1779-2019 La Repubblica napoletana verso il suo terzo centenario

di Anna Maria Siena Chianese | Chiose, Ficcanaso
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L’istruzione dei popoli è la rovina dei tiranni, l’ignoranza del popolo tiene in vita il malgoverno
(Mario Pagano. Catechismo repubblicano, 1779)

Il 2019 è appena iniziato ma sono già partite le iniziative rivolte a celebrarne il percorso, come avviene negli anni dove il numero 9 è parte della decade, i dieci numeri che l’aritmetica pitagorica considera fonte e radice dell’universo ma che, meno solennemente, preferiamo paragonare a una partitura musicale dove ogni numero ha il suo significato e il suo peso.

Il numero 9 occupa il suo posto tra le date emblematiche della storia e tra le date che l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici ha considerato, e considera, pietre miliari nella grande storia universale e nella storia di Napoli. Al convegno inaugurale, guidato con profonda competenza e passione civile dal presidente dell’Istituto Massimiliano Marotta ha partecipato, tra gli altri, Gennaro Rispoli, creatore, curatore, diffusore e direttore del Museo delle Arti Sanitarie degli Incurabili, su quel Caponapoli dove la Rivoluzione Napoletana combatté le sue battaglie. Rispoli ha parlato del glorioso Ospedale degli Incurabili del tempo, dell’affascinante polisemia delle parole che a Caponapoli sono di casa, dal nome stesso dal luogo alla variegata e magicamente agreste natura della medicina che alla lettera vi si coltivava, vi si praticava e di là veniva diffusa in Europa, ai medici che vi si sono formati e vi hanno lavorato, come Giueppe Moscati, Domenico Cotugno, Domenico Cirillo, all’aspetto politico e sociale che la città assumeva, e assume, via via che sale partendo dal mare: Parthenope e Neapolis: le due città unite di là da ogni battesimo delle origini, l’una con la sua Sirena nel mare benedetto da una Santa, l’altra coronata dalla sua acropoli, entrambe nate dalla stessa radice che ne continua a essere cifra identitaria.

Il tramonto dell’idea

Nella storia della Repubblica napoletana il numero nove, preceduto dal suo simile, è autonomo dalle cifre inziali del secolo: la Rivoluzione napoletana è del ’99, è Napoli ’99, è la trama portante di un tessuto compositivo e connettivo di storia patria che è andato a innestarsi nella grande storia via via che i giudizi, critici o encomiastici che fossero, cedevano il passo a un revisionismo storico-politico che non tramava capovolgimenti, ma consentiva all’uomo di rivedere e reinterpretare la storia del mondo e la sua stessa storia alla luce dei vecchi e dei nuovi tempi, allo scorrere degli anni, ai cambiamenti o alle cadute delle prospettive, delle speranze e anche, perché no, delle illusioni.

Le alate navi foscoliane sono ormai ancorate ai moli di transito. La continuità della storia da consegnare al futuro perché vi ponga le sue fondamenta, ricco della conoscenza accumulata nei millenni, è condannata a disperdersi nei frammenti del tempo volutamente sbranato nella sua naturale e obbligata unitarietà. Le illusioni di Foscolo, il dolore di Leopardi, la dedizione appassionata di corpo e anima di quanti a tutto ciò hanno dedicato la vita: queste sono le antiche realtà, le decadenti illusioni, le divine speranze che hanno aiutato il mondo a raggiungere mete certamente improponibili all’uomo dei nostri giorni. Le idee ridotte a ideologie che rinnegano sé stesse o addolcite negli slogan doverosamente criptici del tipo ideali emancipativi di massa nascono col proposito, e col destino, di rinnegare sé stessi. La loro radice, idea, si confronta invano con la realtà, perdendo sostanza e rischiando di trasformarsi da presunta bandiera a straccio controvento.

