rappresenta per Foscolo un modo per nobilitare le passioni degli uomini; perciò per il poeta possono essere considerati classici anche Dante, Petrarca, Alfieri, Parini. Grazie ad essi Foscolo sviluppa in direzione del Romanticismo l’evoluzione dei propri sentimenti concentrandosi sulla dolorosa incapacità dell’individuo di adeguare se stesso alla realtà presente e dando spazio così a quei tormenti di stampo nazionalistico, preludio al Risorgimento.

Ma la memoria del sepolcro è sempre presente perché, in una dimensione laica della poesia, l’umanità può rendere oggettivo il proprio bisogno di conoscenza solo attraverso l’idealizzazione di un passato mitico che, nell’ambivalenza tra mito e storia, si coniuga perfettamente con le nostre pulsioni più intime. Così la valorizzazione della virtus degli uomini illustri è sempre accompagnata dall’annullamento delle coordinate spazio-temporali della realtà e rappresenta la meta di tutti quelli che subiscono il fascino della lettura delle opere foscoliane.

Per Foscolo nell’uomo ovvero in colui che è dotato di virtus si consuma la tragedia dell’animo umano ovvero egli diviene consapevole di dover morire; ciò lo induce paradossalmente a prolungare il tempo delle sue illusioni permettendogli così di continuare a sognare. Ma a lui è negata la piena attuazione delle sue azioni il cui valore spesso non è compreso dai più. A ciò esiste una soluzione?

Credo che questa consista nel desiderio di noi posteri di permeare dei nostri valori le nostre esperienze in modo da appropriarci del mondo che ci circonda facendo così coincidere il mito con la realtà. Ciò accade perché noi siamo capaci di rendere nostra la lezione foscoliana attraverso il richiamo di un modello archetipico ovvero, quando ci appropriamo del mondo che ci circonda, i nostri valori già comprendono quelli foscoliani: in altre parole dentro di noi agisce l’inconscio collettivo di Carl Gustave Jung. Il mito diventa quindi realtà quando decidiamo di applicare i nostri valori alla vita reale; allora le barriere del tempo soggettivo si infrangono facendo così riaffiorare i nostri ricordi e, senza che ce ne rendiamo conto, i nostri valori vengono adattati al tempo presente poiché essi sono sempre strettamente connessi a quelli che ci derivano dalle altre esperienze.

Per chiarire meglio questi concetti basta far riferimento alle romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis nel quale sono evidenti i riferimenti autobiografici dell’autore. Nella figura di Jacopo, patriota esule e poeta infelice, Foscolo riflette tutta la delusione storica della sua generazione che, dopo le illusioni di libertà, aveva conosciuto il giogo della tirannide di Napoleone in Italia. Inoltre Foscolo riflette su Jacopo le proprie vicende sentimentali. Ma il personaggio del romanzo e l’autore hanno destini diversi. Per Jacopo c’è il suicidio come forma di protesta e di radicalizzazione dei propri ideali:

“Perché dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove mai troverò gli uomini diversi tra gli uomini? O non presento io forse i disastri, le infermità, e la indigenza che fuori della mia patria mi aspettano? – Ah no! Io tornerò da voi, o sacre terre, che prime udiste i miei vagiti, dove tante volte ho riposato queste mie membra affaticate, dove ho trovato nella oscurità e nella pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti. Poiché tutto è vestito di tristezza per me, se null’altro posso ancora sperare che il sonno eterno della morte – voi sole, o mie selve, udirete il mio ultimo lamento, e voi sole coprirete con le vostre ombre pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici che sono compagni delle mie disgrazie; e se le passioni vivono dopo il sepolcro, il mio spirito doloroso sarà confortato da’ sospiri di quella celeste fanciulla ch’io credeva nata per me, ma che gl’interessi degli uomini e il mio destino feroce mi hanno strappata dal petto” (3)

Invece per Foscolo c’è la letteratura che, come forma di sublimazione dei propri istinti, rappresenta un punto d’incontro tra l’affermazione dei propri valori e di quelli della società.

Proseguendo in questa direzione possiamo soffermarci sui sonetti in cui emerge un io del poeta in guerra contro il mondo che sempre gli resiste e allora il poeta si dispera, si tormenta. Ed ecco che emergono l’estrema aspirazione alla ratio e lo spirito guerriero che si placa solo con la sera, immagine della morte:

Vagar mi fai co’ miei pensieri su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
selle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge (4)

E ancora: motivi autobiografici si intersecano a motivi mitici con un’evidente ripresa del destino di Ulisse proiettato adesso verso un futuro incerto. In In morte del fratello Giovanni questo futuro, espressione del legame fondato sulla sventura, trova, ancora una volta, meta nella morte:

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch’io nel tuo porto quiete
questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta. (5)

Nel Sepolcri la tomba acquista una valore simbolico per tutte le civiltà umane: è la tomba che permette alla memoria degli uomini di sopravvivere dopo la loro morte e il ricordo delle gesta dei grandi funge da esempio che ispirerà così i posteri:

A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. (6)

In tal senso il significato della vita finisce con l’essere indissolubilmente legato alla funzione eternatrice della poesia poiché la memoria dei defunti sopravvive alla distruzione della tomba che il tempo provoca.

 

(1) U.Foscolo, Dei sepolcri, v.91-103; questo estratto e quelli che seguono sono tratti da: P.Cataldi, E.Angioloni, Sara Panichi, La letteratura e i saperi, dalla Controriforma al Romanticismo, vol.II, G.B.Palumbo Editore, Città di Castello (PG), 2012.

(2) U.Foscolo, Le Grazie, v.188-198.

(3) U.Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis (lettera di Ventimiglia, 19 e 20 febbraio 1799).

(4) U.Foscolo, Alla sera, v.9-14.

(5) U.Foscolo, In morte del fratello Giovanni.

(6) U.Foscolo, Dei Sepolcri.

 

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

12 − cinque =