L’epica universale del Meridione: “I fuochi del Basento” di Raffaele Nigro

di Roberto Falbo | Chiose, Libri
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Concretissimo, poderoso, corale. Raramente ci si imbatte in un romanzo del nostro tardo Novecento che abbia un’impalcatura narrativa così perfettamente riuscita. I fuochi del Basento di Raffaele Nigro, Premio Campiello e Premio Napoli 1987, non è il classico prodotto di tanta letteratura meridionalista, molto spesso stanca e vieta nella propria retorica, contorta nei propri luoghi comuni, nel proprio vittimismo senza sfogo, nella propria indolenza remissiva. Come la critica non ha mancato di mettere in luce (si veda a titolo di esempio l’introduzione dell’edizione Bompiani), il romanzo di Nigro è un esempio unico nel suo genere, in quanto non direttamente riconducibile a specifici e identificabili modelli di letteratura realista e meridionalista. Ad irrorare le pagine di Nigro, per sua stessa dichiarazione, sono infatti piuttosto altre istanze e altre voci del panorama letterario contemporaneo, in particolare quelle della letteratura sudamericana del Novecento (Guimares Rosa, García Marquez). Raffaele Nigro

Altra particolarità de I fuochi del Basento è la sua facies linguistica. Nigro non impiega mai il dialetto per i suoi personaggi ma utilizza invece una lingua italiana che ha molto spesso le cadenze, i ritmi e le armonie del dialetto. Il carattere ibrido della lingua del romanzo è inoltre accentuato dal cospicuo numero di regionalismi e di dialettismi che inondano dovunque il tessuto narrativo e non solo, come si potrebbe credere, gli episodi di ambientazione rurale.

Veniamo in breve alla trama. Ad attraversare le alterne e concitate vicende della storia del Meridione italiano tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo, dall’instaurazione della Repubblica napoletana alla conquista sabauda, è la famiglia Nigro. Dalla masseria di San Nicola, in quella che era un tempo la Lucania, i Nigro osservano, analizzano e infine entrano come protagonisti nelle intricate pagine del Regno di Napoli e delle sue succedanee quanto effimere interruzioni. Storia particolare che entra nella Storia universale, la vicenda dei Nigro è paradigmaticamente raccontata dall’autore senza dimenticare il mondo ancestrale delle campagne del Meridione. Non per denigrare o per guardare con sufficienza questo mondo, come certa analisi storica e giornalistica contemporanea, inconsapevole di secolari soprusi imperialistici e di secolare isolamento, continua a fare, né tanto meno per idealizzare le ataviche promesse di riscatto e la apparente calma bucolica del rus meridionale. In questo senso, con il suo cocente realismo e la sua straordinaria vicinanza agli aspetti storici, le pagine di Nigro sono senza dubbio più vicine a quelle di Ernesto De Martino che a quelle di Carlo Levi, di Corrado Alvaro o di Giovanni Verga. Raffaele Nigro presenta i personaggi della sua tragedia con profonda schiettezza, insistendo da un lato sulle particolarità specifiche e le specifiche vie esistenziali dei singoli attori del dramma, dall’altro sulla coralità permanente delle vicende umane intese nella totalità di storia personale e di Storia universale. Nigro evita in questo modo tanto i personalismi eroici quanto la compressione integrale dei personaggi nella massa generica dei vari schieramenti in campo, siano essi sanfedisti o liberali, contadini o sacerdoti.

Non condannando né assolvendo i protagonisti e le vicende storiche al centro del suo romanzo, Nigro non ha perciò interesse a gettare parole di fango o di lode sui voltafaccia borbonici, sulle superstizioni contadine, sulle ambiguità della risalita garibaldina nel Meridione. Con sguardo antropologico, Nigro fotografa e osserva lo spettacolo di intere generazioni che si amano, lottano, fuggono, cambiano casacca, covano violenza e ideali nel proprio cuore, nell’orizzonte ingenuo della costante metabolè politica e sociale. Dietro Carlantonio Nigro e il generale Filangieri, dietro il clero diviso tra sanfedisti e liberali, dietro le disperate bande di briganti e perfino dietro Ferdinando di Borbone si cela, per Nigro, la medesima realtà: l’essere umano, con il suo Dasein in precario equilibrio tra essere e identità, tra divenire e storia. Il tutto sullo sfondo delle splendide montagne della Basilicata, della Puglia e della Calabria, i loro fiumi e le loro forre, il mare e l’eterno canto del ciclo campestre.

Dei Nigro e della loro saga non resta che un ricordo prezioso da conservare nella nostra biblioteca, aldilà della polvere degli anni e delle miserie umane. Tutto il resto, come sembra suggerirci la chiusa del romanzo, è incolto abbandonato al demanio dell’eternità.

Roberto Falbo (Catanzaro, 1996), laureato magistrale in Filologia Classica all’Università di Pisa, è attualmente dottorando in Letterature, arti e media all’Università degli Studi dell’Aquila.

[La foto in evidenza è pubblicata in Creative Commons su Flickr]

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