La partecipazione cittadina all’ideale rivoluzionario dei Repubblicani

La rivoluzione pensata, voluta perché i suoi effetti ricadessero quale riscatto civile e morale sull’elemento costitutivo dello Stato più debole, trova la sua cassa di risonanza in tutta la città. Palazzo Serra di Cassano, uno degli splenditi palazzi di Monte di Dio edificati dalla nobiltà napoletana a corona delle reggia del nuovo re, Carlo di Borbone, ne fu laboratorio e centro di diffusione e pagò con la vita del giovane duca Gennaro il sogno di libertà e di uguaglianza che avrebbe riscattato non solo il popolo, ma tutta la città dall’accusa di inerzia e di indifferenza verso la massa popolare e le sue condizioni di vita. Dal portone del palazzo prospiciente la Reggia da allora sprangato contro di essa uscì per l’ultima volta, a venticinque anni, Gennaro Serra di Cassano: un nuovo Corradino, un’altra giovinezza stroncata in nome del pensiero alto di studiosi, intellettuali, aristocratici, sacerdoti, borghesia consapevoli che la riorganizzazione sociale del popolo doveva passare attraverso la presa di coscienza di sé, l’educazione e l’istruzione e soprattutto partire dall’alto, da chi avesse a cuore il futuro di una classe che i rivoluzionari considerarono pronta a recepire il fine di strumento di riscatto sociale, economico e civile della rivoluzione e non di una lotta con l’unico scopo della reciproca sopraffazione.

A caratterizzare la Rivoluzione napoletana fu anche, in parte, il contatto tra i piani alti e il cortile dove maniscalchi, cocchieri, fabbri, contadini, piccoli artigiani lavoravano al servizio del palazzo in un rapporto spesso affettivo o certamente di fiducia: una categoria sociale dalla vita del tutto diversa da quella della massa ma che da quel popolo veniva, come gli artigiani-artisti che avevano appreso e continuavano ad apprendere la loro arte lavorando accanto ai grandi architetti, artefici della splendida Napoli europea.

Lo spiazzamento tempistico e ideologico tra rivoluzionari e popolo.

Sull’onda delle rivoluzioni settecentesche e dei venti di libertà che percorrevano l’Europa, nonostante le abissali differenze tra i popoli e la posizione politica dei diversi Stati e degli stessi sovrani, i repubblicani di Napoli ritennero i tempi maturi per la rivoluzione. Maria Carolina frequentava già ambienti illuministici della città e molti tra gli intellettuali repubblicani avevano un rapporto di collaborazione con la Corte, da Eleonora Pimentel Fonseca che ne era bibliotecaria e poetessa a Domenico Cirillo, medico della corte e dei sovrani ma questo equilibrio, instabile per forza di cose, era destinato a crollare col Terrore.

Le mete che si ponevano quanti dettero la vita per migliorare le condizioni di un popolo che sentivano proprio, sicuramente antesignane rispetto a quelle del resto dell’Europa, non si tradussero in un progetto di riforme tale da coinvolgere i destinatari nel loro ideale di riscatto sociale, economico e civile.

Tuttavia, sia presso gli stessi rivoluzionari che negli ambienti aristocratici della città, l’avvenimento trovò la partecipazione appassionata di quanti considerarono la rivendicazione dei diritti del popolo un riscatto da esercitare coralmente perché potesse acquistare le valenze necessarie alla sua riuscita e dispiegarsi su un più vasto orizzonte in tutta la sua tragicità, nonostante il presentimento di dolore e di morte maturatosi nelle coscienze.

