Il giallo della vita e i fantasmi della storia: riflessioni su Piero Chiara

di Roberto Falbo | Chiose, Libri
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Lago Maggiore, bische clandestine, case di tolleranza, figuranti dell’ipocrisia borghese. Così si potrebbe riassumere l’itinerario narrativo di Piero Chiara (1913-1986), senza dubbio una delle voci più originali e importanti del nostro secondo Novecento. Nel romanziere di Luino sentiamo vivere in ogni sua forma la vita della provincia italiana – in particolare quella di confine – nel periodo tra le due guerre mondiali. La grandezza di Chiara sta nel tratteggio dell’indifferenza alla storia che accompagna i piccoli borghi del varesotto e della prosecuzione della vita quotidiana in quella sospensione della nostra storia nazionale che fu il regime fascista. Tutto questo, in trame narrative che scorrono rapidamente, in una corsa verso il finale che è gusto e eros.

Non si possono non ricordare qui alcuni dei suoi grandi titoli, dalle più pacate raffigurazioni della vita di provincia (Il piatto piange, 1962; Il pretore di Cuvio, 1973), ai fulminanti romanzi gialli (I giovedì della signora Giulia, 1970; Saluti notturni dal passo della Cisa, 1987), nei quali un cauto scetticismo per la giustizia terrena si inserisce in una chirurgica dissezione delle debolezze e del camaleontismo della borghesia di inizio Novecento. Nei suoi gialli, Chiara manifesta quel gusto per la diffidenza per la parola definitiva della giustizia, lui che fu anche aiutante di cancelleria, che lo accosta ai grandi ‘eretici’ del giallo postmoderno, primi fra tutti Gesualdo Bufalino e Friedrich Dürrenmatt. In un altro articolo parlato della ‘menzogna del giallo’ che caratterizza gran parte dell’opera di Bufalino –  soprattutto Qui pro quo – e della profonda vena ironica che differenza lo scrittore siciliano dalla maggiore tragicità di Dürrenmatt.

A differenza di Bufalino, con il quale ha certamente in comune la patina giocosa e istrionica, Piero Chiara sembra andare più a fondo nei drammi umani e nelle lotte quotidiane che si consumano per amore, invidia, prestigio sociale, mancanza di scrupolo morale. La scelta di Chiara è più radicale di quella di Bufalino perché – come dimostra ad esempio il ‘dicotomico’ finale de I giovedì della signora Giulia – la verità si fa spesso beffe della giustizia terrena e delle scelte degli uomini, che tentano di incanalare il corso della storia secondo le proprie logiche, per lo più di autoconservazione. Il romanziere di Luino trasferisce quindi in un’epoca di apparenti solide certezze, quale fu il Ventennio, tutto il carattere caleidoscopico, multiforme e labirintico dell’epoca postmoderna, con la frantumazione delle ideologie e una conseguente instabilità dei percorsi della storia. Senza facili scivoloni nel relativismo, in Piero Chiara ogni dettaglio – dai luoghi alle persone agli eventi – è in qualche modo preda di questa scepsi contemporanea.

Chiara ha quindi dimostrato di saper trasferire su scala nazionale i fiumi carsici delle trame provinciali del Lago Maggiore, in storie che nascono in parte da ricordi di infanzia arricchiti da affreschi di lungimirante attualità. Non c’è lotta di classe, in Chiara, né interesse per la Storia ufficiale, che anzi attraversa e avvolge le vite degli uomini e delle donne, annebbiandone i singoli destini e desideri. Dai pretori alle ruffiane, dagli ufficiali in congedo alle matrone borghesi, emerge con forza l’eco delle parole con cui uno dei protagonisti de Saluti notturni dal passo della Cisa congeda la moglie e il lettore: ‘‘Ti ho messo davanti tutte le verità possibili. Scegli quella che ti va meglio’’.

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