Editoria e letteratura: quando l’Utopia diventa realtà

di Irene Chieli | Chiose
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Molti ne parlano, tanti già la amano. È giovanissima, indipendente, rivoluzionaria, esuberante e necessariamente sorprendente. Sgomita nella confusione della pandemia per annunciarsi e rivelarsi portatrice di un messaggio di alto valore: promuovere la conoscenza e la diffusione di letteratura di altissima qualità. Si chiama Utopia, è la casa editrice nata a Milano dalla volontà, dal lavoro e dal coraggio di sette ragazzi under 30.

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I primi due volumi pubblicati – Bontempelli, un premio Strega, e Cela, un Nobel – suonano come un manifesto editoriale e letterario, e fanno ben sperare tutti quegli amanti della letteratura che troppo spesso sono rimasti delusi e turbati nel tentativo di riconoscersi nella linea editoriale di una casa editrice. Ora è possibile. Un’utopia insomma che dal nome si dichiara tale ma non lo è: è vera, e il suo operato tangibile offre la possibilità di leggere e ascoltare libri scelti in catalogo per indubbi meriti e valore artistico. Opera di raffinata sensibilità letteraria e di lungimirante devozione all’arte, proietta il lettore “oltre la polvere” di titoli che meritano dignità e visibilità nuove.

Gerardo Masuccio, editor e fondatore di Utopia, ci racconta della realizzazione e delle speranze di questo nuovo progetto, cui auguriamo tutto il successo che merita.

Come nasce Utopia? Oltre alla bellezza di condividere letteratura c’è anche il desiderio o la necessità di colmare un vuoto strutturale dell’editoria italiana?

Utopia affonda le proprie radici in un passato che non è prossimo: non solo io, ma tutti i ragazzi della squadra – naturalmente ciascuno con delle inclinazioni diverse – coltivavano da tempo questo sogno. L’editoria – dice un grande editore – vive del proprio mistero. Anche in una società digitale in cui sembra che la carta non interessi più a nessuno, che non sia più un veicolo di informazione necessario, in cui i libri a volte risultano oggetti obsoleti (lo dico perché qualcuno me lo dice, ma non riesco a condividere questa riflessione in maniera piena). Però tutti noi fin dagli anni dell’adolescenza abbiamo iniziato a chiederci cosa ci fosse dietro un libro. Cioè: chi si occupa dei libri? Chi decide quali libri arrivano nelle librerie e come ci arrivano? E chi cura le immagini? E chi segue la resa, la bellezza della lingua quando si tratta di traduzioni? Chi va a cercare un autore e lo convince a pubblicare un libro? Come si sa quando un libro è pronto per essere pubblicato? utopia2

Ecco, tutto questo ha spinto ciascuno di noi verso un percorso di studi. Io per esempio ho studiato prima la giurisprudenza – che può sembrare lontana da un’attività del genere, invece no: mentre coltivavo le mie letture e cercavo di acuire il gusto estetico per l’arte, per la letteratura, studiavo il diritto d’autore, su cui si fonda l’editoria. Poi mi sono specializzato in economia libraria, per capire come poter strutturare in maniera efficace ed efficiente una strategia editoriale: come funziona il marketing, qual è l’impatto de

gli strumenti di comunicazione nuovi sul lettore, come raggiungere l’utente – si direbbe, con termine tremendo, quando ci si muove nel perimetro della letteratura, come “prodotto” per riferirsi al libro: ma termini essenziali, perché non bisogna dimenticare che l’editoria è una branca dell’economia. Quindi è necessario che una casa editrice in quanto azienda, in quanto società, si orienti nel mercato, altrimenti i libri che propone passano inosservati. Ecco, Utopia affonda le radici in quest’epoca di studi e di preparazione agli studi, ma nasce solamente otto mesi fa, a gennaio, a Milano, poco prima che la pandemia ci costringesse all’isolamento. È stata una gestazione complessa, ma l’urgenza è quella della coerenza. L’editoria grande veicola già dei contenuti meravigliosi, alle volte: è difficile imbattersi in un catalogo di un medio-grande editore che non abbia delle perle straordinarie. Il problema è che affondano nell’insulso. Sono pochissimi i libri, nell’iperproduzione fisiologica del sistema, che valga la pena davvero leggere. È facile, se si fanno 300 libri all’anno, indovinarne uno che ripaga tutti gli altri. Ma l’editoria per me è un altro mestiere.

