Cos’è il “viaggio sentimentale”?

di Biagio Lauritano | Chiose
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II “viaggio sentimentale” oltre a ricordare il Sentimental Journey through France and Italy, celebre opera di Laurence Sterne tradotta da U.Foscolo con il titolo Viaggio sentimentale attraverso la Francia e l’Italia, in senso più ampio può essere considerato un genere letterario? Ho cercato di rispondere a questa domanda soffermandomi brevemente su alcune opere letterarie e sui loro periodi storici.

Innanzitutto occorre precisare che la nascita di un genere letterario è resa possibile dagli elementi di novità in esso presenti e non rintracciabili nella cultura tradizionale.

Nella storia è accaduto che accordi commerciali, alleanze politiche, conflitti tra Stati contribuissero ad aprire nuove rotte commerciali lungo le quali molti viaggiatori si muovevano spingendosi anche in territori sconosciuti all’Occidente. È il caso di Marco Polo recatosi nella Cina del Gran Khan nel 1274.

Dal racconto di questo viaggio, descritto da Marco Polo nel Milione, emergono la suprema autorità del Gran Khan, le condizioni dei popoli a lui sottomessi, ma soprattutto lo stupore con cui l’autore si avvicina alle cose che vede per la prima volta e che sembra anticipare il desiderio di conoscenza dell’uomo moderno, fondamentale per il progresso. Infatti Marco Polo racconta «con la maggior fedeltà possibile, come può esser quella fondata sulla testimonianza oculare o riportata direttamente da osservatori prossimi, un mondo pressocchè ignoto[1]».

Nel secolo XV questo atteggiamento empirico spinge l’uomo a varcare le colonne d’Ercole consentendogli così di scoprire il Nuovo Mondo.

Nel secolo XVII con lo stesso atteggiamento Galileo Galilei mette in crisi la concezione aristotelico-tolemaica su cui si reggeva, fino a quel momento, l’universo e secondo la quale l’uomo godeva di una posizione privilegiata rispetto agli altri esseri viventi. Allora la riflessione che ne deriva spinge l’uomo alla conquista di nuovi spazi vitali, indipendentemente dalle certezze acquisite in passato e che ora si rivelano inadatte a fronteggiare il futuro.

Se volessimo con questa premessa definire il “viaggio sentimentale” come genere letterario, dovremmo affermare che esso nasce con le scelte di un preciso momento storico e consiste nella ricerca del “nuovo”, di quello di cui non si ha memoria. Ma questo farebbe precipitare in un paradosso: la ricerca del “nuovo”, dell’“altro”, non avrebbe felice esito e si ripiegherebbe su se stessa non avendo possibilità di emergere. Col tempo del “nuovo” sia che si trattasse di stati della coscienza, sia di elementi esterni ad essa, cioè dati oggettivamente, non rimarrebbe alcuna traccia. Fatti e avvenimenti nuovi sarebbero visti come “monstra” e, non trovando spiegazioni razionali, verrebbero considerati, come spesso accadeva in passato, paure nascoste della nostra immaginazione sancendo così la vittoria della “bestia trionfante”.

La cultura riconosce la propria identità come espressione delle tappe raggiunte dalla civiltà, ma per aprirsi al “nuovo” ha bisogno della libera iniziativa dell’uomo per guardare al futuro evitando così di commettere gli errori del passato. Se oggi questo atteggiamento emerge, soprattutto nelle democrazie occidentali, nella partecipazione della gente comune alle problematiche sociali più vaste, per secoli esso è rimasto generalmente elitario viste le condizioni di vita delle classi subalterne. Tale atteggiamento però non poteva riposare a lungo sull’ordine che si era dato il vecchio continente e che cominciava a mostrare segni di logoramento che culminarono nella caduta dell’Ancien Régime. Infatti non sarebbe stato possibile avvalersi per sempre del principio di autorità come invece faceva la Chiesa imponendosi spesso con il Tribunale dell’Inquisizione. L’uomo agiva liberamente proprio quando, grazie alle sue idee, superava gli ostacoli imposti dalla tradizione sotto forma di pregiudizi o persecuzioni politiche. Ma le idee per essere valide avevano bisogno di innestarsi sul terreno della tradizione non allo scopo di ripercorrerla passivamente, bensì per aggiungere qualcosa di innovativo, che desse cioè la possibilità di sostituire i fondamenti del vecchio ordine dando così vita ad una diversa visione della realtà, frutto di una nuova identità culturale. Questa visione, che cominciava a delinearsi con la stagione illuminista, suscitando l’interesse degli intellettuali attraverso produzioni scritte su temi ricorrenti ha permesso la nascita dei moderni generi letterari.

