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50 anni di studi per la creazione di una coscienza collettiva sul bene comune. Intervista a Alessandro Zuccari, direttore della rivista “Storia dell’Arte”.

di Valentina Spata | Chiose
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50 anni di studi per la creazione di una coscienza collettiva sul bene comune.

Intervista a Alessandro Zuccari, direttore della rivista “Storia dell’Arte”.

 

Nel 1969 Giulio Carlo Argan accetta di assumere, su proposta di Maurizio Calvesi, la direzione di una nuova rivista trimestrale di storia dell’arte. Erano i tempi “delle contestazioni”, delle dispute ideologiche e all’alba degli anni ’70 l’artista si faceva portavoce di istanze innovatrici. Argan, consapevole del clima culturale vigente, sottolineava nell’editoriale del primo numero che “La civiltà umanistica, in cui l’arte aveva una funzione assiale ha chiuso il suo ciclo”. Lo storico dell’arte avvertiva, forse anche, la necessità di un rinnovamento dei metodi applicati all’interno della disciplina…

In realtà Argan denunciava “la crisi” delle discipline umanistiche e soprattutto la fine della storia come modello supremo dell’agire umano, l’affermarsi di un nuovo ciclo dominato dalla tecnica e il tentativo di trasformare la storia in una sorta di scienza antropologica. Per questo invocava l’avvento di un metodo che, fatta salva l’importanza irrinunciabile del giudizio critico, lo fornisse di quel fondamento d’esperienza – così lo chiamava – che evitasse la costruzione di una falsa storia.

Il che non significava fare della storia una “scienza” con giudizi a priori, per dirla con Kant, ma salvaguardare al contrario quel peculiare “giudizio storico” che pur non essendo pronunciato sulla base di una determinata verifica scientifica si sa rapportare a una data situazione umana.
Potremmo dire che Argan intendesse sostituire alla dominante richiesta di una “informazione esatta, incontestabile, immediata, da toccarsi con mano”, propria della cultura tecno scientifica, la scientificità del “discorso storico”. Di qui la necessità di una storia culturale che occorre conoscere per valutare adeguatamente un fatto artistico. Come valutarlo? Appunto sulla base della conformità o meno alla cultura di cui comunque è parte, indagando le ragioni eventuali del suo portato innovativo o delle sue prese di distanza da una certa realtà di cui necessariamente è il prodotto.
In quel denso editoriale Argan invitava di fatto gli storici dell’arte a farsi carico di una spiegazione dei fenomeni artistici nella loro globalità, mettendone in evidenza i diversi nessi. E in risposta alla mentalità tecnica imperante chiedeva in sostanza di rinunciare alla tradizionale impostazione idealistica che prediligeva un giudizio artistico fondato su una presunta purezza e indipendenza dell’opera d’arte dalla cultura.

Maurizio Calvesi dopo la sua direzione (1992-2018) ha passato a lei il testimone. Che tipo di sfida comporta la gestione di una delle più autorevoli riviste dedicate agli studi storico-artistici in campo internazionale?

 

Maurizio Calvesi, insieme ad Augusta Monferini, ha dedicato energie intellettuali e finanziarie notevolissime, garantendo dal 2001 la continuazione di un progetto al quale aveva contribuito sin dai suoi esordi (non a caso il nome di Calvesi è onorato di una specifica menzione nell’editoriale di Argan). L’eredità della rivista che ho ricevuto è quindi senz’altro impegnativa, ma l’ho accolta volentieri ritenendo attualissimi i presupposti che ne avevano visto la nascita nell’ormai lontano 1969. Anche se il clima culturale è del tutto mutato – viviamo un’epoca certamente meno ideologica – rimane ancora valida la proposta di Argan nel dar vita a una  rivista che con le sue ricerche potesse restituire l’opera d’arte alla sua dimensione storica, mettendo in luce il “Dingvert”  (il valore della cosa) individuato non tanto nell’oggetto in sé ma nelle relazioni che lo hanno prodotto, quelle relazioni che il discorso storico è chiamato a ricostruire.

