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Enrique Irazoqui: tra Dante e Pasolini, un canto di libertà

di Valeria Noli | Chiose
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Il 2 ottobre 2015, a Matera, un incontro con Enrique Irazoqui, il Gesù del “Vangelo secondo Matteo di Pasolini”, sintetizzato in poche battute di una conversazione su Pasolini, Dante e la libertà.


D:
 Enrique, come hai incontrato Dante Alighieri?

R: Nella mia prima esperienza con Dante c’è mia madre. Lei, che era italiana, quando eravamo piccolini a casa ci leggeva la Commedia. Della sua lettura ricordo benissimo il Conte Ugolino: “più che ‘l dolor poté ‘l digiuno” mi sembrava un atto di terrore… Tra l’altro ho anche lavorato in un film dantesco, Dante no es únicamente severo, bandiera della Scuola di Barcellona. Erano pochi anni dal film con Pasolini, l’autunno del 1966.

A 28 anni infine ho letto la Commedia, nell’edizione di Vandelli da cui ho imparato l’Inferno quasi tutto a memoria. Quello lo considero il ‘mio’ Dante ed è stata una rivelazione, la meraviglia della letteratura, “il” Poeta. In quello stesso anno ho conosciuto una ragazza spagnola di 24 anni. Quando mi disse che si chiamava Beatrice, lo considerai un segno del cielo.

D: L’incontro con Dante è stato su più livelli?

R: Su più livelli e con diverse conseguenze. Quella ragazza l’ho sposata e abbiamo anche un figlio. Qui, fino a oggi, era finita la mia esperienza con Dante.


D:
 Come è stato l’incontro con Pasolini?

R: C’è tanto da dire su Pasolini e tanto da dire anche sulla mia esperienza a Matera. Mi sentirei un impostore se dicessi di conservare una consapevolezza di aver fatto il “Vangelo Secondo Matteo”. Con Pasolini prima di tutto siamo andati in diversi posti insieme. A Roma, alla Torre di Chia, poi a Barletta, Catania, Taranto, Massafra, Matera e Catania. Incontravo persone, passavo da quei luoghi, parlavo con Elsa Morante, con gli altri attori del film giocavamo. A scacchi e a calcio, ogni tanto mi chiamavano e andavo a farmi riprendere. Facevo quello che mi dicevano di fare, io non ero un attore. Loro mi dicevano come fare: ‘immagina che i farisei siano la polizia franchista’ o cose simili, in modo da farmi immedesimare.

Allora per me non fu un film, era quello che dovevo fare per dieci o quindici minuti al giorno. L’esperienza fu quella di  parlare Elsa Morante, che è diventata una mia grandissima amica, fu quella di parlare e discutere con Pasolini. Ma la consapevolezza che stavo facendo e poi di aver fatto un film con lui, quella no, non ce l’ho avuta. A Matera mi è soprattutto rimasto un gruppo di amici.

D: Carmelo Bene diceva che un artista non è consapevole, quando fa un’opera d’arte. Che cosa ne pensi?

R:  Il “Vangelo Secondo Matteo” era la ‘sua’ opera, era di Pasolini, e lui era molto consapevole di quello che stava facendo. Cervantes nel 1605 sapeva già che il Don Chisciotte sarebbe stato era un capolavoro. Lo sapeva anche Dante, che stava scrivendo un capolavoro con la Commedia. 
Ma se uno partecipa all’opera di un altro, come era nel mio caso, non senti di aver fatto qualcosa di importante. La mia era piuttosto la scoperta della vita, a 19 anni, quando mi trovai in mezzo a tutto quel gruppo di gente che fuggiva dalla repressione della Spagna franchista…

D: In tutte queste esperienze troviamo un senso di libertà?

R: Sì. Da un giorno all’altro mi ritrovo che fuggo, mi allontano, me ne vado da una famiglia dove tutto era programmato: il pranzo alle due, la cena alle nove, si andava all’università e la politica e la fidanzata con cui mi vedevo quando potevo. Mio padre mi dava 25 pesetas (250 lire) alla settimana, con cui potevo invitare una Coca Cola alla mia ‘novia’.

Da un giorno all’altro mi ritrovo invece a Roma, tutti i giorni a pranzo e a cena con Elsa Morante, Alberto Moravia, Natalia Ginzburg, Sandro Penna… e con un mucchio di soldi in tasca. Quella fu la scoperta della libertà, ma soprattutto della vita.


D: 
Un tuffo integrale nella poesia?

R: Detto così è troppo poetico, è troppo lirico, è troppo esistenziale. Non fu altro che un canto alla libertà.


Matera, 2 ottobre 2015
Intervista completa su ladante.it

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