Avete incontrato ostacoli nella realizzazione del vostro progetto?

Son tutti gli ostacoli della start up. Quando si è parlato di start up – e questo la dice lunga sul mondo dell’editoria – qualche giornalista e qualche critico ha espresso dei dubbi. Utopia è una start up. Non ci sarebbero perplessità se si muovesse nell’ambito delle nuove tecnologie o vendesse cibo o moda e non libri. È una start up fondata da 7 persone tra i 25 e i 28 anni, ciascuno con la propria esperienza, e con tutte le difficoltà del caso. Intanto le difficoltà giuridiche: bisogna fondare una società, c’è bisogno di un capitale di partenza. I giovani di questa generazione, a meno che non siano molto ricchi di famiglia – e non è il nostro caso – non hanno capitali enormi. Per quanto possa aver lavorato, la nostra generazione è abituata alla precarietà, all’abbandono a sé stessa: ha raccolto poco, le generazioni precedenti, specialmente nell’editoria, ci hanno lasciato poco, è questa la mia percezione. utopia1

Noi abbiamo presentato il progetto a quelli che si chiamano “business angels”, donne e uomini di grande successo, anche in ambienti non affini all’editoria, che davanti ad un progetto concreto che sembrava potesse ottenere successo, alle volte ci hanno aiutato con contributi importanti e donazioni. Abbiamo messo insieme i risparmi e ci siamo lanciati sul mercato.

Dal punto di vista strutturale, nessuna difficoltà. Pur essendo ognuno di noi da poco nel mondo dell’editoria, avevamo maturato una certa esperienza. Ci siamo ritrovati, e quando si sono create le giuste condizioni ambientali è bastata una birra insieme per capire che era il momento. Questo malcontento rispetto alla nostra condizione generazionale nell’editoria era comune, e penso sia comune a chiunque abbia lavorato nel mondo dell’editoria italiano, essendo nato negli anni Novanta.

La giovane età del team spaventa o entusiasma?

Io penso che la giovinezza non sia un merito – se lo fosse sarebbe un merito transitorio. La stampa nazionale tutta ha accolto la notizia con grande entusiasmo. Evidentemente si è abituati a pensare, specialmente nel mondo dell’editoria, che i venticinquenni-trentenni siano ancora degli stagisti. L’idea che noi ci fossimo messi insieme, e peraltro durante il covid, che nessuno di noi poteva prevedere, li ha stupiti. Questo è però soltanto un dato storico e contingente: queste persone che hanno 28 anni tra due anni ne hanno 30, e si cresce e si resta. L’importante sono i contenuti: non è importante l’età anagrafica, ma l’approccio generazionale a un progetto che lo rende diverso. Ecco, l’approccio generazionale non invecchia, perché una generazione resta identica a sé stessa, si riconosce, ha dei principi, ha dei punti di riferimento unici molto diversi rispetto a quelli delle generazioni precedenti e successive. Noi siamo molto diversi nel valutare la letteratura da chi è nato negli anni ’60: e pensiamo che chi è nato negli anni ’60 ci abbia lasciato poco – certo molto meno dei nati negli anni ’40, che hanno lasciato un bagaglio letterario enorme.

Avete scelto coraggiosamente di puntare sulla qualità: è un atto sovversivo in tempi di influencer e calciatori che firmano bestseller. Vi fidate dunque così tanto della sensibilità letteraria dei vostri lettori utopici?

