Mantova, la magia del Festivaletteratura.

di Francesco Serra di Cassano | Chiose, Libri
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Festival di Mantova
Festival di Mantova

Il Festivaletteratura di Mantova, dalla piazza come luogo di confronto al museo della lingua italiana.

“Un pensiero felice oggi? Sto per partire per Mantova, mi hanno invitato al Festivaletteratura. E’ il posto che preferisco al mondo: vedrò tanti amici, andrò in piazza, mangerò i bigoli e berrò valpolicella e mi sembrerà di essere in paradiso. Poi però dovrò tornare a casa”. Le parole dello scrittore e umorista britannico Howard Jacobson riassumono il sentimento che si prova quando si arriva a Mantova nella prima settimana di settembre e ci si immerge nelle strade rinascimentali, nei giardini, sotto i portici, circondati da una folla variopinta di ragazzi in bicicletta, scrittori, autori, volontari, cittadini che giungono da tutte le parti d’Italia per vivere l’esperienza di quello che negli anni si è affermato come il più importante festival letterario d’Europa.

Mantova, parafrasando Paolo Conte, non è un’idea come un’altra. Mantova è l’idea che la cultura non solo è un buon investimento, ma anche la via per recuperare, vivere e condividere idee, sogni, immagini in uno scambio relazionale attivo e fecondo tra generazioni. La folla di ragazzi, spesso molto giovani, che anche quest’anno ha riempito le piazze per ascoltare, prendere appunti, scambiarsi pensieri è il segno che esiste e si rafforza la voglia di uscire dal recinto chiuso delle reti virtuali per riappropriarsi di spazi vitali concreti nei quali sperimentare, discutere, vivere emozioni collettive. Quando, oltre vent’anni fa, il gruppo di amici e professionisti che diede vita al Festival fece la scommessa di trasformare la città in un momento annuale di riflessione e di scambio culturale, molti pensavano, e forse anche alcuni di loro, che fosse solo un esperimento, che non sarebbe durato per più di due o tre edizioni.

Il Festival non solo è durato, ma è andato crescendo negli anni. Gli sponsor sono arrivati e con loro il sostegno delle istituzioni. Ma a fare la differenza è stata soprattutto la determinazione degli organizzatori, la loro passione, la dedizione assoluta, l’impegno civile. Oggi l’appuntamento settembrino a Mantova è un riferimento di primo piano per il mondo della letteratura. Girare per la città nei giorni del Festival, è come vivere squarci di vita rinascimentale. Migliaia di persone si affollano nei cortili, nelle piazze, nei tendoni, comprano libri, discutono con gli autori e ne approfittano per visitare la città dei Gonzaga che, con le oltre cinquecento stanze del Palazzo Ducale, affrescate dai capolavori pittorici di Pisanello, Giulio Romano, Andrea Mantegna, con i magnifici affreschi di Palazzo Tè, le torri, i giardini e le corti è la scenografia naturale di una delle epoche più feconde della storia italica.

Il giovane sindaco, Mattia Palazzi, racconta con orgoglio cosa significa per lui e per la città il Festival e quanto sia importante come riferimento per tutto il Paese: “Non è solo una questione di numeri – dice – ma di sviluppo di idee, progetti, iniziative che coinvolgono ragazzi, volontari, famiglie, cittadini di ogni età in uno sforzo collettivo per far vivere e crescere un’esperienza di confronto civile e di diffusione del pensiero. Anche quest’anno, nonostante la pioggia, migliaia di persone hanno affollato i dibattiti e gli incontri. Siamo orgogliosi della nostra città e di un Festival che rappresenta un faro per tutta l’Italia”.

I numeri parlano da soli: con oltre 122 mila partecipanti, 63 mila biglietti venduti, decine di incontri in ogni angolo della città, Mantova rappresenta un riferimento e un grande traguardo culturale.
La poesia ha rappresentato il grande successo della ventitreesima edizione. “Alla poesia il Festivaletteratura ha sempre dedicato un certo numero di eventi – spiega Carla Bernini, una delle organizzatrici -. Rispetto agli scorsi anni, abbiamo inserito alcune novità, con temi e modalità inedite, come l’evento Voci dal Novecento che ha riproposto poeti “dimenticati” con l’accompagnamento musicale di Fabrizio Paterlini. Gli incontri del festival – fa notare Bernini – quest’anno hanno visto un rinnovamento del pubblico. E forse non è un caso che proprio quelli sulla poesia abbiano attirato un folto pubblico giovanile”. Ogni incontro, spiegano gli organizzatori, viene costruito con gli autori, per assecondare al meglio il desiderio di condividere storie e pensieri che li portano a Mantova. Trovare le forme più adatte, spesso inventarle insieme, favorire incontri altrove impossibili è parte del gioco e del lavoro che sostiene l’“architettura leggera” di questo Festival.

Oggi, una nuova impresa culturale a carattere nazionale sta animando gli organizzatori e le istituzioni locali. Scienza, arte, storia, radio, moda e ovviamente letteratura saranno chiamati a mobilitarsi per un progetto ambizioso: la nascita di un museo della lingua italiana. Un progetto mai tentato fino ad oggi che, secondo il disegno di Giuseppe Antonelli, dovrebbe realizzarsi come un percorso espositivo di oggetti – libri, iscrizioni, sculture, raffigurazioni pittoriche, materiali multimediali, ma anche abiti, mezzi di locomozione, strumenti di lavoro, apparecchiature tecnologiche, oggetti d’uso comune – che rimandano a un momento particolare o a una vicenda significativa della nostra storia linguistica.  Durante i giorni della manifestazione scrittori ed esperti hanno manifestato ufficialmente il proprio sostegno, conversando con Antonelli su invenzioni, scambi, metafore, interazioni varie intercorse tra il linguaggio usato nel proprio ambito specifico e le parole di tutti, “per mostrare come la lingua non sia un’armatura rigida ma un corpo vivente, che cresce ed evolve insieme a chi la usa”, secondo quanto emerso durante il dibattito.

 

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