Da sempre l’uomo cerca nella natura testimonianze del proprio passato. Infatti le esperienze del Grand Tour del Settecento parlano di una natura fatta di paesaggi in cui emergono i segni della storia lasciata dall’uomo, segni rintracciabili soprattutto nelle rovine dell’architettura classica. Ne è un chiaro esempio il Voyage pittoresque di Jean-Claude Richard de Saint-Non: «Les idées que les ruines réveillent en moi sont grandes. Tout s ‘anéantit, tout périt, tout passe, il n’y a que le temps qui dure… je vois le marbré des tombeaux tomber en poussière et je ne veux pas mourir!… Dans cet asile désert, solitàrie et vaste j e n ‘entends rien, j’ai rompu avec tous les embarras de la vie; personne ne me presse et ne m’écoute; je puis me parler tout haut, m’affliger, verses des larmes sans contrainte[2]».

Con il Viaggio in Italia di Goethe si passa a una concezione romantica della natura in cui il paesaggio diventa espressionistico cioè proiezione della realtà interiore dell’uomo che intende tramandare ai posteri le proprie esperienze:

«Eccomi qui (a Roma) adesso tranquillo e, a quanto pare, placato per tutta la vita. Giacché si può dir davvero che abbia inizio una nuova vita quando si vedono coi propri occhi tante cose che in parte già si conoscevano in ispirito. Tutti i sogni della mia gioventù li vedo ora vivere; le prime incisioni di cui mi ricordo (mio padre aveva appeso ai muri d’un vestibolo le vedute di Roma) le vedo nella realtà, e tutto ciò che conoscevo già da lungo tempo, ritratto in quadri e disegni, inciso su rame o su legno, riprodotto in gesso o in sughero, tutto è ora davanti a me; ovunque vado, scopro in un mondo nuovo cose che mi son note; tutto è come me l’ero figurato, e al tempo stesso tutto nuovo. Altrettanto dicasi delle mie osservazioni, delle mie idee. Non ho avuto alcun pensiero assolutamente nuovo, non ho trovato nulla che mi fosse affatto estraneo; ma i vecchi pensieri si sono fatti così definiti, così vivi, così coerenti, che possono valere per nuovi»[3].

Va in questa direzione anche il Viaggio sul Reno e ne’ suoi contorni di Aurelio De’ Giorgi Bertola nel quale l’autore fa emergere il suo stato d’animo attraverso la descrizione del paesaggio[4]: «Tornai sul ponte al cader del sole. Gli sfondati de’ colli erano già oscuri; ma le prominenze brillavano di viva luce, il fiume rosseggiava tutto e i gran monti in faccia eran d’oro. In mezzo a questa gioia il palazzo già abbandonato da’ raggi dava un non so che di sublimemente tetro e patetico; mostrava nel vero, e facea sentire in que’ momenti il lutto della trista sua sorte[5]».

In effetti il “viaggio sentimentale” tout court è espressione della sensibilità romantica, quindi del “nuovo”, ma esso ha origine dal “vecchio”, cioè dai primi viaggi, da quello di Marco Polo a quelli di esplorazione oltreoceano che hanno portato alla scoperta del Nuovo Mondo a quelli del Settecento.

