Palazzo Firenze. Il fascino discreto dell’ironia

di Valeria Noli | Galleria fotografica, La fabbrica delle parole
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Luciano Salce, uno dei registi più iconici e colti del cinema italiano, ha siglato alcune delle pellicole più celebri della commedia all’italiana. La sua inconfondibile cifra stilistica si è formata anche attraverso esperienze di vita molto difficili come la prigionia nel campo nazista Stalag VII.

La Dante Alighieri, in occasione della XIX Settimana della lingua italiana L’italiano sul palcoscenico ha voluto ricordare il regista e l’uomo patrocinando e accogliendo nella sede romana di Palazzo Firenze la mostra Luciano Salce – L’ironia è una cosa seria, a cura di Emanuele Salce e Andrea Pergolari. Fino al 6 ottobre proporrà pannelli sulla biografia del regista, una carrellata di film e parte della sua corrispondenza privata con familiari, colleghi e amici.

Cliccando sull’immagine in evidenza si può visualizzare la galleria fotografica dell’inaugurazione, con 250 presenze tra cui i volti noti di Renzo Arbore, Pippo Baudo, Pupi Avati, Catherine Spaak, Giancarlo Magalli, Max Tortora, Gianmarco Tognazzi e Jacopo Gassmann.  .

L’INTERVISTA

Abbiamo chiesto al curatore della mostra, l’attore e regista Emanuele Salce. di parlarci della figura privata, pubblica e intellettuale di suo padre, che amava la lingua italiana.

L’italiano di Luciano Salce in scena, sul palcoscenico, era diverso da quello che usava tutti i giorni?

Direi di no. Mio padre aveva una grande coerenza tra l’essere un personaggio pubblico e privato, diversamente da altri che sulla scena si mostravano in un modo e magari nella vita privata erano l’esatto opposto. Papà riusciva invece a mantenere una linea di gradevolezza imperturbabile, forse anche più nel privato che sulla scena, dove a volte doveva essere contenuto in un personaggio e non si poteva esprimere liberamente.

Nella sua classe d’Accademia, aveva compagni come Vittorio Gassman, Luigi Squarzina, Adolfo Celi. Erano tutte persone di un’altra levatura culturale, rispetto a oggi. Non solo perché probabilmente avevano solo i libri allora come ‘distrazione’ a quel tempo, ma sta di fatto che erano degli intellettuali già a vent’anni. Dai carteggi degli anni Quaranta fra mio padre e molti di loro emerge anche uno “stacco linguistico” impressionante che, tra citazioni e uso della lingua, che segna un divario incolmabile fra quell’epoca, questa presente e, temo, quelle che seguiranno.

Qual è stato il suo apporto a film come Fantozzi?

L’apporto di mio padre a Fantozzi è stato fondamentale dal punto di vista registico, della messa in scena, quando si è trattato di trasporre i due romanzi di Villaggio, che avevano avuto grande successo, nello scegliere il cast, di perfezionare la cifra linguistica e visiva. Sceneggiare Fantozzi non era semplice, la Rizzoli ci aveva già provato con Pupi Avati e con Dino Risi. Soprattutto, si pensava ad un altro interprete e Villaggio stesso non aveva grande convinzione nel cimentarsi in questa cosa, pur avendo già portato sul piccolo schermo Fracchia grosso modo sulla stessa falsariga.

Mi ricordo le curiose indicazioni che dava al direttore della fotografia, Erico Menczer, quando gli diceva che avrebbe dovuto cercare di fare sui colori “una cosa come il giornalino del sig. Bonaventura” (storica saga pubblicata anche sul “Corriere dei piccoli”).

Le lettere indirizzate al padre dalla Germania sembrano sminuire l’esperienza del campo di prigionia

Era l’educazione di quei tempi, ed anche la cifra della persona. Era uno di quei figli che pur avendo poca attenzione non si sbracciavano certo per averne, e la sua regola principale era quella di non far preoccupare la famiglia. Nelle lettere scritte ad esempio a Luigi Squarzina invece, suo grande amico e compagno dell’Accademia, emerge tutto un altro racconto, pieno anche le sue incertezze, accanto a una crescente rassegnazione, come se fosse pronto al più catastrofico degli eventi.

Aveva però una forza enorme, basti pensare per esempio che aveva una protesi mandibolare in oro zecchino, che gli era stata applicata quando aveva 13 anni, dopo un incidente in macchina col padre  che gli causò la frattura completa della mascella e che nel 1943 gli fu estratta con violenza dai nazisti. Sopravvivere nel campo di prigionia già non era semplice, a maggior ragione con una limitata capacità di masticazione.

Fra alcune delle lettere non pubblicate, che ricevette negli anni Sessanta da persone che lo vedevano in TV, ci sono quelle di due compagni di prigionia uno dei quali ricorda quegli anni nello Stalag VII di Moosburg: “Ti ricordi Luciano? Tu ci facevi già ridere da allora”, gli scrive, “la sera quando stavamo nella baracca e tu con i tuoi zoccoletti di legno ci facevi degli spettacolini…”. Fa pensare a una specie di La vita è bella, ma è accaduta veramente a mio padre.

Che cosa troviamo dell’esperienza di Moosburg nel Federale?

Nella sua intera filmografia, mio padre ha sempre e in qualche modo irriso o quantomeno esorcizzato, quell’esperienza. Tante volte, da attore, ha fatto anche il caratterista tedesco come anche nel Federale. Ma in tutti i suoi film, in qualche modo, c’è lui: anche nel quarantenne in crisi della Voglia matta e così via. Ogni artista porta nelle sue opere l’intera cifra del suo essere credo, della sua visione e percezione del mondo, in modo più o meno consapevole. Il federale è peraltro uno dei primi film sul Ventennio, molto coraggioso, dove non a caso papà si ritaglia la parte dell’ufficiale nazista.

Per concludere, qual era l’atteggiamento di Luciano Salce verso il mondo della cultura?

Era un letterato molto raffinato, di cultura vastissima, dietro la quale però non si è mai nascosto senza al contempo compiacersene. Anche dietro i suoi sberleffi radiofonici c’è sempre una citazione o un verso raffinato di qualche poeta anche contemporaneo. Solo che non ha mai messo la sua cultura, anche linguistica, come barriera tra sé e gli altri, a differenza di altri artisti e opinionisti che cercavano di sbandierare quanto sapevano e di essere prevaricanti, come accade anche oggi, a magari valgono la metà se non meno ancora. Invece mio padre è sempre stato all’opposto, ponendosi “in sottrazione”, perché non sentiva la necessità di fare bella mostra di sé anche se scriveva e recitava anche in francese, portoghese e inglese. In sintesi, era una miniera di sapere. Che oggi, in qualche modo cerchiamo di raccontare ed almeno in parte svelare.

 

 

Informazioni:

La mostra segue un percorso di visita sui tre lati coperti del cortile, prosegue all’interno della sala Walter Mauro, dove è arricchita da materiale originale in diverse teche, e prosegue nella Sala del Primaticcio dove, sotto la volta affrescata, si possono vedere spezzoni di film e interviste con alcune delle locandine iconiche del cinema di quegli anni. Orari di visita: 9-14-15-19.  Indirizzo: Palazzo Firenze – Piazza di Firenze n. 27 –  Roma

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