“I cavalli di Monsignor Perrelli”: il 25 ottobre, la prima teatrale a Napoli

di Valeria Noli | Chiose
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Tra 25 e 27 va in scena al Teatro Sannazaro (Napoli), e poi poi all’Augusteo dall’8 al 17 novembre,

I cavalli di Monsignor Perrelli

scherzo in musica in due tempi.

(P. Barra e L. Lambertini)

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Meneca PEPPE BARRA

Monsignore PATRIZIO TRAMPETTI, madre ENRICO VICINANZA, padre LUIGI BIGNONE

scene CARLO DE MARINO, costumi ANNALISA GIACCI, musiche GIORGIO MELLONE

regia LAMBERTO LAMBERTINI

Lo spettacolo nacque nel 1991, e fu il primo, dopo dieci anni di creazioni, senza Concetta Barra, sofferente del “fuoco di Sant’Antonio”. Unici interpreti Peppe Barra e Patrizio Trampetti. L’intento era quello di presentare al Festival di Benevento un buffo duello teatrale, raffinato e popolare, tra due attori molto amici, che avevano anni di consuetudine a tenere insieme la scena.

note di scena 

La decisione di riproporre questo spettacolo nasce dal desiderio di Peppe Barra e Lamberto Lambertini, dopo troppi anni di separazione, di lavorare nuovamente insieme. La scelta cade sul “Monsignore!”, perché questo giocoso atto unico è ancora una intatta materia prima, per una rinnovata messa in scena. Uno scherzo in musica, in due tempi, nello stile comico ed elegante della commedia all’antica italiana. Una prova d’amore verso l’arte del teatro, luogo rituale, dove l’Attore, immerso nel suo mondo, come un pesce nel suo acquario, possa trasformare, complice il pubblico, il suo talento e i suoi incubi in un sogno condiviso. L’epoca è quella di Ferdinando IV di Borbone. Monsignor Perrelli, qui interpretato da Patrizio Trampetti, è un uomo di chiesa, ma anche un eccentrico uomo di scienza, che spiattellava invenzioni stupefacenti, al limite della cretineria, che sono diventate il corpo leggendario della vita di quell’involontario portatore sano di pura, infantile follia, che racchiudeva, nel bene e nel male, le caratteristiche dell’aristocratico campagnolo al tempo del Borbone. In questo spettacolo viene messo in contrasto, con Meneca, la sua fedele perpetua, vittima rassegnata delle sue stramberie, interpretata da Peppe Barra, travestito da donna per la prima volta dopo i tempi della Gatta Cenerentola, la quale, stremata dalle continue imbecillità del suo padrone, si sfoga a tu per tu con il pubblico in sala, con irresistibili monologhi. Ma, come accade in ogni coppia che si rispetti, continuerà ad accudirlo con le sue amorose attenzioni, tenendolo al laccio con la sua arte culinaria di schietta tradizione campana. Monsignore ha la testa tra le nuvole, Meneca ha i piedi per terra, due esseri distanti e vicinissimi. Oltre ai due protagonisti, Peppe e Patrizio, complici fin dagli anni settanta di spettacoli colti e popolari, vi saranno altri due attori/cantanti, Luigi Bignone e Enrico Vicinanza, che dopo essere apparsi, nella prima scena, come incubo del Monsignore, nei panni del Padre e della Madre, nell’antico giorno della sua nascita, interpreteranno, coppia fantasmatica, godibili intermezzi canori, con arie famose o dimenticate che affondano nel labirinto della nostra memoria. Le scene di Carlo Demarino, con il Vesuvio che incombe, fumante ed eruttante, dal balcone della villa, i costumi, ricchi e giocosi di Annalisa Giacci, e le musiche originali di Giorgio Mellone, rimandano scherzosamente a quell’ottocento, quando la vita, come molti amano credere, scorreva leggiadra e serena, nel profumo appagante del mare, degli agrumi, del cibo e nella dolce melodia delle canzoni. Uno spettacolo per grandi e per piccini, con una sottile vena di malinconia, ma senza rimpianti del passato, semmai del futuro.