È il periodo della prima rivoluzione industriale e quindi dell’ascesa della borghesia: i sentimenti degli esponenti di questa classe non trovano riscontro nella letteratura cavalleresca che aveva esaltato il potere della nobiltà. Le azioni della borghesia non sono condizionate da un passato secolare e quindi dalle vecchie convenzioni; esse procedono quindi con piena autonomia nella conquista degli spazi che fino a questo momento sono stati negati a questa classe. Il “nuovo” entra così a far parte della coscienza collettiva, diventa fare dinamico che può incontrare anche l’imprevisto e la sorpresa. La nascita del romanzo moderno è improntata a questo nuovo atteggiamento così come l’evoluzione del “viaggio sentimentale” come genere letterario. I personaggi dei romanzi vanno inquadrati in un contesto in cui le loro azioni non sono determinate a priori come accadeva, per esempio nella Gerusalemme Liberata, a Rinaldo il quale doveva tornare sulla retta via per svolgere la missione di crociato a cui era destinato, ma si svolgono in modo non prevedibile dalla prospettiva del lettore.  Il protagonista del romanzo si rende conto che per conoscere se stesso deve rapportarsi alla realtà e non sognare imprese impossibili o perdersi nella ricerca di piaceri effimeri[6]. Questo vale anche per i personaggi del Viaggio sentimentale attraverso la Francia e l’Italia: l’umiltà del frate francescano, la riservatezza della signora di Bruxelles, il fare imbranato di La Fleur sono per Sterne la dimostrazione dei vari atteggiamenti delle persone nella vita reale.

La visita di Foscolo alla casa di Petrarca ad Arquà costituisce senz’altro un’esperienza di “viaggio sentimentale” come testimoniano le Ultime lettere di Iacopo Ortis:

«Noi proseguimmo il nostro breve pellegrinaggio fino a che ci apparve
biancheggiar dalla lunga la casetta che un tempo accoglieva
“quel Grande alla cui fama è angusto il mondo,
per cui Laura ebbe in terra onor celesti”.

Io mi vi sono appressato come se andassi a prostrarmi su le sepolture de’ miei padri, e come uno di que’ sacerdoti che taciti e riverenti s’aggiravano per li boschi abitati dagl’Iddii. La sacra casa di quel sommo italiano sta crollando per la irreligione di chi possiede un tanto tesoro. Il viaggiatore verrà invano di lontana terra a cercare con meraviglia divota la stanza armoniosa ancora dei canti celesti del Petrarca. Piangerà invece sopra un mucchio di ruine coperto di ortiche e di erbe selvatiche, fra le quali la volpe solitaria avrà fatto il suo covile. Italia! placa l’ombre de’ tuoi grandi[7]».

Questa visita non solo rende il poeta partecipe del mondo lirico del Petrarca, ma gli consente di scoprire nelle radici storiche dell’italianità, quindi nel “vecchio”, il “nuovo” vale a dire quello che sarebbe diventato poi il concetto di nazione dei Sepolcri:

«Ma più beata chè in un tempio accolte
serbi l’itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
Intelletti rifulga ed all’Italia,
quindi trarrem gli auspici[8]» .

Anche Leopardi vive un’esperienza di “viaggio sentimentale” durante il suo ultimo soggiorno a Napoli, di cui parla nella satira I nuovi credenti. In quest’opera è la descrizione dei luoghi visitati dal poeta a far emergere la sua concezione della natura.

Per Leopardi la natura rivela se stessa quando rende gli uomini consapevoli di far parte del suo ciclo di vita e di morte. Ma gli uomini, lasciandosi ingannare dalle apparenze, godono di una felicità che è di breve durata, che li spinge a illudersi  sul destino che li attende e a concentrarsi esclusivamente su futili bisogni come testimonia questa satira:

«Portici, San Carlin, Villa Reale,
Toledo, e l’arte onde barone è Vito,
E quella onde la donna in alto sale,
Pago fanno ad ogni or vostro appetito;
E il cor, che nè gentil cosa nè rara,
Nè il bel sogno giammai, nè l’infinito[9]» .

Perciò la natura non va ammirata per la sua bellezza, ma combattuta in una lotta che, sebbene veda perdente l’uomo, almeno lo rende consapevole della sua dignità. Proprio in questo consiste la ricerca del “nuovo”, in un viaggio sì senza speranza, ma che vale la pena di essere vissuto. Al tempo stesso però questa lotta mostra ciò che l’uomo è: un’eccezione nell’incessante divenire della natura e non una creatura privilegiata rispetto agli altri esseri viventi.

Nel periodo della Restaurazione alcune esperienze di viaggio non lasciano spazio a quel nuovo modo di vedere il mondo, prerogativa del “viaggiatore sentimentale”, e divengono strumento di propaganda dell’ideologia conservatrice dell’Europa uscita dal Congresso di Vienna. Ne danno prova il Voyage autour de ma chambre di X.De Maistre, il Viaggio nelle mie tasche di L.Bassi e Un viaggetto alla città di Milano fatto nel mese di Giugno del 1832 di un certo G.S.D.C.[10] .

