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Biscotti della fortuna

di Irene Chieli | Chiose, Libri
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Quando un professore di letteratura prende la penna in mano e si cimenta nel fare letteratura in prima persona, non è detto che il risultato sia equiparabile o equivalente al fascino delle sue lezioni o alla completezza della sua preparazione. Insegnare e studiare sono attività che richiedono un’attitudine diversa dallo scrivere e dall’inventare. La magia sta nel far in qualche modo sposare le parti – quella critica e quella creativa: e così succede in Biscotti della fortuna, il nuovo libro di Gabriele Pedullà, professore di letteratura italiana e comparata all’Università degli studi Roma Tre, nonché scrittore (di racconti: Lo spagnolo senza sforzo, 2009; e romanzi: Lame, 2017). Verrà presentata stasera, giovedì 27 febbraio alle ore 18, alla Casa delle Letterature in Piazza dell’Orologio 3, questa raccolta di racconti appena uscita per i tipi di Einaudi: con l’autore interverranno Angelo Guglielmi, Giordano Meacci, Emiliano Morreale ed Elisabetta Rasy, moderati da Maria Ida Gaeta.

Centonovantanove pagine, otto racconti e l’impronta di una penna matura, capace di creare una Weltanschauung misteriosa e inafferrabile, tesa ad affratellare personaggi e lettori. Nel bel viaggio che l’autore ci propone attraverso otto tappe – otto racconti come otto squarci differenti di mondo – tanti uomini e tante donne fatti di inchiostro sembrano non riuscire a star fermi sulle pagine, spinti dall’energia vitale a rompere la quarta parete per tornare ad assumere l’ancestrale forma tridimensionale: il vecchio Olindo, ruvido e testardo, rimarrà sempre sul ciglio della strada ad ascoltare don Antonio; il giovane Valerio continuerà a passeggiare sereno con Afet per il Père Lachaise; la vita e l’amore disperato di Elena resteranno in sospeso in eterno; le domande e le risposte di Claudia e Marcello non avranno mai soluzione; le vacanze in terra etrusca si rinnoveranno ancora ogni estate; la signora Huang accoglierà sempre gli ospiti alla Muraglia di Giada; il “nostro amico” custodirà – ormai in eterno – la sua identità; ed il re prigioniero, lui riuscirà mai ad evadere? Tante e diverse sono le umanità che vediamo vivere nelle – o meglio: fuori dalle – pagine, e tutte hanno molto da dire, ed in fondo, molto da condividere tra loro e con noi lettori – perciò saltano fuori dalle parole di cui sono fatti: per parlare a tu per tu con i loro simili in carne ed ossa. Coppie felici, coppie scoppiate, re prigionieri, anziani dalla ruvida sensibilità e uomini sconosciuti. La varietà e la diversità degli attori in scena disorienta il lettore: e questa è la sfida. All’interno di un disegno – di un destino – comune, gli abitanti di queste pagine rivelano di sé ciò che fatichiamo a rivelare di noi e ad ammettere di aver scoperto di noi nel mondo. Si tratteggiano otto prospettive da cui guardare un mondo – qualunque: sia quello mitico, sia quello influenzato dal terrorismo psicologico ed effettivo del 2001 o sia quello di ogni giorno – che rivela il suo disordine nell’ordine preciso di una casualità che si fa beffa dell’uomo e che, inclemente e imprevedibile, mette alla prova il personaggio come il lettore (che altro non è se non il protagonista di una vita forse non ancora scritta). E chi scrive non impone il giudizio perentorio di una condanna né di una derisione, e tantomeno fornisce le informazioni necessarie su come far difendere dalle incognite della vita i suoi personaggi. pedullà biscotti

Che, c’è da dirlo, personaggi comunque sono: per quanto la loro essenza sia fatta di luce e caos come la nostra, la loro nascita è sancita dalla sensibilità attenta di uno scrittore che maneggia magistralmente la propria energia creativa e parallelamente non dimentica di aver conosciuto quella dei grandi della letteratura. Così, ritrovare l’eco dei Dodici racconti raminghi di García Márquez (almeno le scene di L’aereo della bella addormentata e Le tracce del tuo sangue sulla neve in Rouge 89, insieme forse a qualche reminiscenza decontestualizzata del fantastico italiano di Verdinois) oppure una Parigi un po’ cortázariana, gli interrogativi comico-grotteschi à la Hawthorne o le identità misteriose e irrisolte vagamente palazzeschiane che nascondono il mistero della propria esistenza con la loro sola presenza, non dovrà stupire. Anzi, dovrà consolare: trovare qualcosa di noto e di familiare rassicura, soprattutto quando si ha in mano un libro che tutto dà – risate, delusioni, incertezze, domande, possibili prospettive – tranne che sicurezze, se non quella di non averne.

Ma c’è di più: i grandi maestri del racconto – Moupassant, Poe, Cechov, Verga, De Roberto, Landolfi e Pirandello, per citare qualche esempio – tra queste pagine rivivono nel compiacimento di aver affidato in buone mani la loro lezione – La lezione del maestro, potremmo dire citando un altro pilastro della short story come James. Finali ad effetto, climax ascendenti e finali negati, suspense, giochi di specchi, indizi disseminati nel testo: chi scrive lo fa portandosi appresso l’esperienza maturata da qualche secolo a questa parte dai migliori novellieri, riservandosi però il diritto di mescolare le carte a proprio piacimento, nel segno di un’originalità creativa mai stanca.

Il gioco, perciò, si fa anche strutturale: gli incipit in medias res, che appaiono così disorientanti, seminano in realtà gli indizi necessari affinché il lettore incameri informazioni e sia poi libero di scoprire da sé come muoversi tra le righe e tra le vite dei personaggi, mettendo insieme i tasselli, pagina dopo pagina, per comporre come un puzzle la vicenda del mondo. Esercizio maieutico, si potrebbe dire, e allenamento all’analisi di sé oltre che dei personaggi. Si potrebbe dire anche, però, che il paradigma inquisitorio presente in quasi ogni racconto è il segno tangibile di una strategia narrativa interna e di un messaggio più profondo: il lettore per capire a fondo la trama e ciò che si nasconde dietro ai personaggi, agli oggetti e al loro valore simbolico, deve compiere la sua attività di detective all’interno delle tecniche narrative prima ancora che all’interno della storia. “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”, si ripete con Poirot. Il che vale tanto per la finzione narrativa quanto per la strategia narrativa; ed è un grande atto di stima che l’autore firma nei confronti dei lettori: li accompagna senza guidarli, li sostiene senza sorreggerli. Li pensa autonomi e attenti. Abili a destreggiarsi tra le pieghe e le pagine di un destino beffardo, che replica la legge incontestabile e imprevedibile del caso – quello stesso caso che è racchiuso nei messaggi dei biscotti della fortuna.

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