fbpx

Fellini e gli aggettivi del cinema

di Valeria Noli | Chiose
Condividi su

Esotico, onirico e poetico, profondo e inquieto, ossessionato e geniale: Federico Fellini compirà 100 anni il 20 gennaio 2020. Dalla poesia malinconica dei suoi film sugli emarginati, passò al disincanto della Voce della Luna, un film “senza sentimenti” dove Paolo Villaggio teme che i vicini possano contagiargli “l’orrenda malattia della vecchiaia”.

Fellini ha anche creato gli incubi di Amarcord, indagati da Peter Bondanella: qui il regista “non dà allo spettatore la facile opportunità di scrollarsi di dosso il proprio passato mostrando un’immagine di fascista con la camicia nera e stivaloni assetato di sangue”. Sarebbe stata un’immagine consolante quella della cattiveria che indossa una divisa e diventa più facile da individuare e combattere. Ma il male non è discreto e il regista l’ha dimostrato evidenziando le contraddizioni dell’identità italiana, quando il fascismo storico era solo un aspetto della vita di persone comuni. Questa banalità del male chiama in causa l’Italia di oggi, dove il razzismo e la xenofobia sono diffusi e i superstiti della Shoah devono girare con la scorta perché hanno bisogno di essere protetti. Il pensiero corre alla data del 27 gennaio, Giorno della Memoria, leggendo queste parole del regista: “Certo, il fascismo di Amarcord non è esaminato dal di fuori, restituito e rappresentato attraverso prospettive ideologiche e ricognizioni storiche, [ma] si è intessuto, diramato anche nelle zone e negli aspetti più privati della vita”.

Conosciamo momenti della vita privata di Fellini (è impossibile conoscere l’intera vita di qualunque uomo) grazie alla biografia ufficiale realizzata da Tullio Kezich. Fellini restò lontano dalle mode e se il grande pubblico non lo ha amato abbastanza anche alcuni critici hanno trattato i suoi lavori con diffidenza. Attraversando ermetiche introspezioni psicologiche, mettendo insieme idee, colori, fatti della storia, cultura popolare e di massa con la pensosa malinconia di un circense, la regia felliniana era più vicina a Tarkovskij o Kubrick che alle forme più popolari dell’intrattenimento compulsivo.

Filippo Sacchi, su “Epoca”, aprì in questo modo il suo articolo sull’uscita di : “Per piacere, una corda e un nodo scorsoio. Domando di essere impiccato anch’io come Fabrizio Carini, l’intellettuale ipercritico di Otto e mezzo. Perché confesso che non sono riuscito a capire il capolavoro”. Chissà se questi commenti sono confluiti tra le inquietudini del regista o sono rimasti sullo sfondo di un suo pensiero più grande: “Dopo la guerra dominava il sentimento della rinascita, della speranza: tutto il male era finito, si poteva ricominciare. (…) Adesso questo manca del tutto: c’è soltanto il sentimento d’un buio in cui stiamo sprofondando”.

Il passato per Fellini era una messa in scena, «come un vero e proprio repertorio»; ma non era un sogno, come spiega qui Gabriele Gimmelli. Connotazioni orrorifiche sembravano scorrere tra le immagini e sotto le mentite spoglie della rêverie.

Si dice che Fellini odiava la psicanalisi. Kezich sosteneva essersi trattato di una brutta esperienza con un analista freudiano. Venne poi seguito da Ernst Bernhard, junghiano, che di fascismo se ne intendeva: fu internato nel campo di Ferramonti di Tarsia, dove oggi un Parco Letterario porta il suo nome.

Naturalmente Fellini era felliniano anche nel senso più comune del termine. Giovanni Grazzini sul “Corriere della sera” sempre nel 1963 e sempre su , così ne parla: “ormai le sue visioni sono un grido. Ormai egli proietta tutti i suoi dubbi morali su uno schermo magico, che assorbe la confessione nella visione, senza il consueto tramite della introspezione, ma il lampo gli parte dal profondo dell’essere”. Un lampo capace di raccogliere “la frondosità, l’eccesso di simbolismo, le ridondanze, tutto quanto c’è di floreale” nella cifra stilistica “di un artista ossessionato, che non vuole staccarsi dal magma che gli bolle dentro” e rinuncia a organizzare e ordinare la materia del suo racconto, “irridendo alla propria ambizione”.

L’irrisione, lo sberleffo facevano anch’essi parte della natura di un uomo che volle raccontarsi così: “Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Ne sono lusingato. Cosa intendano gli americani con “felliniano” posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. Ecco, fregnacciaro è il termine giusto”.

 

Fonti: DoppioZero  |  Archivio Federico Fellini
Nell’immagine, Fellini, Mastroianni e Loren sul set di 8 1/2

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

due × 2 =