Soltanto il Viaggio di tre giorni di L.Ciampolini fornisce una diversa interpretazione della realtà poiché l’autore, con quest’opera, tenta di rendere la letteratura indipendente dalla strumentalizzazione del potere politico[11].

Un’esperienza a parte è quella del viaggio in Italia di Karl Hillebrand[12].

Nonostante la sua posizione conservatrice, quindi rivolta ai canoni del passato, in questo viaggio l’autore osserva con profonda umanità la vita della gente umile, quasi con un senso di colpa per la politica restauratrice attuata, in quel tempo, in Germania[13]. Peccato che la sua reazione non sia all’altezza dei tempi, come invece lo è quella di Francesco De Sanctis in Un viaggio elettorale, e consista solamente in una fuga dalla realtà.

Invece in Un viaggio elettorale, viaggio sentimentale certo sui generis, sono proprio le condizioni di vita disagiata degli abitanti di Morra Irpina, oggi Morra De Sanctis, dovute ai problemi dello Stato unitario[14] a spingere De Sanctis verso posizioni politiche progressiste e quindi verso il “nuovo”:

«Guardando per entro l’abitato case cadenti, e mucchi di pietre ancora intatti dove furono case, e qua e là case nuove di pianta o rifatte a nuovo, e spazio troppo più vasto che non porta il piccol numero degli abitanti, s’indovinano pesti e carestie, catastrofi pubbliche e private, tempi di decadenza e di prosperità. Andato io colà dopo lunga assenza, vi ho già trovata tutta una storia, antiche e prospere famiglie venute giù o spente, e molta gente nuova, e subiti guadagni, e contadini ricchi e fatti padroni, e talvolta i loro padroni servi loro. Co’ tempi nuovi è sorta in Morra una gagliarda vita municipale, e in un decennio si è fatto più che in qualche secolo. Sicché, se stai all’apparenza, gli è un gentile paesetto, e dove è un bello stare, massime ora che sedate le antiche passioni locali, tutti cittadini vi sono amici d’un animo e di un volere. Ma non posso dire che una vera vita civile vi sia iniziata. Veggo ancora per quelle vie venirmi tra le gambe, come cani vaganti, una turba di monelli, cenciosi ed oziosi, e mi addoloro che non ci sia ancora un asilo d’infanzia. Non veggo sanata la vecchia piaga dell’usura, è non veggo nessuna istituzione provvida che faciliti gl’istrumenti del lavoro e la coltura de’ campi. Veggo più gelosia gli uni degli altri, che fraterno aiuto, e nessun centro di vita comune, nessun segno di associazione. Resiste ancora l’antica barriera di sdegni e di sospetti tra galantuomini e contadini, e poco si dà all’istruzione, e nulla alla educazione. Nessuno indizio di esercizi militari e ginnastici, nessuno di scuole dominicali dove s’insegni a tutti le nozioni più necessarie di agricoltura, di storia e di viver civile… Sicché, se ne’ tempi andati abbiamo vestigi di un Morra feudale e di un Morra religioso, di un Morra civile non ci è ancora che la velleità e la vernice[15]».

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la crisi dei vecchi valori borghesi spinge l’intellettuale ad allontanarsi dalla società e a riflettere sulla sua nuova condizione. Egli scruta nel profondo della coscienza alla ricerca di ciò che non trova al di fuori di essa, ma invano.

Italo Svevo che si avvale della neonata psicanalisi non riesce a comprendere appieno i sentimenti, le emozioni, i desideri che si celano nell’animo umano.

Giacomo Aghios, il protagonista di un suo racconto, il Corto viaggio sentimentale, attribuisce un significato personale al comportamento delle persone che incontra durante suo viaggio in treno, ma procede per fraintendimenti che danno luogo a continue elucubrazioni le quali, a loro volta, non lo rendono sicuro nemmeno di se stesso:

« Un giovinetto (il quinto su quel sedile) si alzò e offerse il posto al vecchio. «Grazie! Grazie! Ma perché? » disse il signor Aghios. «Posso rimanere qui.»

