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Il riscaldamento globale al Festival “Libri Come”.

di Daniela Di Iorio | Ficcanaso
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“Quando si dice che stiamo distruggendo il pianeta significa che stiamo distruggendo noi stessi, non il pianeta, possiamo perciò tranquillizzare  le altre specie”, ha esordito così nel corso di presentazione del suo libro dal titolo La nazione delle piante (Editori Laterza), lo scienziato Stefano Mancuso in una conversazione col musicista Manuel Agnelli, nell’ultima giornata della rassegna Libri come, domenica 17 marzo.

“Noi non possiamo distruggere il pianeta, in quanto siamo irrilevanti” ha spiegato l’autore. L’irrilevanza dell’essere umano rispetto al resto del regno animale e vegetale è uno dei punti principali del libro. Che vuole invertire il punto di vista degli uomini i quali, ha sottolineato Mancuso, hanno basato tutto il rapporto con gli altri esseri viventi sulla presunzione di essere i signori di questo pianeta. Le ragioni di questa presunta superiorità derivano da presupposti non riscontrabili in natura: la prima, ha informato lo scienziato, è “l’approccio democratico, secondo il quale siamo tanti ed è giusto che siamo noi a governare, ma non è vero che siamo tanti perché gli animali tutti insieme rappresentano solo lo 0,3 per cento di tutto ciò che è vivo; la seconda è l’approccio aristocratico, secondo cui il governo è degli essere umani perché sono i migliori”. E, anche in questo secondo caso, Mancuso scardina una convinzione che non trova corrispondenza in natura: “Da dove viene questa idea che siamo i migliori? Dall’idea di saper meglio raggiungere l’obiettivo degli altri. Ma essere migliori nella vita significa essere meglio degli altri esseri viventi nel propagare la propria specie. Allora dobbiamo chiederci: siamo i più adatti o no?”. La risposta dello scienziato in merito alla questione è che noi siamo giovani rispetto agli altri esseri viventi e che stiamo creando una serie di possibilità di autoestinguerci che le altre specie non hanno: “Una specie vivente vive in media 5 milioni di anni. Noi esistiamo da 300mila anni, il che vorrebbe dire che per raggiungere la media dovremmo vivere altri 4 milioni e 700mila anni, ma purtroppo  abbiamo creato una serie di modi che potrebbero far sì che ci estinguiamo. La questione è aperta ed è fondamentale”. Il Professore ha sottolineato l’urgenza di una rivoluzione di approccio verso gli altri esseri viventi: così come hanno fatto Copernico e Galileo, quando hanno rivelato che la terra non è al centro dell’universo, adesso anche noi dobbiamo renderci conto che non siamo al centro della terra, con le altre specie che ci ruotano attorno, ma che siamo irrilevanti, perché se abbiamo questo atteggiamento di sopraffazione verremmo puniti, ha avvertito. I dati scientifici dimostrano che siamo pochi, siamo deboli, e non ci comportiamo per durare milioni di anni. “Ci stiamo comportando come dei parassiti della peggior specie”, ha commentato, spiegando che infatti esistono i parassiti intelligenti che attaccano l’ospite ma non lo distruggono, ed altri che si comportano come i virus peggiori che distruggono il loro ospite e scompaiono. Però Mancuso spezza anche una lancia in favore degli esseri umani perché “il nostro cervello è ovviamente qualcosa che ci differenzia dagli altri esseri viventi, però non lo stiamo utilizzando al meglio perché siamo una specie molto giovane. Siamo come un bambino a cui è stato dato in mano un martello, col quale si può costruire o distruggere una casa, e noi la stiamo distruggendo. Se vogliamo avere una possibilità, dobbiamo usarlo nella maniera corretta”. Dal dialogo è emerso anche che a differenza delle piante, che hanno un’organizzazione orizzontale, noi abbiamo un’organizzazione verticale. E anche qui l’autore spiega le falle create da questo tipo di organizzazione che ci interessa tutti: “Le organizzazioni gerarchiche sono antiquate perché se crolla un organo, tutta l’organizzazione crolla. La burocrazia è insita in qualunque organizzazione gerarchica, se hai un capo hai necessità di avere un tramite, questa è la burocrazia, ed è un problema enorme perché essa nasce dalla lontananza tra colui che prende le decisioni e coloro nei confronti dei quali le decisioni devono avere il loro esito finale. L’organizzazione gerarchica ha provocato una delle più grandi tragedie del 900, come il caso dell’organizzazione nazista”.

Qual è, dunque, la miglior forma di convivenza? Una legge della natura risponde a questa domanda: “In qualunque gruppo naturale – ha chiarito Mancuso – le decisioni prese dalla maggioranza del gruppo hanno un effetto, sul gruppo, migliore rispetto alle decisioni prese dal migliore del gruppo”. Cosa possiamo fare per prendere spunto dalle organizzazioni orizzontali e diffuse delle piante? “Le piante – ha rivelato il neurobiologo – anche se hanno un’organizzazione diffusa e orizzontale hanno regole e non sono anarchiche”. Le regole delle piante sono state raccolte da Mancuso in una sorta di Carta dei diritti delle piante: “Uno di questi diritti è molto attuale, è l’articolo 7: “La nazione delle piante non ha confine, ogni essere vivente ha diritto di transitarvi liberamente senza alcuna limitazione”. E’ una regola della vita. Gli esseri viventi si spostano per garantire la loro sopravvivenza, non possiamo bloccarli, mentre non permettiamo che gli uomini possano usufruire di questa strategia di sopravvivenza. È un crimine contro l’umanità. Quando si ledono i principi primi della sopravvivenza si sta facendo una delle cose peggiori per la specie che è possibile fare. In questo caso il nostro cervello sembrerebbe uno svantaggio e non un vantaggio evolutivo”.

Poi l’autore ha toccato anche il tasto della sensibilità delle piante, facendo notare che queste sono più sensibili degli animali perché sono immobili. “Noi animali risolviamo o evitiamo i nostri problemi attraverso il movimento, non abbiamo bisogno di una grande sensibilità all’ambiente. Ma una pianta non può farlo, perché l’unica maniera che ha di sopravvivere è di sentire con grande anticipo cosa sta accadendo e cosa accadrà. Percepiscono cambiamenti magnetici, chimici e fisici in tempo reale, hanno un’idea dell’ambiente che le circonda molto superiore alla nostra”. Le piante, inoltre, rendono possibile la vita su questo pianeta grazie alla fotosintesi attraverso la quale fissano l’anidride carbonica. Il riscaldamento globale è provocato dall’aumento dell’anidride carbonica: senza le piante il riscaldamento globale salirebbe all’ennesima potenza, da ciò sparirebbe l’acqua e dunque la vita.

Poiché i dati dicono che le città, nonostante ricoprano solo il 3 per cento della superficie terrestre, producono il 70 per cento di anidride carbonica, l’atto pratico e più efficiente per ridurla, ha proposto il neurobiologo di fama mondiale, è di coprire di piante tutte le superfici dei centri urbani: “Metterle dappertutto, non solo nei parchi e nei giardini, perché non è sufficiente metterle lontano. L’idea della città separata dall’ambiente naturale è infatti molto primitiva. Le città ricoperte di piante sarebbero esteticamente molto gradevoli e farebbero bene alla salute”, ha concluso così Mancuso formulando una proposta concreta per contrastare il riscaldamento globale.

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