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Roma. Le Leggi razziali e l’ottobre del 1943 nel libro dello scrittore arbëresh Calivà.

di Daniela Di Iorio | Ficcanaso
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Foto Mario Caliva
Foto Mario Caliva

In occasione dell’evento che si terrà presso la sede centrale della Società Dante Alighieri, il prossimo 13 febbraio in Palazzo Firenze, e che vedrà la presentazione da parte degli storici Andrea Riccardi e Agostino Giovagnoli, insieme all’autore del libro, Pier Luigi Vercesi, de “La notte in cui Mussolini perse la testa. 24-25 luglio 1943” (Neri Pozza), abbiamo cominciato con l’occuparci de “Le Leggi razziali e l’ottobre del 1943”, attraverso un lavoro dello scrittore arbëresh Mario Calivà, uscito il 23 gennaio per l’editore Besa Muci.

Il testo raccoglie testimonianze inedite e dirette degli ebrei romani sopravvissuti , nella capitale, alle persecuzioni dovute alle Leggi razziali fasciste del 1938.

Insieme alla vivida testimonianza degli ebrei, protagonisti delle interviste dell’autore, Calivà ha anche il merito di aver fatto una importante ricostruzione di quel momento storico, facendo emergere le storie singole delle famiglie, descrivendone le vicissitudini della quotidianità privata e pubblica: nelle relazioni personali, nel lavoro, scuola e istituzioni.

“Lo scopo del mio lavoro” spiega Calivà “è quello di costellare la storia dei grandi meccanismi con le trame personali e famigliari di chi ha vissuto sulla propria pelle le discriminazioni derivanti dalle Leggi razziali e il folle odio dei Nazisti dopo l’8 settembre 1943, quando invasero Roma”.

Di seguito alcune domande all’autore per cogliere meglio la genesi del libro:

Come mai lei, da arbëresh che vive in Sicilia, si è interessato a questo argomento?

L’interesse è nato durante i miei anni romani. Ho vissuto nella capitale per frequentare l’Accademia d’arte drammatica “Silvio d’Amico” di Roma e lavorare alla Redazione d Rai Cultura. Per circa un mese ho soggiornato in una casa del quartiere ebraico. Ogni giorno leggevo i nomi delle pietre d’inciampo, le quali mi spinsero a studiare le vicende che interessarono gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Perché quelle pietre erano sentinelle della memoria; riportavano nomi di persone a cui era stata estorta la vita. Pensai che fosse doveroso non dimenticare quello che successe durante quel periodo. Lo dobbiamo a tutta la gente il cui nome è scolpito in quelle pietre, e a tutte le altre, il cui nome, purtroppo, è rimasto sconosciuto.

Nel suo libro, quindi, vi è spazio sia per la storia che per la memoria?

Proprio così. La memoria svolge un ruolo molto importante, soprattutto per integrare alla storia maestra dettagli che altrimenti andrebbero perduti. Perché non dimentichiamo che la storia, con la S maiuscola, è successa agli uomini e, quindi è stata vissuta.

Cosa emerge dalle interviste alle famiglie degli ebrei sopravvissuti?

La speranza di salvarsi dall’odio. La ricerca di chi aveva conservato ancora un briciolo di umanità. Molti ebrei furono aiutati da molti religiosi e trovarono posto nei collegi e nei conventi. Un ruolo importantissimo lo ebbe anche la Resistenza, grazie alla quale, la quasi totalità degli ebrei ricevette documenti falsi e supporto di ogni tipo.

Chi sono le persone nella foto di copertina del libro?

Giorgio Ajò, in mezzo ai suoi genitori. Giorgio è stato uno dei pochi bambini ebrei ad aver frequentato la scuola sotto falso nome, sotto il regime della Repubblica Sociale Italiana. Poiché dopo l’occupazione nazista di Roma, lui e la sua famiglia riuscirono a fuggire e trasferirsi ad Agello, in Umbria, dove solo il parroco era a conoscenza della loro identità. Da alcuni mesi Giorgio ha avviato l’istruttoria affinché il parroco possa essere riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” dallo Yad Vashem.

Cosa hanno in comune gli ebrei e gli arbëreshë?

Sicuramente la tenacia e la costanza nel tramandare le proprie specificità culturali. La mia comunità di origine, Piana degli Albanesi, è stata fondata nel 1488 da un gruppo di esuli albanesi che lasciavano l’Albania a seguito dell’invasione turca nei Balcani. Ancora oggi, dopo 532 anni, manteniamo le nostre caratteristiche identitarie, in primo luogo la lingua anche grazie alla poesia e al Teatro Arbëresh di cui sono milite e autore. Tutto questo sempre nell’ottica dell’apertura nei confronti delle altre culture. Perché gli arbërëshë credono nello scambio culturale, che rappresenta sempre un’opportunità.

Progetti futuri?

A breve sarò a Zurigo e in Lussemburgo, invitato al prestigioso Salone Internazionale del Libro per leggere il mio monologo dal titolo “Nostalgjia”. Una drammaturgia il cui fine è quello di cogliere la tristezza degli arbëreshë che più di cinquecento anni fa lasciarono la propria Terra Madre alla ricerca di un nuovo luogo dove fosse possibile rimanere se stessi.

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