«Io vado in corridoio» disse il giovinetto. Non ebbe un sorriso di benevolenza pel vecchio cui usava tanta cortesia… Il signor Aghios s’assise sul breve spazio che gli era stato lasciato libero accanto alla finestra.

Peccato che il giovinetto (lungo, bruno rude) non aveva accompagnato il suo dono di una parola gentile. Sarebbe stato tale un bell’esordio al viaggio!

Tuttavia non bisognava lagnarsi, perché il viaggio in piedi non sarebbe stato adatto alle sue vecchie membra. Per non disturbare il vicino ch’egli non aveva neppure veduto,  il signor Aghios restò per qualche tempo nella stessa posizione in cui sul suo posto era caduto, la faccia verso la finestra. Dapprima pensò alla vita in quella vettura e a quel giovinetto burbero benefico. Ecco! In certe posizioni è difficile di conservare la benevolenza. Persino ora che stava tanto meglio egli sentiva una certa antipatia per il suo vicino che lo costringeva d’aderire alla finestra. Era proprio un momento in cui si sente che l’uomo con la sua pancia, le larghe spalle e i duri gomiti è una bestia odiosa per il prossimo. È una crudele lotta quella per lo spazio… Il treno futuro, che avrebbe trasportata un’umanità più evoluta, sarebbe stato allungabile come sarebbe stato di bisogno e senza per questo aver bisogno di arrestarlo. Ogni vagone avrebbe comportato delle enormi possibilità. Si tocca un bottone e i posti si moltiplicano. E così le Ferrovie dello Stato creerebbero dei cavalieri, anziché come ora dei villani e non ci sarebbe stato bisogno di accettare sorridendo un posto offerto villanamente. Col naso sui vetri il signor Aghios non potè finalmente fare a meno di vedere la campagna enorme che correva via. Il raccolto era finito. I covoni di fieno s’ergevano colossali, la provvista per tutto l’anno per gli animali della cucina tanto semplice. I campi erano oziosi in aspettativa di essere incaricati del nuovo lavoro. E il signor Aghios pensò ch’egli arrivava proprio in tempo coi suoi augurii per procurare un buon raccolto. Ora cominciava a decidersi la sorte dell’anno prossimo. Occorreva subito una lunga pioggia, che poi cessi, dopo di aver ammorbidita la terra e resa disposta al lavoro. Doveva essere preparata a puntino: Né troppo dura, né troppo tenera. E gli augurii del signor Aghios piovevano abbondanti, mentre correva accanto a quei campi a sessanta chilometri all’ora e una volta con grande sforzo si volse… per inviare gli augurii anche dall’altra parte della ferrovia: “Producete, producete in grande abbondanza, perché chi vi lavora abbia il suo premio”. Esitò poi. Ricordò la faccia triste di quel contadino che l’anno precedente gli aveva detto: «Abbiamo il vino triste di quest’anno, perché ve n’è di troppo». Ma che importa? Augurare bisogna a questo mondo. Nessuno può togliere all’uomo tale diritto il cui esercizio allarga polmoni e cuore. È vero che l’augurio finisce col ricordare l’ironia di chi, allontanandosi da un tavolo di gioco, augura la buona fortuna a tutti coloro che vi restano assisi, solo che a questo mondo l’evidenza non è tale e si può sempre credere che un grande sforzo della terra benefica debba produrre solo del bene[16]».

Se l’uomo dell’Ottocento vedeva nella storia la manifestazione del proprio “essere”, l’uomo del Novecento respinge il significato di ciò che è più grande di lui poiché non riconosce nella società di cui fa parte le radici della propria natura. Per questoAghios si crea nella mente un impossibile cammino verso la verità, ma lungo questo cammino egli si scopre impotente di fronte ai turbamenti della sua stessa coscienza.