Su un piano meno teorico, occorre poi ricordare che le responsabilità di chi ha la direzione di una rivista di “fascia A” sono notevoli, considerandone il ruolo nella valutazione della ricerca accademica. Ci troviamo a selezionare un numero crescente di articoli che passano il vaglio del Comitato scientifico e vengono indirizzati a referees specialisti delle diverse aree. Dopo le prime correzioni il dialogo con l’autore e l’editore continua nel faticoso lavoro di editing con la ricerca di un impaginato che mantenga gli alti livelli qualitativi acquisiti dalla rivista nel corso della sua storia.

 

“Storia dell’Arte” ha appena compiuto cinquant’anni, un patrimonio di studi inestimabile per gli studiosi nel campo dell’arte e non solo…

 

In cinquant’anni la rivista ha pubblicato un migliaio di contributi, molti dei quali di studiosi internazionali. Dalle ricerche uscite in “Storia dell’Arte” sono nati i volumi di Maurizio Calvesi su Dürer, sul Polifilo e sul Caravaggio. Io stesso pubblicai nella rivista le mie prime indagini sugli Oratoriani e il loro rapporto con le arti, confluite anni dopo nel libro Caravaggio controluce.
Gli studi sul Merisi, alcuni dei quali sono stati pionieristici, continuano a costituire certamente uno dei filoni più rilevanti. Basti pensare che nel 1969 Giuliana Zandri pubblicò per la prima volta in “Storia dell’arte” la pittura murale del Caravaggio nel Casino Ludovisi. Vale poi la pena di menzionare il lungo saggio di Christoph Liutpold Frommel sull’inventario del cardinal Del Monte, quello di Luigi Salerno sulle opere giovanili del pittore, i rilevanti contributi archivistici di Luigi Spezzaferro, Stefania Macioce, Marco Pupillo, Francesca Cappelletti e Laura Testa.

Come dimostra il numero del Cinquantesimo la rivista ha riservato e continua a riservare un certo spazio  anche al Medioevo e soprattutto al contemporaneo.

 

Ci sono dei luoghi comuni, ancora oggi, da sfatare sul “mestiere” dello storico dell’arte?

Lei parla di mestiere e inevitabilmente rimanda a un’opera fondativa della storiografia del Novecento: Apologia della storia o mestiere dello storico di Marc Bloch, pubblicata nel 1949, vent’anni prima dell’uscita di Storia dell’Arte. Un testo che lo stesso Argan tiene nella sua scrivania mentre scrive quel suo primo editoriale. Bene, possiamo dire che non è ancora entrata nel senso comune l’idea di una “Storia dell’arte” come mestiere laborioso di ricucitura del senso tra presente  e passato, come sguardo critico verso l’azione umana che si svolge nel tempo e che chiede di essere esaminata al di là delle facili etichette. Mi pare che nell’immaginario del grande pubblico lo storico dell’arte corrisponda ancora al cliché di una personalità eccentrica o salottiera, che ha il privilegio di occuparsi di una materia tutto sommato superflua. La storia dell’arte è invece fondamentale, come sostenne Argan ed è stato dimostrato anche di recente, per creare una coscienza collettiva sul bene comune, sul patrimonio culturale come eredità di cui sentirsi responsabili a vantaggio delle propria generazione e di quelle future.

 

Per quanta riguarda gli studi sull’arte contemporanea, ritiene sia più complesso applicare lo stesso rigore metodologico rispetto agli studi sull’arte moderna?

Il magistero di Maurizio Calvesi e di altri grandi studiosi ha dimostrato che non esiste una vera cesura tra l’antico e il contemporaneo; in particolare il metodo iconologico applicato da diversi studi pubblicati nella rivista sin dai suoi primi anni, ci ha insegnato a ragionare sulle continuità, sui tempi lunghi della storia. Muoversi agilmente tra le manifestazioni artistiche delle diverse epoche non è da tutti, nondimeno è auspicabile che uno storico dell’arte non rimanga chiuso nella sua comfort zone, si direbbe oggi. Argan era tra quelli che affermavano la necessità di studiare il presente per comprendere meglio il passato, e non solo viceversa.

 

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