“Baciare il tempo” di Lamberto Lambertini (invito e provocazione)

di Anna Maria Siena Chianese | Chiose, Libri
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È un libro, ma per leggerlo il metodo in voga da qualche millennio non vale. Bisogna barcamenarsi  a vela tra le coordinate ideal-concettuali dell’autore. L’eventuale lettore, anche un po’ per non morir, evita di penetrarne fino in fondo la frammentarietà, ma per non perdere la sua parte in causa accetta l’invito che un po’ di affettuosa celia rende leggermente provocatorio e tenta di inoltrarsi, ricostruendone le cadenze, nei frammenti di tempo offertigli.

Quanto alla logica narrativa dell’autore, talvolta decenni al vento di diverse striature di luce e di colore gli si avvolgono intorno – un arcobaleno dal sognante punto di partenza senz’arco d’approdo – che si sottraggono imperiosamente a calcoli sia temporali che familiari che economico-social-culturali: intarsi, castoni e gioielli di varie preziosità e di sicura essenzialità. La narrazione è descrittiva, discorsiva, mai evasiva anche se è difficile seguirne la consecutio spaziotemporale visto che l’autore sembra non sappia nemmeno lui dove andrà a finire, ma chi lo conosce sa che l’unico abuso del quale si potrebbe accusare sarebbe quello di compensare il disuso altrui ai voli del pensiero.

In tale convincimento, per arcobaleni o archiditrionfo, tratti di matita o pietre miliari di storie pubbliche e private l’eventuale lettore sa che il disegno, prima o dopo, apparirà.

La forza centripeta della narrazione è la famiglia e con essa e per essa Napoli dove il re francese più innamorato del suo regno creò una dinastia alla quale l’autore appartiene e che si intreccia con le varie stirpi aristocratiche che vissero e si impiantarono a Napoli stigmatizzandovi la loro opera nel tempo.

Napoli napoleonica, faro lucente dell’impero al quale sarebbe stata da gemma la sua isola più bella che tuttora gode delle opere messe in atto da Murat nell’operazione Caprèe, una delle campagne napoleoniche, dove l’isola fece da scala d’accesso ai francesi contro gli inglesi.

Nella fulgida coppa di un’altra isola Lambertini condensa colori, storia e leggende, Graziella e        Virginia, l’eroe fuggitivo e lo scrittore  innamorato, Lamartine e Bernardin de Saint-Pierre… e il film diventa indimenticabile come il tempo soggettivo, quello che non scorre, il tempo fermo dei baci al quale Fuoco su di me indubbiamente appartiene.

Ma torniamo al libro, rinunciamo a piste di orientamenti e tantomeno di atterraggio, lasciamoci perdere e sperderci lontani dal passato che si sedimenta per noi e si palesa, forse suo malgrado, forse nostro malgrado, compromesso col suo tempo, con la angosciosa felicità del dubbio di essere fatto spesso solo, confusamene, velleitariamente, vanamente, della stessa sostanza della quale sono fatti i sogni.

Il passato, il tempo, il tempo baciato… interpretazioni letteral-concettuali una più rischiosa dell’altra.

Si può baciare parlando, perché le labbra si sfiorano e si congiungono in modo men lieve più lieve a parte le labiali che fanno la parte del leone, ma si può  anche baciare il tempo per il significato che gli si attribuisce.

Talvolta la supposizione che l’autore corra dietro il passato non solo, e non tanto, per afferrarne il fil rouge da riallacciare alla contemporaneità, ma anche per coglierne lembi di tempo fisso da considerare come segnalibri, o pietre miliari, delle diverse vicende, quasi a dimostrare che l’effimero non gli appartiene, sia confermata dalla scelta delle citazioni da codice miniato del libro che spesso sembrano ammiccare a certi agganci ideologici. Se il lettore vuol proprio insistere nella ricerca del tempo baciato e da baciare o del sistema col quale seguire il consiglio non può non notare le citazioni di Sant’Agostino e San Michele: il primo, allievo terreno del secondo che offre il suo cor inquietum in cambio della grazia dove potrà trovare riposo; il secondo, l’arcangelo con la sua spada d’oro, simbolo di un luogo, Villa San Michele ad Anacapri, dove le testimonianze degli imperi antichi fanno splendida mostra di sé e il terrazzo affacciato sul mare, pronto a salpare in ogni istante, ha per polena una sfinge di granito…Ambiguità di tempi  e di civiltà, tempi già baciati dalla loro eccezionalità, se non dalla fortuna, e da quanti ne hanno conosciuto e subìto il fascino dell’ambiguità…

Qui realizzò il suo sogno un medico svedese, un sogno che si estinguerà nel sonno sulla spalla di San Michele scivolandovi dentro con la stessa dolcezza con la quale il nostro suonno fisico esprime senza mutamenti linguistici e la sua duplice essenza.

