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Gioventù e sogno in “Argo il cieco” di Bufalino

di Roberto Falbo | Chiose
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Ci sono pagine della nostra letteratura relativamente poco conosciute perché fuori dai programmi scolastici e destinate a quanti, per caso o per deliberata scelta, vi si imbattano. Così i romanzi di Gesualdo Bufalino, così la sinfonia di ricordi e nostalgia che regala Argo il cieco, ovvero i sogni della memoria (1984), secondo romanzo pubblicato dall’autore siciliano [1]. 

Argo il cieco e l’Odissea: un confronto ricercato

In un’Odissea circoscritta a un’estate in un paese della Sicilia, nella produzione narrativa di Bufalino Argo il cieco ricopre la funzione di apologos nostalgico e onirico sulla giovinezza, sui suoi sogni e sulle sue delusioni, sui suoi capricci e sulle sue contraddizioni. E in effetti al poema di Omero e all’eroe di Itaca Bufalino sembra ispirarsi nei toni epici, alludendo a volte – nella propria riflessione sul senso della vita e sul destino dell’uomo – a passi e personaggi celebri dell’Odissea. Così ad esempio il risveglio di Cecilia dopo una notte d’amore passata col protagonista è descritto da Bufalino nei termini di un ritorno ‘‘da erebi, da fosse cimmerie’’ (p.90), con un chiaro richiamo all’episodio del viaggio all’Ade di Odisseo narrato nell’XI libro dell’Odissea.

Le pagine della vita e le pagine della memoria

Le pagine di questo romanzo hanno il sapore della gioventù, la sapiente presunzione dell’idealismo di chi ancora non si arrende o conosce troppo poco della vita per disprezzarla ed essene amareggiato. Hanno i colori e i profumi di un’estate che solo la Sicilia e il meridione d’Italia sanno regalare, con l’esplosione di vita per le strade, le chiacchiere sull’anno trascorso sparpagliate tra i vicoli e che hanno come oggetto il solito copione dell’esperienza umana: amori, tradimenti, invidie, fortune altrui, piccoli e grandi cabotaggi nel segmento di mare eterno su cui ciascuno naviga. Gli assalti tempestosi della giovinezza sono narrati da Bufalino con occhi retrospettivi – ma non retroattivi, ché il passato non si può cambiare e le tele una volta dipinte non possono che essere riposte nello scantinato della memoria – di un professore trentenne che vive da ventenne posticcio i suoi amori irrisolti e le sue avventure troppo a lungo differite. Un’età in cui ‘‘si piange, si dorme, si sogna’’ (p.7).

Il posto delle fragole: Bergman, Bufalino et alia

Tra vasi di azalee e riflessi di luce estiva nel blu del Mediterraneo, in alcove senza rimpianti e sfoghi di chi leopardianamente coltiva le illusioni della gioventù, Bufalino ci conduce in una narrazione da ‘‘posti delle fragole’’ (p.154), per dirla con l’allusione non casuale al capolavoro del 1957 Ingmar Bergman che Bufalino preziosamente ci regala in un passaggio del romanzo. Il film della memoria giovanile e della vecchiaia stanca, malridotta sull’uscio della morte a tentare di ingraziarsi gli dèi inferi, penetra senza dubbio anche dietro le palpebre cieche di Argo-Bufalino dai cento occhi, ad occupare i quali è ormai ‘‘un’unica notte’’, come dice Ovidio nelle Metamorfosi (I 720-721). Il cinema fu una delle grandi passioni di Bufalino assieme alla musica (in particolare il jazz) e alla letteratura, soprattutto francese, di cui lo stesso scrittore di Comiso fu traduttore. Non sorprende dunque il confronto con il capolavoro bergmaniano: Bufalino ha d’altronde la medesima schiettezza del vecchio professor Borg. Il tutto intessuto in una trama narrativa inframezzata da riflessioni filosofiche, pertugi sulle domande fondamentali dell’esistenza, angoli inesplorati dell’animo umano che qui come altrove Bufalino ha sempre saputo inserire con leggerezza tra un amplesso giovanile e una descrizione campestre, tra scorribande popolane e glorie quotidiane di comparse sul palco della storia.

Conclusioni ‘contemporanee’: prosa e velocità

In Argo il cieco ritroviamo la consueta prosa elaborata dell’autore, dottissime eco letterarie e preziosismi linguistici che esplorano una lingua – la nostra – per i più ormai ridotta a vuoto formulario, un lessico di base sempre più ridotto che viene spesso manovrato con eccessiva disinvoltura e inconsapevolezza. È un romanzo, quello di Bufalino, che ricorda il potere della giovinezza, l’età dell’oro dell’esperienza umana guardata con gusto e malinconia: un’età sempre più vilipesa, oggi, dallo stantuffare del velocismo contemporaneo che divora tutto e tutti, distruggendo tempo e gioia di vita; un’età sempre più schiacciata nelle tavole della legge della competizione globale e dell’individualismo autoreferenziale che fa invecchiare precocemente. Bufalino ci ricorda la gioia delle piccole cose vissute in pienezza, il gusto del perdersi senza calcoli nei boulevards dell’esistenza, che per quanto scoscesa e dispettosa, a volte dozzinale e a volte intrigante, non cessa di essere una sfida meravigliosa.

[1] Su Bufalino si veda anche, su questo sito: R. Falbo, La metafisica del giallo: su “Qui pro quo” di Gesualdo Bufalino

Roberto Falbo (Catanzaro, 1996), laureato magistrale in Filologia Classica all’Università di Pisa, è attualmente dottorando in Letterature, arti e media all’Università degli Studi dell’Aquila.

(Nell’immagine di copertina una foto di Paolo Polidori, condivisa in CC su Flickr)

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