La città, nella sua componente partecipe e consapevole della tragedia che vi si svolgeva quotidianamente nel silenzio-assenso della parte che ne traeva i suoi vantaggi, fu matrice e martire della Rivoluzione napoletana. E per città non intendiamo la culla magica di una Sirena, bensì quella sopravvissuta a sé stessa maturandosi all’innatismo dell’autocritica, al pragmatismo che non frena, ma dà nuove luci al pensiero, all’idea, agli ideali. Il pensiero dei rivoluzionari di Napoli si formò e si maturò in una città che aveva attraversato i secoli e i millenni rinnovandosi ma senza mai essersi perduta, aveva edificato una nuova lingua senza estirpare, ma arricchendo l’antica; aveva creato una letteratura, una filosofia, una musica alle quali far attingere il mondo e aveva diffuso nel mondo le sue mille e una notte di favole delle quali erano protagonisti i personaggi tipici dell’antico regno e della sua tradizione in una esemplare potenza allegorica e di costume che metteva in scena in piccoli drammi la vita: il fatato Pentamerone di Giovan Battista Basile i cui racconti, con nomi diversi, sono divenuti i classici delle favole europee.

L’illuminismo europeo: luci, ombre e le abbaglianti fiaccole di Napoli

Questa era la città dove si era formato e maturato il pensiero dei rivoluzionari del ’99, una città dove l’Illuminismo non accese solo le sue luci, ma ne previde i corti circuiti che ne avrebbero deviato le mete. Questa era la città dove avevano attecchito i semi del buon governo, quello che si pone il compito di esercitare una politica economica per il bene comune.

L’ambiente al quale il pensiero rivoluzionario alimentò le sue prospettive e le sue illusioni era la Napoli dove Antonio Genovesi, dopo la cattedra universitaria di etica ereditata da Gianbattista Vico, aveva retto la cattedra di economia politica, prima in Europa: passaggio significativo, per chi abbia approfondito il significato della politica economica quale strumento di progresso, di benessere, di crescita e quindi di etica e di civiltà.

Va detto che la politica economica, nonostante le tante specializzazioni della materia economica dei nostri giorni, è attualmente una pratica del tutto desueta: basti osservare la massima parte del patrimonio culturale di Napoli, e di parte dell’Italia in completa inerzia, in assetto di morte non solo apparente: esempio eclatante, la Piscina Mirabilis della splendida Miseno romana la cui sorella, quella delle Mille e una colonna di Costantino in quel di Costantinopoli-Instanbul, prenota migliaia di visitatori ogni anno.

Miracolosamente, circa tre secoli fa, Antonio Genovesi queste cose le aveva capite e ne stava facendo l’elemento portante del suo insegnamento come lo sarà del magistero di Ferdinando Galiani. Le sue lezioni erano tenute in lingua italiana e non in latino perché anche il popolo potesse comprenderne l’importanza ai fini del proprio benessere e del proprio progresso civile. Genovesi rendeva inoltre accessibili nuovi percorsi di futuro con l’istruzione e la formazione, aprendo la via al liberalismo e alla fisiocrazia.

Antonio Genovesi fu amico di Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, e certamente il percorso verso Caponapoli trova nei Palazzi Sansevero uno dei suoi più intriganti legami con un passato che può aiutare a comprendere l’essenza spesso fraintesa nella sua multiforme varietà e nelle sue abissali profondità di una città quasi perduta.

Gaetano Filangieri: La Scienza della Legislazione

L’Illuminismo napoletano non alimentava dall’esterno le sue fiaccole. Il pensiero rivoluzionario che percorse il Settecento ebbe una matrice comune che aveva attinto all’Illuminismo napoletano la sua linfa: gli ideali di libertà e di progresso che percorsero il mondo in quegli anni si ispirarono all’opera del giovane principe napoletano Gaetano Filangieri, apparsa in un breve succedersi di anni sui mercati librari d’Europa.

Nella Scienza della Legislazione Filangieri svincola la legge dal contingente e ne sostiene la necessità di poggiare su princìpi scientifici, esattamente come la matematica e la chimica che andava svincolandosi dall’alchimia. Solo una legge nata da questa matrice di pensiero sarebbe stata in grado di consentire all’uomo la conservazione di sé stesso e dei benefici ottenuti dalla crescita civile della quale era premessa e conseguenza.