Una ricerca simile è condotta anche da Luigi Pirandello attraverso II fu Mattia Pascal. Mattia Pascal, il protagonista di questo romanzo, evade dalla realtà perchè in essa non trova più le ragioni per vivere. Così cambia identità, diventa Adriano Meis. Ma ben presto si accorge dell’inutilità del suo gesto poiché, in questo modo, ha aggiunto dell’altro vuoto attorno a lui. Adriano non si riconosce in nessuno dei luoghi da lui descritti; le sue emozioni sono disseminate lungo tutto il suo viaggio non trovando una giusta collocazione in nessuna parte di esso poiché egli, nella sua vita, non ha la possibilità di riscontrare quelle azioni che sono proprie agli altri uomini:

«…questa costruzione fantastica d’una vita non realmente vissuta, ma colta man mano negli altri e nei luoghi e fatta e sentita mia, mi procurò una gioja strana e nuova, non priva d’una certa mestizia, nei primi tempi del mio vagabondaggio. Me ne feci un’occupazione. Vivevo non nel presente soltanto, ma anche per il mio passato, cioè per gli anni che Adriano Meis non aveva vissuti. Nulla o ben poco ritenni di quel che avevo prima fantasticato. Nulla s’inventa, è vero, che non abbia una qualche radice, più o men profonda, nella realtà; e anche le cose. più strane possono essere vere, anzi nessuna fantasia arriva a concepire certe follie, certe inverosimili avventure che si scatenano e scoppiano dal seno tumultuoso della vita; ma pure, come e quanto appare diversa dalle invenzioni che noi possiamo trarre la realtà viva e spirante! Di quante cose sostanziali, minutissime, inimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione per ridiventare quella stessa realtà da cui fu tratta, di quante fila che la riallaccino nel complicatissimo intrico della vita, fila che noi abbiamo recise per farla diventare una cosa a sé!

Or che cos’ero io, se non un uomo inventato? Una invenzione ambulante che voleva e, del resto, doveva forzatamente stare per sé, pur calata nella realtà[17]».

La condotta di Adriano è insostenibile perciò ritorna ad essere Mattia. Questo, però, non cambia le cose poiché rimane condannato per sempre a vivere ai margini della società[18].

Se nel Corto viaggio sentimentale Aghios, ostacolato dai propri dubbi nella ricerca del “nuovo”, dell’ “altro”, moltiplica all’infinito i suoi voli pindarici vuol dire che Svevo non ha riconosciuto l’importanza dei rapporti sociali. Cosa che invece non accade con Pirandello. Infatti fin dall’inizio de II fu Mattia Pascal il protagonista si rende perfettamente conto che, nelle sue condizioni, gli è impossibile avere una vita come quella degli altri.

Come abbiamo visto il “nuovo” nel “viaggio sentimentale” all’inizio del Novecento viene ad essere ciò che si cela nel profondo della coscienza ma, ancora una volta, l’uomo deve essere consapevole di trovarsi di fronte a qualcosa che non è riconducibile a nessuna delle certezze acquisite.

 

[1] M.Polo, Il Milione, a cura di Paolo Rivalta, prefazione di Sergio Solmi, Einaudi, Torino 1960, p.VIII.

[2]«Le idee che le rovine risvegliano in me sono grandiose. Tutto è distrutto, tutto perisce, tutto passa, c’è solo il tempo che dura … vedo le tombe di marmo cadere in polvere e non voglio morire! … In questo rifugio, abbandonato, solitario e vasto non sento nulla, ho rotto con tutti gli imbarazzi della vita; nessuno mi preme e mi ascolta; posso parlare a voce alta, affliggere me stesso, versare lacrime senza costrizione» (De Saint-Non, citato nella scheda a cura di J.F.Mèjanès contenuta in De David à Delacroix. La peinture française du 1774 à 1830, catalogo della mostra, Paris 1794, p.583).

C.De Seta, L’Italia nel Grand Tour: da Montaigne a Goethe, Electa, Napoli 1992, p.167: «… è la storia che consente di recuperare la natura attraverso l’antichità, di attingere a questa sorgente purificatrice».

[3] W. Goethe, Viaggio in Italia, a cura di E. Castellani, Mondadori, Milano 1983, p.138.

[4] Cfr W.Binni, Esempi essenziali della maniera preromantica, p.232, in «Preromanticismo», VII, ed.ESI, Napoli 1959, pp.221-278..

[5] A. De’Giorgi Bertola, Viaggio sul Reno e ne’suoi contorni, Olschki, Firenze 1986, p.67. Lo scrittore «vede e interpreta la natura soggettivamente, ne trae messaggi… il paesaggio, l’ambiente naturale non sono mai fondali neutri e ininfluenti allo svolgersi delle azioni: una relazione vi è sempre, dichiarata o profonda» (H.Grosser, Narrativa, Principato, Milano 1985, p.170).

