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Destrutturare le poetiche tradizionali: Svevo, Pirandello e crepuscolari.

di Biagio Lauritano | Ficcanaso
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Nel primo quarto del secolo XX si assiste in tutta Europa ad un mutamento dei moduli stilistici e sintattici sia nella prosa che nella poesia dovuto alla crisi d’identità dell’uomo. Questi ha oramai una visione frantumata delle cose, priva di stabili certezze, e l’io romantico, capace di affermare un ideale a ogni costo, adesso si scopre impotente di fronte a situazioni oggettive che gli appaiono incomprensibili. In Italia la rottura con la tradizione ottocentesca è messa in risalto dall’opera di Svevo, Pirandello e dei crepuscolari: la loro presa di posizione nei confronti della realtà è fortemente speculativa, ma finisce con l’incidere anche sulle forme.

Svevo: alle fonti della psicanalisi

Nella cultura di Svevo confluiscono filoni di pensiero divergenti, assimilati però in modo tale da arrivare ad una sintesi originale di elementi diversi. Dal Positivismo Svevo riprende la tendenza ad utilizzare tecniche scientifiche e il rifiuto di qualunque punto di vista idealistico della realtà. Dalle teorie di Darwin assimila la tendenza a considerare il destino dell’umanità nella sua evoluzione di lotta per la vita. Da Schopenhauer desume la capacità di criticare gli autoinganni ovvero l’inconsistenza dei desideri umani, ma non accetta la proposta di una saggezza da raggiungere attraverso l’atarassia ovvero il soffocamento degli istinti vitali. Per Svevo Nietzsche è il critico dei valori borghesi, non il superuomo dallo spirito dionisiaco che segue i suoi istinti e le sue passioni e che non ha paura di fronte alle difficoltà della vita, anzi sa come affrontarle. Infine per Svevo Freud rappresenta un punto di riferimento nell’analisi dell’io e delle sue pulsioni, nello smascheramento delle soluzioni ideologiche con cui l’individuo giustifica la ricerca inconscia del piacere. Tuttavia non accetta completamente le teorie freudiane ovvero considera la psicanalisi come strumento conoscitivo insostituibile per l’individuo, ma la rifiuta sia come ideologia totalizzante della vita sia come terapia medica vera e propria. Nella Coscienza di Zeno il rifiuto della psicanalisi come terapia vera e propria conduce alla difesa dei cosiddetti ammalati rispetto ai sani; in altre parole per Svevo la nevrosi rappresenta la volontà di non rassegnarsi ai meccanismi della società che impongono disciplina ed obbedienza sacrificando così la ricerca del piacere e conducendo all’alienazione:

<<Io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione e ch’era una sciocchezza degna di un sognatore ipnagogico di volerla curare anziché persuadere. Io soffro bensì di certi dolori, ma mancano d’importanza nella mia grande salute. Posso ammettere un impiastro qui o là, ma il resto ha da muoversi e battersi e mai indugiarsi nell’immobilità come gl’incancreniti. Dolore e amore, poi, la vita insomma, non può essere considerata quale una malattia perché duole[1] >>.

Al cosiddetto uomo normale, perfettamente integrato nella società di massa, Svevo preferisce l’inetto capace di trasfondere nella letteratura i desideri che nella realtà sono repressi. Al momento della morte, avvenuta nel 1928, Svevo era ancora sconosciuto in Italia al grande pubblico affascinato da D’Annunzio. Svevo e D’Annunzio sono diametralmente opposti tra loro. Per D’Annunzio la letteratura è mera esibizione e richiede un registro linguistico aulico; invece per Svevo è introspezione e richiede uno stile ironico e vicino al parlato. Inoltre D’Annunzio esalta l’eroe che si erge sulle masse, Svevo privilegia gli inetti ovvero i disadattati sociali.

