Troisi poeta Massimo, la mostra per ricordarlo.

di Pasquale Colizzi | Chiose
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E’ stato uno dei più grandi attori del nostro cinema, grande proprio perché a suo modo minimalista e mai ammiccante, narratore stralunato e sensibile, regista indipendente e maschera dell’immaginario collettivo entrata immediatamente nel novero dei classici. Eppure Massimo Troisi, di cui ricorrono 25 anni dalla scomparsa, ha avuto una traiettoria folgorante e brevissima di appena vent’anni, dai teatrini scantinato di San Giorgio a Cremano al passaggio tv ai pochi film davanti e dietro la macchina da presa. Quel suo essere proletario ed elegante, come lo ricorda Carlo Verdone, e ancora leggero ma profondo, come sottolinea Marco Risi, gli ha regalato un posto speciale nel cuore del pubblico.

Alcuni dei motivi ce li ricorda la mostra fotografica e multimediale “Troisi poeta Massimo”(dal 17 aprile al 30 giugno al teatro dei Dioscuri al Quirinale) organizzata da Istituto Luce-Cinecittà con 30 Miles Film, in collaborazione con Archivio Enrico Appetito, Rai Teche, Cinecittà si Mostra. L’ esposizione è curata da Nevio De Pascalis e Marco Dionisi, la supervisione è di Stefano Veneruso. “Troisi poeta Massimo” è un percorso di installazioni audio-video, carteggi personali inediti, fotografie private, immagini d’archivio, locandine in cui si delinea la nascita dell’antieroe che si scherniva a parlare di Napoli, erede naturale dei mostri sacri della comicità partenopea, da Totò a Eduardo, nonostante ne sovvertisse i clichè. Una rivoluzione gentile, mai urlata, spesso mimata più che espressa. Si tratta di ottanta  fotografie, filmati, oggetti e documenti provenienti dagli Archivi Luce ed Enrico Appetito, Teche Rai e dai cassetti di familiari, amici e colleghi. I cinque ambienti in cui è strutturata iniziano con la gigantografia realizzata da Pino Settanni e un video realizzato dall’Archivio Luce con brani di interviste tratte dal fondo Mario Canale e momenti dei backstage da “Il viaggio di Capitan Fracassa” di Ettore Scola e “Il postino”. La volta del teatro è ricoperta da un mosaico di immagini realizzato da Marco Innocenti per Brivido Pop. Poi ci si affaccia sull’infanzia e la vita familiare a San Giorgio a Cremano, la casa condivisa con un gruppo di sedici persone che lo porta a dirsi “vittima di attacchi di solitudine in ambienti con meno di quindici persone”. La morte della madre come spartiacque a 18 anni, un dolore così smisurato di cui aveva pudore. E poi la pubblicità della marca di un latte e la passione per il calcio, cui rinuncerà per i primi problemi al cuore. Quasi inedita la serie di dattiloscritti e manoscritti di poesie della sua giovinezza. I primi approcci al mestiere con il Centro Teatro Spazio, un garage al 31 di via San Giorgio Vecchio nella sua San Giorgio a Cremano dove, come dice il sodale Enzo Decaro, si scelse il palco in un periodo in cui l’altra opzione era la lotta armata.

