L’urbanistica del sogno: sulle Città invisibili di Calvino

di Roberto Falbo | Chiose, Libri
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Lo scorso mercoledì all’Università dell’Aquila io e i miei nuovi colleghi di dottorato abbiamo presentato al collegio docenti i nostri progetti di ricerca. Nel corso dell’esposizione multimediale del proprio progetto, avente come obiettivo una nuova interpretazione del patrimonio culturale in un’ottica crossmediale, un mio collega ha ripreso e commentato una nota citazione de Le città invisibili (1972) di Italo Calvino. Ho avuto un sussulto e una sensazione di perplessità incombente non appena ho sentito nominare questo romanzo. Se non altro, perché lo avevo appena finito di leggere – in un’ingorda fusione erotica io-pagina dalla durata di poche ore – nel viaggio che mi aveva portato da Pisa a L’Aquila. Viaggio costituito da due parti (parte prima: Frecciabianca Pisa-Roma Tiburtina; parte seconda: pullman Roma Tiburtina-L’Aquila), ben poche e certamente meno allettanti rispetto alle molteplici direttrici del percorso immaginario del narratore e co-protagonista dell’opera di Calvino: Marco Polo. Confesso inoltre che la mia sorpresa per questa coincidenza è stata ingigantita dal fatto che queste pagine di uno dei più grandi autori del nostro secondo Novecento mancavano da sempre dal bagaglio delle mie numerose letture. Conoscere e a maggior ragione apprezzare tutti i testi di tutti gli autori di tutte le epoche della storia umana è impresa utopistica, sciocca ed inutile e tuttavia l’assenza de Le città invisibili nella mia biblioteca fisica e spirituale è stata una colpa che per lungo tempo ho covato nella mia formazione e portato come peso sulle mie spalle. Le città invisibili

In questo romanzo Calvino offre una preziosa impalcatura di metodo per costruire una narrazione fantastica degna di abitare nel pantheon della grande letteratura onirico-urbanistica. Ecco allora che i racconti di Marco Polo al grande Kublai Khan sulle mirabilia di città inesistenti ai quattro angoli dell’impero dei mongoli convivono con i labirinti di Borges, la topografia delle avventure di Odisseo, i percorsi di solitudine di Kafka. Le città invisibili mostra un ventaglio di opportunità in cui ritrovarsi o retrocedere, alimentare con la fiamma del proprio desiderio o desistere per la miseria della propria indifferenza: città tra cielo e terra, città disabitate, città troppo vere o troppo false, città di nebbia o di ferro, città amate nell’anarchia o odiate nell’ordine, città povere, città di linguaggi e di segni mai conosciuti. Le città che Calvino propone in questo libro non sono gravide di dettagli, hanno mappe non troppo elaborate, storie sintetiche da raccontare a chi ha il cuore e il tempo per ascoltarle. Sono città-simbolo di tutte le età del mondo, di tutti i desideri e i sentimenti degli uomini, caleidoscopio autentico di ironia a cui abbeverarsi per evadere un po’ dalla monotonia e dal grigiore dei giorni, per ritornarvi poi a capofitto e colorarne – se possibile – almeno i lembi, le zone periferiche.

La velocità con cui ho consumato questa storia si inserisce nel solco dei grandi cambiamenti che nel giro di poche settimane hanno investito la mia giovane vita. Sono salito sul primo treno, ho attraversato di corsa la burocrazia del primo concorso, del primo vero confronto con la vita adulta. Non posso che essere grato alla grande letteratura per avermi accompagnato in questi mesi successivi alla laurea: Romain Gary, Luis Sepulveda, Thomas Bernhard, Leonardo Sciascia. In coda, come bastione aurorale per questa nuova fase della mia vita, le pagine di Italo Calvino, che non deludono mai. Spero di aver espiato abbastanza la colpa di non aver letto prima una delle sue opere migliori, credo di aver nuotato a sufficienza nell’Acheronte della mia purificazione letteraria. Ma questa, come direbbe Michael Ende, è un’altra storia.
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