Principio ispiratore delle riforme è quello della città platonica, sede delle virtù, basata sull’educazione e l’istruzione: un’educazione universale, ma non uniforme, consona alla funzione da svolgere e tanto più severa quanto più questa era impegnativa. Diversamente, non poteva che venirne fuori un appiattimento verso il basso, a livelli ai quali l’educazione, e per conseguenza la formazione, avrebbero perduto i loro contenuti e il loro stesso significato.

E amaramente, e vanamente, dobbiamo dire che la storia ha dato ancora una volta ragione non solo a Platone, ma al comune buon senso e che ciononostante, e in piena consapevolezza dei grandi manovratori di riforme, ci sembra il caso di temere che l’appiattimento continuerà a procedere verso la deriva del significato stesso dei termini.

Base dell’educazione è per Platone l’etica, alla quale vanno formati governanti e governati; fonte dell’educazione è la legge che assicura la vita civile e la certezza del diritto, fondamentali a qualsiasi progetto di futuro che consenta all’uomo, in tranquillità e sicurezza, di raggiungere condizioni di vita sempre migliori e di avvicinarsi allo stato di felicità, sua meta naturale.

La tensione alla Felicità: il coraggio delle parole e la sicurezza degli obiettivi

Inserire in un testo giuridico la parola felicità, forse la più suscettibile di interpretazioni diverse per la sua indefinibilità oggettiva, era a sua volta una sfida e un segnale di libertà da qualunque ostacolo alla vastità e alla libertà di pensiero. A Napoli la consapevolezza che la verità possa avere molteplici aspetti e tutti validi fa parte, ancora una volta, di quell’innatismo che è intuito, sensibilità, creatività, coraggio di confrontarsi con le infinite contraddizioni della vita. D’Annunzio ci presenta la sua Felicità velata, ma ne intuirono l’essenza luminosa che consentiva un obiettivo di progresso civile e sociale i coloni americani che si ribellarono alla madrepatria. Franklin, coautore della Dichiarazione di Indipendenza del 1774, venne di persona a Napoli per conoscere Filangieri e invitarlo, invano, a trasferirsi in America.

La Dichiarazione d’Indipendenza del 1774 può considerarsi l’inizio della rivoluzione americana, la più antica delle Rivoluzioni settecentesche come la relativa Costituzione del 1787, ancora quasi integralmente in vigore. Entrambe s’ispirarono alla Scienza della Legislazione di Gaetano Filangieri, al diritto dei popoli alla libertà e alla ricerca della felicità.

Alexis de Tocqueville, nel suo libro sulla democrazia americana, scrive: la rivoluzione francese ha generato violenza e terrore, quella americana libertà.

Tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento la dea Ragione tende a degenerare nell’arroganza come la virtù era degenerata negli assolutismi politici e nella tracotanza borghese, ma nella Rivoluzione napoletana non vi furono compromessi né adattamenti. La posta restò alta, ben più alta di quella delle rivoluzioni precedenti perché fin dall’inizio ai valori connessi al benessere i rivoluzionari preposero quelli della consapevolezza dei diritti come dei doveri, la coscienza di essere un Popolo, elemento costitutivo dello Stato da difendere e promuovere una volta riabilitato nella sua identità.

La Rivoluzione napoletana: Gerardo Marotta e l’Istituto Italiano per gli Studi filosofici.

Dello spirito mercantile che mancava quale spinta alla Rivoluzione napoletana del ’99 parlò in un incontro internazionale sul tema François Mitterand sottolineando che i motivi che spinsero i repubblicani a ribellarsi ai sovrani prescindevano dall’eventuale tornaconto economico, preminente nelle altre rivoluzioni.

Il miglioramento del popolo voluto dai rivoluzionari riguardava naturalmente anche lo status materiale delle sue condizioni di vita, ma il loro fine primario era quello di difenderne la dignità e di promuoverne la libertà e la consapevolezza di sé, dei propri diritti, delle ingiustizie e della mancanza di prospettive che lasciassero sperare in un rinnovamento delle sue condizioni e un ravvedimento da parte dei sovrani.