In trio con Lello Arena, siamo nei fecondi anni Settanta, realizza le prime farse con la compagnia ‘RH negativo’: partendo dai profondi dubbi esistenziali, quello sguardo interrogativo ma un po’ furbo che diventa cifra della sua smorfia, con i compagni Troisi diventa un battitore libero e un abile improvvisatore su grandi questioni di un’epoca (politica, donne, religione) e piccoli fatti quotidiani. Sono gli anni in cui Napoli mostra una vitalità invidiabile perché sta cambiando pelle pescando nel suo humus culturale centenario. In pochi chilometri quadrati si concentrano i fratelli Bennato e Pino Daniele, Toni Servillo e la Nuova Compagnia di Canto Popolare. “La Smorfia” del trio Troisi-Arena-Decaro dal 1977 al 1980 attraverserà i palchi italiani e trasmissioni tv con un successo travolgente. Basti ricordare che le repliche al Teatro Tenda di Roma previste dal 3 all’8 aprile del 1977 divennero 82. Sono gli anni delle celeberrime comparsate televisive a fianco di amici e colleghi come Renzo Arbore, Gianni Minà, Roberto Benigni, Pippo Baudo. Passaggio obbligato nella ormai mitologica trasmissione “Non Stop” di Enzo Trapani, fucina di talenti da Carlo Verdone e a I gatti di Vicolo dei Miracoli, che per Troisi ebbe anche un risvolto sentimentale. Qui incontra Anna Pavignano, una giovane dolce sceneggiatrice che come lui appare timida, capace sempre di fare un passo indietro e nascondersi in un contesto che richiedeva invece volontà di farsi notare. Ce lo racconta in un’intervista che si potrà vedere e ascoltare insieme a quelle del nipote e collaboratore Stefano Veneruso, Gianni Minà, Carlo Verdone, Massimo Bonetti, Gaetano Daniele, Renato Scarpa, Massimo Wertmüller, Marco Risi. E di Enzo Decaro, che ha regalato un angolo musicale con le canzoni composte in gioventù con Troisi e incise nel disco ‘Poeta Massimo’ nel 2008 con ospiti, tra gli altri, Paolo Fresu, il Solis String Quartet, Rita Marcotulli, Daniele Sepe, Ezio Bosso, Lino Cannavacciuolo, Cecilia Chailly e James Senese.

E infine il cinema, dalla rivelazione di “Ricomincio da tre” (1981) all’incanto poetico de “Il postino” (1994), il film che ebbe un’inattesa proiezione internazionale e di cui si espone l’iconica bicicletta di Mario che fece amicizia con Pablo Neruda. In parte inedite le immagini proiettate del backstage che Stefano Veneruso realizzò durante le riprese. In mezzo a quei vent’anni di composizione incessante e indolente, “Scusate il ritardo” (1983) che ne definisce l’essenza riflessiva e genialoide, i lazzi dal picaresco e improvvisato “Non ci resta che piangere” (1984) a fianco di Roberto Benigni, “Le vie del Signore sono finite” (1987). Poi la trilogia con Ettore Scola: “Splendor” (1988) e “Che ora è” (1989) a fianco di Marcello Mastroianni in una suggestione di caratteri alla specchio e la maschera da Pulcinella ne “Il viaggio di Capitan Fracassa” (1990). E poi la perfezione informale di “Pensavo fosse amore invece era un calesse” (1991) con una magnetica Francesca Neri e le canzoni indimenticabili dell’amico Pino Daniele. Il cinema come forza attrattiva e necessità impellente emerge dalle parole di un giovane Paolo Sorrentino che, in una lettera dattiloscritta del 1991 esposta in mostra, chiede a Troisi di potergli fare da aiuto per il prossimo film. Giovane studente di Economia e Commercio ai primi passi dietro la macchina da presa, deluso dallo comunità artistica romana in cui non riesce a integrarsi perché si definisce un timido, il futuro premio Oscar ha ricominciato da Napoli ma spera di avere l’occasione di riprendere contatti con la capitale dove dice di aver incontrato gente senza cuore. Per certi versi, con il senno di poi, le immagini evocative e sinuose, fortemente immaginifiche di Sorrentino appaiono quanto di più lontano dall’informale familiarità del cinema di Troisi, che non amava la regia dei propri film definiti “vasi di terracotta fatti in casa”. C’era arrivato quasi per necessità, perchè sosteneva che artisti come lui, Verdone, Benigni, Nuti si fossero messi dietro la macchina da presa “per difendere i propri difetti”.

 

foto Pino Settanni Archivio Luce

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