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A margine di alcuni anniversari letterari meridionalisti. Un ricordo

di Roberto Falbo | Chiose
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“Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque”. Così si apre Gente in Aspromonte, l’opera più celebre di Corrado Alvaro, capolavoro della letteratura meridionalistica che quest’anno compie 90 anni. Questa raccolta di tredici racconti pubblicata nel 1930 rappresenta ancora, dopo quasi un secolo, uno spaccato di crudo lirismo della Calabria di inizio Novecento. Significativa è in particolare la vicenda narrata nel primo e più famoso racconto, dal quale non a caso prende il nome l’intera raccolta. Dura è la storia del pastore Argirò che si svolge sulle aspre e solitarie montagne dell’Appenino meridionale calabrese, in uno sfondo che è tutt’altro che un’Arcadia perduta, tutt’altro che un’Elicona su cui un solitario Esiodo canta di dèi e chaos, di Tartaro e di stagioni, di Nereidi e di semine. Nell’arretratezza socio-economica del Meridione – con i secolari soprusi di padroni e nella lotta contro le ingiustizie vissute dai più umili – Alvaro condensa tutta la propria poetica, offrendo lo spaccato di un mondo – come scrisse Mario Pomilio nella presentazione all’edizione Garzanti del 2019 – “severamente giudicato, ma in pari tempo amorosamente rivissuto, in un perpetuo ondeggiamento dei sentimenti, in un continuo oscillare tra il moralismo e il lirismo”.

Nell’affrescare un mondo perduto descritto senza alcun intento paideutico Corrado Alvaro si inserisce nel filone della grande letteratura meridionalistica che, con accenti e sensibilità diversi, con poetiche ed esiti differenti, abbraccia un panorama artistico che dalla fine dell’Ottocento – in primo luogo con Verga, Pirandello e De Roberto – arriva sino a noi. Pochi anni dopo la pubblicazione di Gente in Aspromonte, in un periodo della storia d’Italia in cui l’attenzione per il passato possedeva tutt’altri intenti che quelli promossi da Alvaro, vedeva la luce un altro grande baluardo della letteratura meridionalistica che non esito a porre sul podio della letteratura dell’intero nostro Novecento: Fontamara (1933). E in effetti vi è ragione di ricordare in questa sede, oltre al novantesimo anniversario della pubblicazione della raccolta di Alvaro, anche il centoventesimo anniversario della nascita di Ignazio Silone (1900-1978): autore che in vita fu apprezzato più all’estero che patria, tanto da meritarsi la stima di Albert Camus, secondo il quale lo scrittore abruzzese avrebbe ben più di lui meritato il Nobel. In Fontamara, e in generale nei romanzi di Silone, la prospettiva è forse più lirica che in Alvaro, la prosa più musicale, il contrasto tra gli umili e i potenti più marcato, in un interesse che – soprattutto dopo Fontamara – si muove su un orizzonte storico-politico più che storico-sociologico. Socialista senza partito e cristiano senza Chiesa, com’ebbe a definirsi, Silone è stato forse l’autore meridionalista in cui la dimensione storica si è più legata a una tensione esistenziale mai sopita eppure vissuta sempre in una serena ricerca di un ubi consistam.

Ma in questo 2020 così difficile, in un decennio aperto da una pandemia che prelude a un futuro incerto e certamente non facile, vi è almeno un’altra occasione per ricordare un’ulteriore e importante pagina della nostra letteratura meridionalistica. Nel 1950 infatti Francesco Jovine pubblicava la sua opera più celebre, Le terre del Sacramento. Ispirato a un verismo in cui la traccia del presente narrativo – l’inizio del Ventennio fascista – si salda perfettamente all’eco di un passato secolare in cui i paesi immaginari di Morutri e di Calena sono da sempre avvolti, lontano dalla Storia e dalle vicende che contano, il romanzo di Jovine ha una dimensione forse meno corale rispetto a Gente in Aspromonte. La vicenda del feudo del Sacramento, possedimento di don Enrico Cannavale conteso dalla Chiesa, è una storia di ambizione, raggiri, passioni. È una storia che ha il respiro rurale dei contadini, degli stai e degli ovili ma anche il brio della Napoli universitaria e affarista, da sempre in conflitto tra vecchio e nuovo, tra Borboni e liberali, tra liberali e socialisti, tra socialisti e fascisti. La prosa di Jovine è ben più aulica di quella di Alvaro e Silone ma non meno efficace, nonostante l’indubbia aridità di alcuni passaggi e l’asprezza di alcuni dialoghi.

A questi tre anniversari, tra i tanti certamente che nel vastissimo mondo della produzione letteraria italiana si sarebbe potuto rintracciare, va quindi il mio personale – seppur brevissimo – ricordo e pensiero. Sono pagine, soprattutto quelle di Alvaro e Jovine, ancora poco lette e che meriterebbero di essere approfondite. Del tutto ignorati nei programmi scolastici, in cui l’esigenza di tempo richiede la necessaria selezione spesso a danno di autori fondamentali come Pavese e Calvino, Alvaro, Silone e Jovine rischiano di scendere lentamente dell’oblio letterario italiano. Spero che studiosi e appassionati non lo permetteranno e che restituiscano la giusta luce a questi autori e alle loro opere. Io ho tentato di farlo in poche parole, certo che ben altro spazio avrebbero meritato la dignità di Argirò, il coraggio dei cafoni siloniani e le superstizioni sulla cappella del Sacramento.

“I giovani che hanno tanto tempo, hanno molta fretta. I vecchi che ne hanno poco, agiscono lentamente” (F. Jovine, Le terre del Sacramento)

[Nella foto di copertina: le montagne dell’Aspromonte immortalate da Anna Majkowska in una foto pubblicata in CC su Flickr]

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