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I 40 anni di “A che punto è la notte”

di Roberto Falbo | Chiose
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Quarant’anni fa, nel 1979, la più celebre coppia di giallisti italiani – quella di Carlo Fruttero e Franco Lucentini – dava alle stampe uno dei capolavori del poliziesco nostrano. A che punto è la notte, da cui nel 1994 Nanni Loy trasse una miniserie Rai con Marcello Mastroianni, è uno straordinario prodotto della narrativa di genere nel quale convivono erudizione e ironia, i vizi degli uomini e le contraddizioni dell’Italia degli anni del boom economico.

Come spesso accade per i romanzi di F&L – duo autorevole di Einaudi e direttore della prestigiosa collana di fantascienza Urania per i tipi di Mondadori – è la Torino degli anni ’50 e ’60 ad essere al centro di strani omicidi, rocambolesche ricerche della verità, intricate indagini nelle quali vien fuori tutta la fiumana delle passioni umane. Gelosia, invidia, carrierismo, amore, vendetta si coagulano nei romanzi di Fruttero e Lucentini dando vita a una trama in cui lo stile e la raffinatezza della lingua hanno un peso fondamentale. La prosa sicura e scorrevole, ricca di riferimenti alla cultura “alta” ma anche e forse soprattutto a quella di massa, è uno dei tratti caratterizzanti di F&L ed è anzi un tutt’uno proficuo con l’intreccio dei loro romanzi.A che punto è la notte Fruttero Lucentini

A che punto è la notte, il cui titolo è una citazione diretta di un noto passo biblico (Isaia 21, 11-12), è la storia dell’indagine che si snoda attorno all’omicidio e alla figura di don Pezza, misterioso ed eterodosso sacerdote della periferia torinese. Il parroco di Santa Liberata è davvero un pericoloso eresiarca, un fondamentalista ostile alla gerarchia ecclesiastica che propugna dottrine elitarie di redenzione e di pena eterna? A sciogliere i nodi di questa intricata vicenda, nella quale entra di prepotenza anche la protagonista dell’industria italiana del secondo dopoguerra, è il commissario Santamaria, determinato e malinconico poliziotto la cui figura non è altro che una sintesi tra Sherlock Holmes e il commissario Ricciardi. Già protagonista di un altro celebre romanzo di Fruttero e Lucentini, La donna della domenica (1972), il commissario Santamaria sarà costretto a snodare lungo tutta la cintura torinese le indagini sull’omicidio di don Pezza. A far parte dell’itinerario della trama creato con maestria da F&L saranno anche i diversi collaboratori di Santamaria, dall’istrionico commissario De Palma alla vispa segretaria Luigina Pietrobono, e tutta una serie di personaggi ruotanti alla parrocchia di Santa Liberata.

Ma i romanzi de “La Ditta” – un altro dei nomi dello straordinario sodalizio letterario di due grandi voci della letteratura del nostro secondo Novecento – non sono mai solamente un gustoso esercizio di prosa, una perfetta finestra narrativa che trascina il lettore nei luoghi, nei tempi interiori, negli snodi della vita dei personaggi di queste storie. Nei loro gialli e nel resto della propria produzione, F&L non perdono occasione per gettare brevi ma incisivi flash di riflessione sui misteri della psiche umana, sul desiderio di amore che è proprio di ogni uomo e di ogni donna. Nei dipinti narrativi di Fruttero e Lucentini, anche in quelli apparentemente più sereni e distesi, fanno talvolta capolino le grandi tematiche della letteratura contemporanea: lo spaesamento e la vita frenetica delle grandi città, la solitudine dell’uomo davanti a una storia caotica nella quale il divino – sia nella sua forma trascendente sia nella sua declinazione immanentistica, quella delle moderne ideologie socio-politiche – è pressoché assente o indifferente.

Di questo romanzo voglio da un lato ricordare il quarantesimo anno dalla sua pubblicazione, dall’altro puntare i riflettori su quella Notte – da sempre simbolo di incertezza e mistero ma anche di fascino e sensualità – che Carlo Fruttero e Franco Lucentini hanno così sapientemente esplorato. In questa Notte in cui i custodes non sono più, come in Isaia e nelle omelie di don Pezza, alle porte di città corrotte ma nelle storie travagliate che incontriamo, amiamo, convertiamo nella nostra vita quotidiana. Una Notte che è una condizione d’animo, ricerca perenne di stabilità nel vuoto e nell’angoscia che permea le nostre contraddittorie esperienze e la nostra società apparentemente perfetta. Oltre ogni credo e ideologia, resta sempre lui, il proteiforme e disarmante topos, il quale vive, muore e rinasce nella nostra dimensione terrena, “un po’ più in là o a diecimila miglia, arbitro ubiquo e capriccioso della tua vita. E dovevi essere sempre prontissimo a individuarlo”.

 

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