La metafisica del giallo: su “Qui pro quo” di Gesualdo Bufalino

di Roberto Falbo | Chiose, Libri
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(Anti)storia di un genere

C’è il poliziesco classico: i tranelli di Agatha Christie, gli inquietanti scenari in cui è invischiato il commissario Dupin, i rocamboleschi – eppur logici – percorsi di Sherlock Holmes alla scoperta del mistero. Esistono poi dei gialli ‘anti-gialli’, o – se preferite – dei gialli che si fanno beffe dei dogmi di un genere molto apprezzato e per certi versi abusato. Bufalino

Un esemplare di rilievo di questa corrente eretica all’interno del poliziesco è rappresentato da uno dei capolavori di Gesualdo Bufalino (1920-1996), un romanzo che – come specifica lo stesso autore nella quarta di copertina – ha un argomento ‘‘conforme ai canoni, salvi gli arbitrii dell’ironia’’.

Dramma satiresco novecentesco

L’autore siciliano, professore magistrale tardivamente scoperto e portato sugli altari della letteratura italiana del secondo Novecento da Leonardo Sciascia, offre una storia in apparenza comunissima. Non mancano il classico omicidio e una scenografia di tutto rispetto. Uno strampalato editore amante dei gialli viene ucciso dal busto di un tragediografo greco – anche se tutto, come si vedrà, ha piuttosto l’aria di un dramma satiresco – in una ridente località mediterranea dal significativo, allegorico nome di ‘Malcoltente’. L’intera vicenda – con le indagini, i depistaggi, i girotondi del fato – è narrata in prima persona dalla segretaria del fu Medardo Aquila, editore dalle molte virtù e dalle molte maschere. Esther Scamporrino, alias Agatha Sotheby, sarà la corifea di questa storia, dal ‘‘delitto da circo equestre, turgido, tragibuffo, tragidammatico’’ fino all’apparente risoluzione finale. Apparente, perché su questo palcoscenico di intrighi e ammiccamenti, in un’orchestra di invidie e risentimenti, i protagonisti della vicenda crederanno solo in parte di essere giunti alla verità. Chi ha ucciso Medardo? E perché?

Un fil rouge siciliano

Gesualdo Bufalino, noto soprattutto per Diceria dell’untore (Premio Campiello 1981) e Le menzogne della notte (Premio Strega 1988), ci porta per mano in uno spettacolo dove ironia e destino, passioni umane e burle d’intreccio, sono opportunamente miscelate in un acuto gioco letterario. I personaggi di Qui pro quo, così come l’intera vicenda del romanzo, sono essi stessi dei qui pro quo: stanno sempre al posto di altri, mascherano sberleffi e avidità, si sforzano di sottrarre alla pantomima degli equivoci le proprie sterili, caliginose silhouttes. Gli attori dello spettacolo hanno quella levità ironica mista a tensione drammatica tipica di tanti personaggi partoriti dalla mente del grande amico di Bufalino, Leonardo Sciascia. Un fil rouge di letteratura siciliana che non può che risalire a Pirandello, e in particolare al Pirandello delle novelle: curioso, interessato ai primi piani umani e agli sfondi su cui si svolgono le loro distruzioni e le loro rinascite, con un gusto sempre vivo tra l’umorismo e la drammaticità che caratterizzano l’esistenza umana. Esistenza umana che Bufalino ha sempre messo al centro della sua produzione letteraria, dalla poesia alle più importanti prove narrative.

Pantomima metafisica

L’omicidio di Medardo Aquila nella sua casa di vacanze e le successive indagini sono consacrate, imbevute fino al midollo di umorismo. Tutto ciò si riversa in delle pagine di un giallo ‘anti-giallo’ per molti versi assai lontano da un altro romanzo che possiamo considerare un precedente importante, un altro requiem di questo genere letterario: La promessa di Friedrich Dürrenmatt (1958). L’opera di Bufalino non ha tuttavia quella imponente tragicità, quella soverchiante presa di coscienza della nullità della giustizia e dell’azione umana, che caratterizzano invece La promessa e l’intera produzione letteraria dello scrittore svizzero. In una sospensione del tempo che pare avvolgere ogni cosa, in un’istantanea degna di un quadro di De Chirico, Bufalino colloca questa singolare vicenda e il suo ancor più singolare esito. Qui pro quo è una metafisica della menzogna, una sinfonia delle coincidenze, un continuo equilibrismo dove la disperata ricerca di senso non riesce mai a oscurare la freschezza di una storia che – nella sua semplicità – è metafora e paradigma della vita. C’è amore, nel romanzo di Bufalino, amore coniugale e adulterino, incontri fugaci e passioni corrotte da perbenismo; vivono invidie, gelosie, paure, desolazione umana e solitudine. Nello specchio di Qui pro quo, in un quadretto di Italia post-bellica dove solo l’aria mediterranea può considerarsi salubre, i contorni dell’esistenza sfumano, fino a svelare un dramma satiresco fuori dal comune. Gli interrogativi rimangono, per la narratrice Esther-Agatha e per i suoi compagni di scena, così come rimangono per noi lettori. Indovinelli e oracoli codificati in un giallo ‘anti-giallo’, dove le campane a morto per le nostre certezze sono già suonate da tempo. Tutti noi, novelli Edipo, cerchiamo risposte, imprecise e artefatte, mediocri e sublimi, perché – come ricorda Lidia Orioli, uno dei personaggi del romanzo – ‘‘che altro facciamo, noi uomini, durante tutta la nostra vita, se non rispondere balbettando a una sfinge?’’

 

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