Principi e deduzioni apparentemente elementari espressi nei decenni dalle autorità del pensiero e delle correnti politiche di diverse prospettive sono state solo l’eco della grande missione interpretativa, valutativa ed esplicativa svolta dall’avvocato Gerardo Marotta, Presidente dell’Istituto Italiano per gli studi filosofici, al suo fianco sempre Antonio Gargano le cui lezioni di filosofia agli studenti liceali restano indimenticabili, vera e propria memoria storica della cultura napoletana.

L’avvocato Marotta ha posto la Rivoluzione napoletana al centro di convegni e di studi e di tutto quanto si propone di indagare nella storia per tentarne la comprensione e i recuperi di quanto vi abbia una valenza esemplare da consegnare al futuro. Sotto l’egida di Mnemosine, è la ricerca che deve saper scegliere, individuare, recuperare e ricostituire quella coscienza storica che è forza e guida per ogni futuro che sappia agganciarsi al passato, evitando i pericolosi arcipelaghi delle civiltà, e costituire un continente dove la storia e la vita, forti dei valori acquisiti, possano venir salvate e trasmesse diventando patrimonio e memoria storica dell’umanità.

Si deve alla fiera convinzione di Gerardo Marotta e all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici che a Palazzo Serra di Cassano ha da cinquant’anni la sua sede se la Rivoluzione napoletana porta sempre più alta la sua bandiera e se quella che veniva considerata la più effimera delle rivoluzioni irradia tuttora i suoi insegnamenti e i suoi effetti a modello di uno stato che voglia e possa considerarsi moderno e possa durare.

L’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici continua a dare prova e insegnamento che non è la contingenza a determinare la rivolta per il cambiamento, ma l’idea modellata sul pensiero dei grandi filosofi ed è l’idea che fa della rivolta di popolo una Rivoluzione che ha un unico obiettivo: lo sviluppo della civiltà, il riscatto sociale e civile, la crescita dello Stato di diritto che va curato e difeso come Bene Comune, e non come terra di conquista destinata a quanti tendano meglio i loro predatori e proditori lazos mascherando la loro spietata Conquista del West da film di Sergio Leone bonariamente allegorici.

Le Costituzioni settecentesche: coerenze e spiazzamenti con la proiezione verso la felicità

Tra le Costituzioni settecentesche quella della Repubblica napoletana conserva la sua coerenza con i fatti che la determinarono e può considerarsi moderna, contemporanea, valida e densa di dottrina anche per questi nostri tempi indefinibili.

Sul frontespizio del suo Catechismo repubblicano quello che è stato considerato l’unico autore della Costituzione, Mario Pagano, che merita uno studio a parte per la sua storia di passione civile duramente pagata, scrive:

L’istruzione del popolo è la rovina dei tiranni” e, a seguire, “L’ignoranza del popolo tiene in vita il malgoverno”: e limitiamoci a dire che i tempi gli hanno dato ragione e, ahimè, continuano e continueranno a dargliela.

Altra regola aurea della Costituzione di Mario Pagano è quella che considera l’uguaglianza fonte di diritti e di doveri e non elargizione irresponsabile di soli diritti che, inevitabilmente, ne ridurrebbero i benefici fino a un appiattimento ancor più costrittivo. A tal punto, il nostro invito a leggere, o a rileggere, le quattro costituzioni settecentesche può considerarsi non un invito a un dovere, ma a un’apertura di pensiero e una spinta a confrontare tra loro i momenti cruciali della storia: confronti ormai improcrastinabili perché, come sosteneva Gerardo Marotta, quando divampa l’incendio bisogna che accorrano i pompieri, esortazione divenuta per lui sempre più stringente nel tempo e divampata nell’urlo di dolore e di sdegno: Gente, pensate al mondo!

