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Italo Svevo, le opere minori e la sua lingua

di Andrea Ciarlariello | Chiose, Ficcanaso
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Di Italo Svevo, lo pseudonimo che Aron Hector Schmitz, triestino, ha deciso di attribuirsi a testimonianza della sua doppia identità culturale, italiana e tedesca, tutti conoscono le opere maggiori: Una vita, Senilità e l’arcinota Coscienza di Zeno. Non mancano certo questi titoli all’Edizione Nazionale della sua opera, pubblicata da Edizioni di Storia e Letteratura, ma assurgono a dignità di oggetto di indagine critica letteraria anche gli scritti giornalistici, i saggi postumi, gli appunti sparsi e le pagine autobiografiche, raccolte nella IV sezione della collana. Il volume, curato e introdotto da Brian Moloney, vanta anche un apparato critico preziosissimo ad orientare il lettore attraverso i testi e in collegamento con le altre opere di Svevo. Le note ai testi sono state curate da Nicoletta Staccioli.

Alla presentazione al pubblico di mercoledì 12 dicembre presso l’Accademia Nazionale dei Lincei a Palazzo Corsini (Roma), introdotto dal saluto del vicepresidente dei Lincei, il prof. Roberto Antonelli, sono intervenuti la prof.ssa Maria Luisa Doglio e il prof. Giuseppe Antonio Camerino.Lincei svevo

La prima, emerita dell’Università di Torino, e alleva di Giovanni Getto, ha coltivato negli anni il suo interesse per il ‘600 e per il Barocco, per la letteratura religiosa, per quella femminile e per i maestri del ‘900, tra cui Svevo. Il secondo, emerito dell’Università del Salento, con l’attivo varie esperienze all’estero (Gastprofessor presso l’Università di Heidelberg (Germania) e Visiting Professor presso l’Università di Hull (Regno Unito), esperto conoscitore della letteratura di Petrarca, Machiavelli, Parini e altri.

L’introduzione del Prof. Luca Serianni, linguista, emerito della Sapienza, Accademico dei Lincei e Vicepresidente della Società Dante Alighieri, ha posto l’accento sulla questione della lingua di Svevo. L’italiano è per l’autore una lingua conquistata, a cui arriva, faticosamente ma con molto impegno dopo una vita in tedesco, lingua madre, in francese, lingua veicolare della cultura europea del tempo, in inglese, lingua imparata, per interessi professionali, nientemeno che da James Joyce.

Proprio sulla lingua Svevo poneva grande attenzione; lo testimoniano le due edizioni di Senilità – la nuova stesura del 1927 è molto diversa da quella del 1889 – e il fatto che si avvalesse in alcuni casi di ‘consulenti’ affinché il testo fosse rivisto e perfezionato.

Il ritratto di Svevo che è uscito dalla conferenza è ricco di particolari, che ne descrivono meglio il profilo: dai diari si ricostruisce la sua famigliare ma anche il suo impegno per emergere come scrittore – cosa che gli riuscirà grazie al contributo di Montale che ne favorì la circolazione in Francia e poi in Italia – nonostante non fosse letterato di professione; la rivendicazione della sua origine ebraica; un diffuso impegno pacifista che stona con le posizioni dei maggiori intellettuali del tempo – si pensi alle coeve dichiarazioni, e azioni, di d’Annunzio; il rapporto ribaltato con Joyce, generalmente ricostruito come unidirezionale dal secondo verso il primo ma che andrebbe riletto in un’ottica di interscambio profondo che lascia entrambi arricchiti.

Gli scritti minori, in sostanza, vengono in aiuto del critico attento per ricostruire il profilo di Italo Svevo e della sua opera.

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