Chiudiamo con una miniatura del libro, frase di anonimo ma che va agganciata, secondo il procedimento iniziatico al quale l’autore ci ha avvezzato, alla mostra di Dilio Lambertini della quale tra poco parleremo:

Dei pensieri, nove su dieci sono metafore; delle spiegazioni, sette su dieci sono di autori pregiatissimi; il resto sono parole come l’acqua in un bicchiere.

Non è facile accomiatarci da Baciare il tempo senza dire, ancora una volta, che l’autore non gioca a nascondino nei suoi percorsi solo apparentemente segreti, ma lascia i giusti segnali perché se ne ritrovino le tracce… Osiamo comunque consigliargli di lasciare ogni tanto le vie maestre del tempo  e costeggiare rive di mare e ripe di fiumi… Sarebbe consigliabile che gettasse ogni tanto una viola nel Lete perché lo lasciasse proseguire senza doversi trascinare dietro il Tempo: lasciarsi andare, correre e scorrere nella contemporaneità mentre il passato si sedimenta di là da lui, di là da noi,  per poi offrirci fiori e foglie insieme ad erba e rami secchi e a virgulti vividi di linfa che tocca anche a noi rinnovellare.

LE PIETRE DI NAPOLI

È il titolo della mostra di Dilio Lambertini, un sipario aperto sulla feconda stagione artistica del   fratello Lamberto fiorita da tentazioni cercate e a piene mani offerte da uno dei protagonisti della cultura aristocratica del Settecento napoletano: il principe Raimondo di Sangro di Sansevero maestro di prodigi e misteri, ideatore di opere dove arte e anatomia restano in irrisolto contrasto tra loro. Tuttora donne e ricercatori fanno carte false per lui, ineccepibile nell’eleganza del suo stile di vita e di pensiero: un’eleganza illuministica, di quell’Illuminismo del quale Napoli fu matrice senza temerne i corti circuiti.

Una mostra su Napoli, anzi sulle pietre di Napoli che, come il libro, non si lascia facilmente penetrare nella sua essenza dove di solito si annida il significato di qualsiasi comunicazione con quanto sia al di là di noi stessi.

Ci sembra che l’autore abbia voluto cogliere e raccogliere esemplari di una città riappropriabile solo attraverso metafore, senza manicheismi tra selciati vesuviani, roccia e terra, alberi verde oro pallido e ringhiere appannate…

Se la mostra è apertura, esposizione, palesamento, quella di Dilio Lambertini ci sembra piuttosto metafora di luogo, tempo e costume. Quelle patinature dorate forse da polvere di sabbia, forse da  polvere di sole, da cibi tuttora simbolicamente preparati secondo le antiche ricette… quanto a scelte, il ventaglio delle pietre di Napoli è a larghissimo raggio e pieno d’insidie, come quello di Lady Windermere. Appartengono alla stessa città la strada della Pignasecca e il Petraio e i vari tratti di un lungomare ognuno fornito di tempo e storia strettamente identitari come i gradini di Santa Lucia a Monte e quelli di Santa Lucia a Mare, ma i luoghi alludono senza equivoci alle molteplici anime di Napoli tra le quali quella marinara e quella contadina che trovano in Santa Lucia la loro identità comune. E Santa Lucia a Mare con le sue lapidi, i suoi basoli, i bastimenti delle memorie che da sempre navigano nel mondo non emblematizza soltanto  mare e canzoni, ma la storia sacra e profana di un’antica e intramontabile civiltà.

Passato e presente, civiltà e i suoi rovesci, immagini simboli sintesi figurative metafore e qualche sogno, purché la loro materia non rischi di tappezzare la nostra vita….

E a proposito di tappezzeria, tornando a Baciare il tempo, va detto che la sontuosa illustrazione opera dell’autore, tutta da baciare, non sembra alludere a jeunes filles en fleure alla ricerca del tempo perduto, ma ad altrettanto giovani fanciulle che, di là da ogni divieto che quel cullante noli me tangere sembra contenere, il loro tempo l’hanno trovato, l’hanno vissuto si spera ma, certamente, senza  dubbio e con la giusta intensità l’hanno baciato…

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