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Salvo Licata: radici e ali del teatro popolare siciliano.

di Alessio Arena | #SLIM19, Ficcanaso
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Salvo Licata
Salvo Licata

In occasione della XIX edizione della Settimana della Lingua italiana nel mondo, il cui nome è “L’italiano sul palcoscenico”.

L’argomento di cui ho scelto di scrivere è molto raro negli studi di storia del teatro. Salvo Licata è infatti un autore poco studiato ma così importante che ho trovato giusto farlo conoscere a chi non lo ha mai sentito nominare. Per farlo, ho fatto riferimento alle fonti fornitemi dalla figlia Costanza, e dalla storica del teatro Anna Sica*(nota a piè di pagina), docente presso l’Università degli Studi di Palermo.

Salvo Licata è stato un giornalista e scrittore palermitano particolarmente prolifico: ha scritto poesie, teatro e prosa, facendosi continuatore – come scrive Anna Sica in ‘Poesia e politica nella drammaturgia di Salvo Licata’ – di una tradizione orale antichissima, ovvero quella dell’Improvvisa siciliana, fondata su canti, pantomime e storie che si tramandavano da secoli oralmente nei quartieri popolari di Palermo.

Licata seppe esaltare la lingua italiana e il dialetto siciliano parlati nei quartieri della sua città, studiando e osservando quotidianamente tutte le sfaccettature culturali di un contesto popolare in cui era immerso fin dalla nascita. L’eterogeneità culturale di Palermo, che risale alla fondazione della città, che fu sempre un porto accogliente, affascinò Licata tanto da spronarlo ad esaltarla nelle sue opere letterarie. Tra queste vi sono le canzoni e le liriche del Codice Levi; opere teatrali come L’Urlo del Mostro, con Mimmo Cuticchio, Cagliostro dei Buffoni, Ohi Bambulè, La Ballata del sale, e poi Il mondo è degli sconosciuti (2004), Storie e cronache della città sotterranea (2013) e il celebre Poemetto per Falcone e Borsellino. Ne Il trionfo di Rosalia «ripropose il mistero popolare», scrive Sica, combinando in forma drammatica due canti settecenteschi propri della tradizione orale. Fu un attento studioso delle tradizioni popolari siciliane e della poesia popolare. Da giovane studente, infatti, era solito studiare i testi dell’antropologo Giuseppe Pitrè e di Giuseppe Cocchiara presso la biblioteca della Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Palermo. Si pose in continuità con questa tradizione, comprendendo l’importanza di quella cultura popolare che Pasolini, come anche Dario Fo, riteneva l’espressione più pura e sincera dell’animo umano, scevra da ogni alienazione imposta dall’epoca contemporanea.

«Nel lirismo della tradizione popolare – scrive ancora Sica – egli trovò la misura e il modo per denunciare le barbarie mafiose che attanagliavano le classi sociali emarginate della città di Palermo, a sua volta emarginata dal contesto nazionale ed europeo per effetto di quel “male mafioso” che appariva endemico». Il suo impegno culturale fu sempre associato alla lotta alla mafia e al suo impegno politico contro ogni tipo di malaffare e corruzione. La figlia Costanza, attrice e musicista, che promuove con dedizione l’opera di Licata mettendo in scena i suoi spettacoli, ha condiviso con me alcuni ricordi del padre. Durante il Ventennio, era solito affrontare a viso aperto i fascisti che spesso si riunivano sotto casa sua per picchiarlo. Scrisse per il giornale L’Ora, il Giornale di Sicilia e Il Diario, denunciando sempre i soprusi della criminalità organizzata e del regime fascista.

A lui si deve la riscoperta della produzione del poeta Peppe Schiera, che visse durante la Seconda Guerra Mondiale e rimase ucciso sotto i bombardamenti. Licata affidò la recitazione di alcune Invettive di Schiera all’attore Giorgio Li Bassi, che iniziò a recitarle abitualmente presso il teatro politico dei Travaglini diretto da Licata. Sica ritiene che Licata rese possibile il rinnovamento del teatro siciliano del secondo Novecento, diventando il modello di autori come Franco Scaldati, Emma Dante e Ciprì e Maresco, in cui si può riconoscere l’estetica del teatro di Licata, che non temeva di rappresentare con sincerità il proprio tempo, presentandone esplicitamente anche l’aspetto grottesco. Licata riprese, in chiave colta, come scrive Sica, la tradizione orale del teatro vernacolare siciliano, facendone la base del proprio teatro e della propria sperimentazione. Fu sempre orgogliosamente comunista, ma superò le indicazioni del Partito, rivelandosi l’espressione più sincera dell’intellettuale organico, definito da Antonio Gramsci.

Licata «aderì al contesto politico della cultura di sinistra, che professava il recupero dei regionalismi, pianificando un programma di valorizzazione delle tradizioni folk-popolari rintracciabili ancora nelle periferie in seguito allo spopolamento delle zone rurali e al processo di industrializzazione del Paese», come si legge ancora nel testo di Anna Sica, ma andò anche oltre, rintracciando «nel passato e nell’arte le radici di un’identità sociale e culturale che doveva ricostituirsi». Ciò che colpisce è la capacità di Licata, alla stessa stregua di altri autori del teatro italiano contemporaneo come Franca Rame e Dario Fo, di fare dell’ironia uno strumento per evitare la catarsi del pubblico, al fine di spronarlo a interiorizzare le tematiche delicate che gli venivano sottoposte in teatro, imponendogli di prendere posizione, di rifiutare ogni approccio omertoso, distaccato e superficiale.

La figlia Costanza mi ha raccontato che il padre soffriva di una malformazione congenita al cuore, che avrebbe imposto il trapianto, per permettergli di sopravvivere. Licata si rifiutò sempre di sottoporsi a tale intervento, nonostante le sollecitazioni del medico. Quando questi gli disse chiaramente che, se avesse mantenuto tale posizione, sarebbe morto, Licata rispose: “E muoio. Chi se ne frega?”.

Salvo Licata morì nel 2000 all’età di sessantatré anni, lasciando un patrimonio culturale di immenso valore, ereditato dagli autori contemporanei siciliani prima citati, ma riscontrabile tuttora anche nella voce di quella Palermo, consapevole della propria storia culturale, risoluta contro ogni forma di ambiguità, di malaffare e di compromesso morale. Le innovazioni di Licata hanno segnato il teatro siciliano del Novecento, gettando le basi della progressiva riscoperta del teatro popolare e di una nuova sperimentazione su questa tradizione.

*Anna Sica, Poesia e politica nella drammaturgia di Salvo Licata, in “La Biblioteca Teatrale”, gennaio-giugno 2015.

*Alessio Arena conduce La biblioteca di Babele, rubrica di lingua e cultura italiana trasmessa dalla Radio Nazionale argentina. Scrittore e poeta, è anche collaboratore della sezione “lingua italiana” della Treccani; ha pubblicato, ad oggi, sei libri: cinque raccolte di poesie e un saggio. Alcune sue opere sono state tradotte in spagnolo e in arabo, e ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale, tra cui “Salvatore Quasimodo”, “Virgilio Giordano”, “Italia Giovane” e “Philosophique Poetica International Award in Literature”.

*Nell’immagine in evidenza il Teatro Massimo Vittorio Emanuele, meglio noto come Teatro Massimo, di Palermo.

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