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appunti di critica 

(E. Fiore, F. Quadri, R.Sala, G. Serafini, G. Geron)

Peppe Barra, in elegantissima veste da camerino, reggendo tra le mani lo specchio del trucco, canta, sommesso, ad apertura di sipario, sul filo d’una musica sognante; e in quella sequenza struggente sospesa tra il pubblico e il privato, senza dubbio uno dei segni più intensi, commossi e commoventi del teatro degli ultimi anni, si riassumono tutti i temi formali di questo spettacolo…

In un dialogo di squisita napoletanità, Barra e Trampetti sono testimonianza di un genere anacronistico, la prova d’attore, cui negli ultimi anni troppi incapaci sono tornati con esiti disastrosi. Barra e il suo gruppo stanno dalla parte di coloro che hanno carpito i segreti della scena e tengono a mantenerne vivo il fuoco…

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E’ facile allora intuire che cosa sia capace di fare, all’interno di una dimensione del genere, nei panni di Meneca, il bravissimo Peppe Barra, il quale, oltre alle note e straordinarie doti tecniche ed espressive, qui mette in campo un’ironia crudele, da bambola piena di fiele, impedendo alla memoria di trasformarsi in sterile nostalgia…

E proprio non si potrebbe immaginare un modo più intelligente e felice di questo escogitato da Lamberto Lambertini per rendere il nonsense delle affermazioni attribuite a Perrelli. Il tendere della prosa verso il canto significa anche agganciarsi alla dimensione di un puro gioco teatrale che, neutralizzando qualsiasi tentazione d’indagine storica, diventa memoria affettuosa, e percorsa da una lieve e a tratti malinconica poesia di un’epoca e di una cultura e di una tradizione scomparsa…

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Peppe Barra sembra uscire continuamente dal suo personaggio, per osservarlo dall’esterno, eppure lo ha cucito addosso come una seconda pelle. Ed egli è così con- vincente, che quando udiamo una signora, nella fila davanti alla nostra, chiedere al marito se Barra, in una scena esilarante, rida davvero, ci rendiamo conto che il massimo dell’artificio del teatro si è compiuto…

Se Peppe Barra è a dir poco strepitoso negli abiti muliebri della vociante Meneca, la rivelazione dello spettacolo risulta per altro Trampetti, bravosamente invecchiatosi nel ritratto di un campione dell’assurdo ante litteram. Patrizio Trampetti ci propina in abito talare nonsensi fondati sull’interpretazione più letterariamente lapalissiana delle cose. Non smette il candido prelato di sperimentare invenzioni disarmanti, né di seminare catastrofi: moriranno infatti i suoi due cavalli nutriti d’acqua, e morirà lui stesso quando, credendosi incinto a causa di una pancia prominente, per abortire si butterà dalle scale.

 appunti di storia patria

Ogni paese ha creato un suo proprio tipo a personificare la stupidità: Milano ha Giordano, Roma ha Cassandro, Firenze ha Stenterello, Napoli ha Monsignor Perrelli. Cosi scrisse Alexandre Dumas. Alcuni Napoletani ancora dicono: Mi hai preso per i cavalli di Monsignore? I cavalli che morirono di fame, quando stava loro insegnando a campare di solo acqua “Che peccato… proprio adesso che si erano abituati!”.

La scoperta che il mare è salato, perché ci sono milioni di alici salate. Eccetera, eccetera. Il popolo ha attribuito al Monsignore mille stramberie, perché ormai appartiene al mondo popolare, per questo fu subito catturato dal teatro napoletano e dal cinema che ne derivò. Tuttavia Monsignor Perrelli è realmente esistito. Pensate che Ferdinando IV, re Nasone, ogni mattina chiedeva: Cosa è uscito ieri dalla bocca del nostro Monsignore?

Era per cominciare in allegria la sua noiosa giornata. Così è potuto accadere che ogni scempiaggine che arrivava a corte, veniva attribuita a Monsignor Perrelli, anche dopo la sua morte. Croce fu il primo a studiarlo, a scovarlo. Molti altri ne scrissero, ma nessuno poté competere con le pagine bugiarde e appassionate del “Corricolo” di Alessandro Dumas.

 

 

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