I sassi del Ghetto di Roma e il sabato nero

di Valeria Noli | Chiose
Condividi su

Il razzismo è un triste fenomeno, radicato lungo tutta la storia del genere umano. Continua ad affacciarsi sulle umane vicende come “razzismo 2.0”, nell’aggressività fisica e verbale, tra bullismo e discorsi d’odio, o meglio “hate speech”. La locuzione inglese è più ampia di quella italiana, indica oltre al parlare anche «tutte quelle modalità espressive della persona che ledono la dignità umana».

Alimento della persecuzione antisemita, il razzismo ha aspetti attuali di cui abbiamo già parlato con Stefano Pasta (Razzismi 2.0: cosa facciamo con le parole?) e che si manifestano anche con cyberbullismo e fake news. La Dante se ne è occupata con il progetto Nel mezzo del cammin di nostra scuola tra 2016 e 2017.

Ogni aggressione somiglia al lancio di un sasso, ma le pietre d’inciampo – come quella della copertina di questo articolo, come i sanpietrini delle strade, come quelle dei muri – preservano la memoria di uno dei capitoli più dolorosi della storia del Novecento.

Il rastrellamento del Ghetto di Roma 

Sono passati 76 anni dal “sabato nero”, quello del 16 ottobre 1943 quando la Gestapo strappò centinaia di ebrei dalle loro case nel Ghetto di Roma per poi deportarli. Un anno fa, tra 24 e 25 ottobre 2018, è scomparso anche Lello Di Segni, l’ultimo sopravvissuto tra gli ebrei rastrellati nel 1943. Il Presidente della Dante Andrea Riccardi ha dichiarato in quell’occasione che  “La memoria della Shoah è uno dei fondamenti della nostra civiltà, non c’è futuro senza memoria”.

La memoria corre ancora più indietro, al 1938 quando il governo fascista promulgò le leggi razziali, aprendo il percorso che per molti ebrei romani si sarebbe concluso con la deportazione nei campi di sterminio nazisti. Quelle leggi cambiarono tutto e così bambini e adulti, anziani e lavoratori, pensionati e donne, insomma tutti gli ebrei italiani videro la loro identità cancellata. Sparirono i loro nomi dagli elenchi telefonici, tra i necrologi sui giornali, gli fu impedito di associarsi e di farsi pubblicità: non potevano più lavorare. Diventarono “invisibili”, ma i loro nomi erano raccolti in una lista, che in molti casi ne avrebbe deciso la sorte.

«Si è discusso a lungo, in sede storica, su quest’atto discriminatorio di Mussolini: un’imitazione cedevole del sistema hitleriano o una scelta dettata dalla logica del regime? Le leggi razziali, con il loro risvolto antisemita, hanno avuto in Italia un “carattere blando” dovuto essenzialmente a un tipo di razzismo “perbene” rispetto a quello nazista? Gli italiani sono stati davvero antisemiti o piuttosto spettatori passivi della politica mussoliniana?» Riprendiamo questi interrogativi dal libro La resistenza silenziosa. Leggi razziali e occupazione nazista nella memoria degli ebrei di Roma (a cura di Marco Impagliazzo, Guerini e Associati, 1997).

Per non perdere la memoria

La Dante ha organizzato più iniziative sulla storia di quegli anni. Due convegni storici, il 29 ottobre 2018 (La cultura italiana, la Società Dante Alighieri e l’antisemitismo fascista dove è stato anche ricordato il caso esemplare di Dora Montani), e il 19 e 20 novembre seguente (Chiesa, fascismo ed ebrei: la svolta del 1938) sono stati voluti dal Presidente Riccardi per approfondire con le principali istituzioni e studiosi dell’argomento un periodo così doloroso della storia contemporanea.

Durante il convegno del 29 ottobre, nel cortile di Palazzo Firenze è stata apposta una targa per la revoca dei provvedimenti di espulsione dei collaboratori ebrei della Dante (1938). La revoca è stata confermata dal Consiglio Centrale della Dante il 17 dicembre: «Ciò che vorremmo davvero revocare oggi è il termine razza», ha dichiarato Andrea Riccardi dopo l’approvazione unanime dell’atto di revoca delle circolari che, aderendo alle leggi razziali del fascismo, esclusero tutti gli ebrei dalla vita dell’istituzione.

