Il gattopardo, storia e introspezione

di Valeria Noli | Chiose
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«Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica in quattro e quattr’otto. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

Chi non conosce la citazione del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, alla sua prima edizione nel 1958 e Premio Strega nel ’59?

Ambientato in Sicilia tra 1861 e 1910, è un grande affresco d’epoca sul Risorgimento visto con gli occhi della classe dirigente siciliana del tempo. Con una pregevole caratura narrativa, l’opera racconta il passaggio tra Borboni e Unità d’Italia, inclusa la controversa spedizione dei Mille. Il libro ebbe una vicenda editoriale complessa e, rifiutato da diversi editori, sarebbe stato pubblicato da Feltrinelli nel 1958, un anno dopo la scomparsa del suo autore.

Il Risorgimento è fallito?

Il fallimento delle aspettative risorgimentali era già comparso, tra l’altro, ne “I vecchi e i giovani” di Luigi Pirandello. La vicenda è vista, nel libro di Tomasi di Lampedusa, tra i machiavellismi della classe dirigente che non escludeva alleanze con i garibaldini pur di conservare lo status quo. Vittorio Spinazzola, nel suo Il romanzo antistorico, aveva sottolineato che il romanzo è privo di riferimenti ai rivolgimenti popolari e non implica alcun senso di Storia in senso positivo o pacificante. La Storia qui non guarda alla felicità dell’uomo.

Nella più grande sfiducia (o senso di smarrimento) dell’uomo novecentesco dopo gli eventi bellici della prima metà del secolo, un uomo immerso nello sviluppo della psicanalisi e della società di massa, il Gattopardo è una storia delle storie. Una metafora sociale che identifica Storia collettiva e vicenda individuale, questa necessariamente destinata all’estinzione per semplici conseguenze biologiche.

Il senso del tempo

Le vicende sono “concentrate”, con uno stile narrativo che – riprendendo Giulio Ferroni – illumina singoli momenti attraverso il racconto, mentre il dibattito intellettiale si orientava sul concetto del tempo.

Un tempo heideggeriano, il senso dell’essere che si perde nel divenire, sul “passaggio” che racchiude la presenza e si dissolve nei meccanismi della costante trasformazione. Ecco allora che “tutto cambia per restare uguale” diventa una lente di ingrandimento puntata sul singolo istante, in cerca della scintilla che  nasce dall’incontro tra un “prima” e un “dopo”.

La grande capacità metaforica universale fu  tra le ragioni per cui Luchino Visconti decise di imbarcarsi nella realizzazione di un film su un libro non gradito al contesto culturale. Visto infatti come emblema dell’immobilismo, fu contestato anche dal Card. Ruffini che considerava il Gattopardo – come la mafia e Danilo Dolci – diffamatorio per la Sicilia. «È giusto», si chiese il Cardinale, «fare della società di cento anni addietro la società di oggi? È giusto dar credito a un romanzo che un principe deluso compone nell’ultimo anno di vita e nulla sa trovare nella sua gente all’infuori dei difetti che sono anche i suoi?»

Di tutt’altra matrice le critiche, altrettanto intense, del Gruppo 63. Era partito, il gruppo, dall’echiana Opera aperta, dove l’arte si misurava con i concetti di caos ed entropia. Una reazione al caso, quella dell’artista, la ricerca di uno stile innovativo e “tecnico”, sicuramente non compatibile con un romanzo come il Gattopardo “tutto legato all’inconscio, al trauma infantile” (Gioacchino Lanza Tomasi).

Il Gruppo 63 accusava l’establishment intellettuale di non saper cogliere gli spunti innovativi dei fenomeni e dei linguaggi di massa, tra cui lo stesso linguaggio giornalistico che decenni prima Spengler aveva indicato tra i segni della decadenza del mondo occidentale.

Il lieto fine l’hanno deciso i lettori che, continuando a leggerlo, hanno consacrato il Gattopardo come uno dei romanzi più belli del Novecento italiano.

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