[6] G.Mazzacurati, Pensieri programmatici per lo studio del romanzo sentimentale, in AA.VV., Il romanzo sentimentale, ed.Studio Tesi, Pordenone 1990, p.13: «il protagonista del romanzo… non conosce e viaggia (interrogandosi continuamente sui propri strumenti) appunto per conoscere, privo di gerarchie preventive tra esperienze o di scienza originaria del proprio destino, predisposto alla sorpresa delle occasioni perché si considera a sua volta occasione di sorpresa, figlio del caso, curioso di sperimentare e insieme di sperimentarsi, di scoprirsi».

[7] U.Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura di G.Gambarin, Le Monnier, Le Monnier, Firenze 1955, pp.310-311.

[8] U.Foscolo, Poesie e carmi, a cura di M.Scotti, Le Monnier, Firenze 1955, p.130.

[9] G. Leopardi, Opere, a cura di G.Getto, ed.Mursia, Milano 1975, p.140.

P. Botti, Leopardi e il destino della poesia: dalla crisi del classicismo alla Ginestra, Libreria Dante e Descartes, Napoli 2002, p.146: «… il soggetto poetante va sempre più convertendosi in una concreta presenza fisica, insediata in una contingenza ambientale… L’iperrealismo toponomastico e aneddotico dei Nuovi credenti localizza all’estremo, in una mistione di infimo e di tragedia… la precarietà biografica del testimone della verità esposto alla pressione dell’attualità empirica».

[10] Cfr Luca Toschi, Foscolo e altri «sentimental travellers» di primo Ottocento. Sta in Effetto Sterne: la narrazione umoristica in Italia da Foscolo a Pirandello, Nistri Lischi, Pisa 1990, pp.90-120.

[11] Cfr L.Ciampolini, Il viaggio di tre giorni, a cura L.Toschi, Guida, Napoli 1983, p.18.

[12] Il diario del viaggio in Italia di K.Hillebrand (Gieben 1829-Firenze 1884), redatto in francese e in tedesco fra l’11 settembre e il 18 ottobre del 1860, si trova, integralmente trascritto, in Karl Hillebrand, eretico d’Europa, Atti del seminario (Firenze, 2-3 novembre 1984), a cura di Lucia Borghese, Olschi, Firenze 1986, pp.251-283.

[13] Cfr E.D’Agostini, La letteratura: storie e prospettive di un genere letterario, ed.Guerrini e associati, Milano 1987, p.58.

[14] Cfr F.De Sanctis, Un viaggio elettorale, a cura di A.Marinari, Guida, Napoli 1983, p.33.

[15] Ivi, pp.116-117. H.Grosser, Narrativa, Principato, Milano 1985, pp.163-164: «… l’attenzione al tessuto sociale, al suo rivelarsi attraverso oggetti e ambienti… diviene spesso elemento utile per comprendere il carattere o il senso» dell’agire umano.

[16] I. Svevo, Corto viaggio sentimentale, a cura di U. Apollonio, Mondadori, Milano 1949, pp.34-35.

P. Botti, Il secondo Svevo, Liguori, Napoli, 1988, p.162: «Il mondo… di Aghios… è… il suo… io… nulla è al di fuori delle configurazioni… di quest’io… non si danno resti, punti di fuga, transiti per altri sistemi né risonanze straniere, cenni di trascendenza. L’io compenetra la somma dell’esistente, istituisce e chiude la superficie del dicibile, circoscrive, nell’onnivalenza delle proprie empiriche traiettorie, l’effigie possibile dell’oggettività».

[17] L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, in Tutti i romanzi a cura di G. Macchia, ed. Mondadori, Milano 1993, vol.I, pp.413-414.

[18] R. Luperini, Pirandello, Laterza, Roma-Bari 1999, p.65: «Alla fine della propria vicenda Mattia Pascal conquista un diverso tipo di rapporto col mondo. Recide qualsiasi legame vitale rifiutando ogni immediatezza e concretezza, per limitarsi a guardare dall’esterno l’esistenza e a riflettere astrattamente su di essa. Inoltre, questo atteggiamento di astrazione e di distanziamento critico è fatto valere non solo nei confronti degli altri, ma anche verso se stesso».

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