EHAGaSdXUAUn7WX

A Ferramonti di Tarsia, «l’unico esempio di un vero campo di concentramento costruito dal governo fascista a seguito delle leggi razziali e storicamente il più grande campo di internamento italiano», la memoria di quegli anni è anche preservata grazie alle attività del Parco letterario Ernst Bernhard.

Visibilmente invisibili

Le conseguenze degli atti del 1938 non sono state semplicemente ideali, hanno influito sui fatti successivi, sul rastrellamento del 1943 e sulla deportazione degli ebrei italiani. Anche chi è sopravvissuto si è dunque trovato tra i sommersi e salvati di Primo Levi (nel 2019 sono 100 anni dalla sua nascita), colpito da indifferenza come quella che ricorda Liliana Segre (espulsa dalla scuola a 7 anni di età e poi deportata con la famiglia), dagli atti dell’Egeli, l’ente che gestiva i beni espropriati agli ebrei e che, liquidato nel 1957, è stato chiuso solo nel 1997 (per meritoria iniziativa del presidente Ciampi).

Il legame tra 1938 e 1943 è insomma diretto: «La deportazione degli ebrei fu possibile in maniera così radicale e rapida perché questi italiani “invisibili” erano già stati isolati e ben identificati con le leggi razziali. L’assenza dello sterminio come obiettivo della politica razziale fascista non produce un antisemitismo innocuo, come si vede proprio nella tragica saldatura del 16 ottobre 1943» (Impagliazzo 1997). Resta sospeso, su tutta la vicenda, l’interrogativo degli ebrei italiani e romani sulle ragioni che hanno portato alla discriminazione. Il dibattito storico tende a credere che le leggi del 1938 non siano state emanate per caso, ma per una posizione del regime fascista, che non si è limitato a rilevare una imposizione dello straniero, ma è stato protagonista attivo della persecuzione. «Quando la razzia è compiuta dai tedeschi,» citando ancora da La resistenza silenziosa «compaiono sempre alcuni italiani come collaboratori, delatori, complici e, talvolta, veri persecutori.»

Quanti ebrei furono rastrellati a Roma? 

Nel complesso, in Italia furono arrestati 1898 ebrei da parte di italiani, 2489 da parte di tedeschi, 312 in collaborazione tra italiani e tedeschi. Dei rimanenti 2314 arresti non si conosce la responsabilità diretta. Naturalmente gli italiani non erano e non sono tutti razzisti o antisemiti e in particolare gli ebrei romani partecipano da sempre alla vita attiva della città. Non sono un gruppo a parte e non erano tutti concentrati nel ghetto, «luogo di oppressione secolare eppure caro al cuore e alla memoria».

C’era la consapevolezza di aver profondamente inciso nella storia d’Italia, e fu grande lo stupore degli ebrei romani prima per l’emanazione delle leggi razziali e poi per la loro applicazione. Figurano nomi ebraici anche nel Manifesto fondativo della Dante così come nel processo di effettiva fondazione della Società. Molti gli ebrei italiani che, arruolati, caddero nella Prima guerra mondiale e ci furono ebrei iscritti al fascismo delle prime fasi.

Anche senza poter spiegare tutte le ragioni della persecuzione, pur sapendo che «solo il dieci per cento dei circa cinquantamila ebrei italiani emigra tra il 1938 e il 1945», sta di fatto che la persecuzione è avvenuta.

Ricordiamo dunque le persone che sono state deportate nel 1943 e rivolgiamo un pensiero anche a tutte quelle che oggi subiscono persecuzioni e discriminazioni.

Lo facciamo lasciando un piccolo sasso simbolico, anticamente utile a “mantenere” i luoghi rituali e poi passato alla funzione di lasciare traccia di una visita, come quella che si può fare alla casa della memoria per trarre utili insegnamenti per il presente e per il futuro.

Fonti (oltre a quelle segnalate nel testo) e crediti immagine: 16ottobre1943.it

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

tredici − 8 =