La lezione della Repubblica Napoletana

Non sarebbe mai passata per la mente di Mario Pagano l’idea di eliminare i doveri dalla sua aurea carta costituzionale. Dalla alcune Costituzioni francesi, come da quella del 1793, vennero esclusi i doveri perché non offuscassero la grande conquista dei Lumi: i diritti.

E a questo punto non possiamo che confermare la nostra profonda convinzione che una Costituzione come quella di Mario Pagano dovrebbe svettare alta come una bandiera su ogni Stato che voglia considerarsi di diritto, proiettato verso un futuro sempre migliore e soprattutto sede delle virtù platoniche tra le quali l’uguaglianza basata sulla reciprocità, l’educazione e la giustizia.

La Costituzione napoletana di Mario Pagano non indugia in utopie né in illusioni nella sua robusta trama progettuale. Non materia di sogni, ma monumento coerente a un’idea di giustizia e di verità, esempio di quello spirito illuministico che toccò a Napoli le sue vette più alte.

Un motto millenario per i valori di tutti i tempi

Queste realtà equivocate, queste verità velate, le contraddizioni interpretative sul valore della Rivoluzione napoletana le ha esposte, studiate e risolte l’intensa analisi di Gerardo Marotta e Palazzo Serra di Cassano continua ad esserne portabandiera.

Avvocato e Massimiliano copia

La frase che Virgilio pone sulla bocca di Enea per incoraggiare quanti lo seguivano a creare un impero vibra alta sul soffitto della sala d’ingresso dispiegando tutta la sua polivalenza, quale monito del fondatore di un impero e messaggio di addio di una martire che sognò un futuro di civiltà e di benessere non effimero, ma garantito dal diritto e dalla legge.

Nel messaggio virgiliano si legge anche molto altro: Enea fondò un impero che non sarebbe tramontato nella sua fondamentale e universale verità: il diritto, e furono le leggi, quelle leggi raccolte in quattro Codici, che permisero a Napoleone di riscattare, in un certo senso, il peccato d’origine del suo impero che aveva capovolto la storia del mondo. Il monumentale Codice napoleonico venne ispirato a Napoleone dalla Scienza della Legislazione e per decenni Carlo Filangieri, figlio di Gaetano, svolse una brillante carriera militare nella file napoleoniche in attesa che le tensioni con la corte borbonica, ormai tornata sul trono, si allentassero e gli consentissero di tornare a Napoli.

Forsan et haec olim meminisse iuvabit , recita il motto millenario che accoglie il visitatore a Palazzo Serra di Cassano. Non possiamo che confermarne il senso, non può esservi alcun dubbio che gioverà ricordare tutto questo, quest’intarsio di eventi e di date, questa eterna validità di un addio, questa consapevolezza che la pagina di storia scritta nel 1799 a Napoli è riflesso, frutto e sintesi della storia millenaria di una città e della sua cultura, una delle poche a poter elaborare un progetto di Repubblica che già allora si poneva come basi la giustizia, il diritto, la parità tra esseri umani, il riscatto di un popolo, di una città, di una civiltà.

Quasi un compito imposto dalla verità e dalla memoria storica del mondo è stato per Gerardo Marotta il grande lavoro di pensiero che ha restituito alla Rivoluzione la sua vera identità e soprattutto la sua verità che ci ha insegnato a conoscere e ad amare.

Restano indimenticabili i suoi convegni sul tema e quelli, ad altissimo livello, su Filangieri, uno dei quali fu illustrato in latino tale era la vastità e la varietà linguistica dei partecipanti provenienti da tutto il mondo.

Non vi è che un modo per accomiatarsi da lui che riconoscergli quanto tutti noi gli dobbiamo, quanto la città gli deve, quanto gli devono quei martiri spesso dimenticati, quanto gli deve la verità e la conoscenza della storia. E gli ripetiamo, unendoci al coro della città che gli dava due anni fa il suo addio: Grazie, ancora una volta grazie, Avvocato.

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