Pirandello, la maschera che sorride

Diversamente, ma solo in parte da Svevo, Pirandello reagisce alla non-unità della coscienza con l’umorismo; esso si configura come la conseguenza della fine della visione antropocentrica (che l’uomo non ha ancora compreso nonostante siano trascorsi tre secoli!) in seguito all’avvento della teoria copernicana nella società nella quale perciò non esiste più una verità oggettiva. Al suo posto troviamo una concezione relativista: non esiste più una netta distinzione tra idea e realtà per cui l’umorismo non propone valori assoluti né celebra eroi che ne siano portatori, ma evidenzia persone comuni spesso inette al rapporto con la società. L’umorismo evidenzia il contrasto tra forma e vita: l’uomo ha bisogno di autoinganni ovvero deve credere che la vita abbia un senso e quindi organizza la propria esistenza secondo leggi e convenzioni sociali. Ciò costituisce la forma dell’esistenza che, rallentandone il corso, produce la spinta delle pulsioni inconsce ovvero il desiderio di vivere al di fuori degli stereotipi. L’uomo, costretto a vivere nella forma, non è più un soggetto autentico e coerente con se stesso in cui persista un perfetto equilibrio tra pathos e ragione; è invece una maschera che recita la parte che la società gli ha assegnato. La maschera può sceglie l’adeguamento passivo alla forma oppure vivere ironicamente la spersonalizzazione tra forma e vita. Nel secondo caso interviene la metacognizione che, facendo avvertire al soggetto una distanza incolmabile tra se stesso e l’effetto delle proprie azioni ovvero tra l’uomo e la società, distingue l’umorismo dalla comicità. Il comico nasce dall’avvertimento del contrario ovvero dalla consapevolezza che una situazione o un individuo sono il contrario di come dovrebbero essere. Invece l’umorismo è il sentimento del contrario ovvero la metacognizione sul motivo per cui una situazione o un individuo sono il contrario di come dovrebbero essere:

<<Ma  se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come fa un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto piuttosto passare a questo sentimento del contrario[2]>>. L’umorismo non è espressione immediata delle passioni e dei sentimenti come nel Romanticismo né si fa portatore di un significato latente delle cose come nel Decadentismo.

La vita semplice, tra orgoglio e umiltà

Per Corazzini la malattia è un’esperienza che mette il poeta a contatto con la realtà accomunando la sua condizione a quella degli altri uomini. Secondo Corazzini la poesia non deve aspirare al sublime, ma alla realtà della vita. Nei suoi versi non troviamo sentimenti eroici, ma gioie semplici e tristezze comuni nelle quali si rispecchia la debolezza del poeta:

<<Le mie tristezze sono povere tristezze comuni,
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire[3]>>.

Corazzini privilegia uno stile umile e dimesso con un lessico che si apre al quotidiano. Alla vita concepita come opera d’arte di D’Annunzio si oppone quella di malato di Gozzano; alla ricchezza stilistica e tematica dannunziana si contrappongono schemi metrici circolari e motivi intimistici di Gozzano; all’orgoglio della poesia, vissuta da D’Annunzio come prodotto dell’individuo di eccezione, Gozzano risponde con la vergogna di essere poeta. Per Gozzano l’arte è solo una misera consolazione che non ripaga il poeta delle sue frustrazioni sociali ovvero il tentativo del poeta di sostituire l’arte alla vita risulta fuori luogo:

<<M’apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l’abbandono
per l’isole perdute nell’Atlantico;
ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico…
Quello che fingo d’essere e non sono![4]>>

In effetti per Gozzano la poesia non può trasmettere valori atti alla vita poiché riguarda un vecchio mondo oramai finito, pertanto il poeta può solo rivolgersi a se stesso.

3

[1] I.Svevo, La coscienza di Zeno, sta in P.Cataldi, E.Angioloni, S.Panichi, La letteratura e i saperi, dal secondo Ottocento a oggi, vol.III, G.B.Palumbo editore, Città di Castello (PG), 2015, p.488.

[2] L.Pirandello, L’umorismo, sta in P.Cataldi, E.Angioloni, S.Panichi, La letteratura e i saperi, dal secondo Ottocento a oggi, vol.III, cit., p.410.

[3] S.Corazzini, Desolazione del povero poeta sentimentale, sta in P.Cataldi, E.Angioloni, S.Panichi, La letteratura e i saperi, dal secondo Ottocento a oggi, vol.III, cit., p.506.

[4] G.Gozzano, La signorina Felicita ovvero La Felicità, sta in P.Cataldi, E.Angioloni, S.Panichi, La letteratura e i saperi, dal secondo Ottocento a oggi, vol.III, cit., p.513.

 

Immagine: Claude Monet, Tramonto a Venezia

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