Sì, io mi fido molto. Penso che la grande immensa civiltà umana, che conta molti miliardi di esseri viventi, sia conservata e portata avanti da piccole unità di pensatori. È stato sempre così. Mi sforzo di pensare che dalle arti alle scienze, dalla tecnica al pensiero, le persone che veramente si sono fatte più grandi della propria vita, cioè che hanno pensato che la vita fosse diversa da un’esistenza, fossero davvero poche. Questo non toglie nulla a chi esiste e basta, a chi non si pone delle domande più grandi della propria vita o se le pone ma non cerca una risposta – e non so quale delle due cose sia peggiore. È normale che il mercato debba offrire la biografia del calciatore o della starlet televisiva, e forse è anche normale che la si compri di più dell’ultimo romanzo di un grande scrittore Tamil o dell’ultimo saggio di Anne Carson, che è un gigante della letteratura. Tra cent’anni dei calciatori e delle starlet certamente non resterà nulla: chiunque vorrà approfondire quest’epoca dovrà leggere l’ultimo romanzo del Tamil e la grande Anne Carson. Questo vuol dire in qualche modo curarsi non soltanto dell’immediato, ma delle conseguenze di lungo periodo del proprio lavoro. Per me personalmente l’editoria è una finzione di eternità, ti fa sentire meno legato al tempo di quanto non sia; dà una parvenza di un significato. Alle volte la vita umana passa senza valore; invece legarsi ai libri, impastarsi nelle carte del libro tutti i giorni, nell’inchiostro, nei colori, nelle parole dei libri e sui libri, ci fa dimenticare quanto caduca sia la vita dell’uomo. Naturalmente non riesco a capire come possano essere appagati gli editor che si occupano di libri che durano due mesi: a quel punto sarebbe più efficiente occuparsi di cibo e di siderurgico, che hanno lo stesso valore sul lungo periodo, ma nel breve rendono molto meglio.

La tua fiducia è però ben riposta: vi aspettavate un pubblico che vi accogliesse così calorosamente?

Non mi aspettavo che fossero così tanti. Ieri ragionavo con Mattia Tortelli, il social media manager, sul lancio della notizia che il quarto autore di Utopia fosse Anne Carson – di cui Utopia proporrà nei prossimi anni tutta la saggistica. Carson è una scrittrice sofisticata, in finale al Nobel per la letteratura anche quest’anno: uno di quegli autori epocali, eppure non ha un seguito di milioni di persone nel mondo. È canadese, quasi mai tradotta in Italia, la si conosce pochissimo: ma quando abbiamo annunciato che Carson fosse nostra autrice, centinaia di persone ci hanno scritto pubblicamente o in privato per congratularsi. Quindi esiste una nicchia, che è una nicchia nobile: ma non perché valga di più degli altri, ma perché si pone delle domande la cui risposta può esser data soltanto da qualcosa che dura un po’ di più, che va più a fondo, che penetra il mistero dell’essere. E questo arriva da libri come quelli di Anne Carson. Qual è la differenza tra Utopia e un’altra casa editrice grande? Che la grande ha bisogno, per ogni Anne Carson, di pubblicare dieci libri inutili; invece noi cerchiamo di fare tutti libri all’altezza di Anne Carson.

Tu oltre ad essere editore, sei autore, e scrivi sulla poesia, in poesia, che “non ha senso / e ne dà”. Si può estendere alla letteratura tout court questa riflessione, e può concentrare la poetica stessa di Utopia?

Sì, certo. Io quando dico nelle interviste che non sono un editore, né gli altri ragazzi sono degli editori, è vero: non siamo degli sprovveduti, ma la nostra vocazione non è mondana, non siamo imprenditori e basta – con tutto il rispetto per gli imprenditori di successo, che stimo molto. Il caporedattore, Zeno Toppan, è un romanziere; il redattore, Riccardo Zippo, è un poeta; Giorgio Ghiotti uno scrittore e poeta; Tortelli scrive; Giovanni Cavalleri, il grafico, è un artista… sono persone che nella vita si dedicano alla letteratura ma hanno ben chiaro che lo scrivere non può essere un mestiere. Lo scrittore per mestiere in genere non è un grande scrittore – eccetto nobili eccezioni: ma sono così rare che si può dire come assunto che scrivere non è un mestiere, è vocazione, è arte.

Io nell’enorme grafico della mia vita quotidiana dedico appena un 5, 10% alla mia scrittura; tutto il resto è scrittura degli altri, cura dei libri degli altri – leggendoli, traducendoli, valorizzandoli, facendo un lavoro di editing, scoprendoli, portandoli in Italia. È vero, non ha senso e ne dà: in sé tutto questo sembra non avere significato, ma poi quando ci si confronta con la vita e con la quotidianità, con questo ciclo continuo del dormire e del mangiare, dell’alzarsi e del coricarsi – insomma dell’esistenza fine a sé stessa – ecco forse ciò che può nobilitare tutto questo è l’arte. La poesia e la letteratura sono soltanto un’espressione di quest’arte, ma l’importante è, secondo me, porsi come obiettivo qualcosa che abbia a che fare con gli aspetti più alti e più nobili della vita biologica fine a sé stessa.

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