“UN INFINITO NUMERO”: VIRGILIO E LA ROMA AUGUSTEA IN SEBASTIANO VASSALLI

di Roberto Falbo | Chiose, Libri
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Sebastiano Vassalli (1941-2015) è stato certamente uno dei più importanti narratori del nostro secondo Novecento. Genovese di nascita e novarese di adozione, scrittore riservato e innamorato della solitudine della campagna piemontese, Vassalli è noto soprattutto per La chimera (Premio Strega 1990), romanzo storico ambientato nel clima di persecuzione vissuto dall’Europa all’indomani del Concilio di Trento. La produzione letteraria di Vassalli è sterminata ma è soprattutto con i romanzi storici che la sua fortunata penna, in cui convivono realtà quotidiana e gusto onirico, inchiesta giornalistica e gioco erudito, trova la sua forma più compiuta. Pensiamo ad esempio a quel magnifico affresco retrospettivo della storia italiana degli   ultimi cinquant’anni che è Archeologia del presente (Einaudi, Torino 2001). Pensiamo ancora a La chimera (Einaudi, Torino 1990), in cui la triste vicenda della giovane contadina Antonia, accusata di stregoneria, diventa paradigma dell’ingiustizia e della sete di potere che vivono da sempre nel cuore degli uomini. La storia, e la storia della letteratura in particolare, si trasforma in un quadro di disincantata, ironica malinconia nel piccolo capolavoro Un infinito numero (Einaudi, Torino 1999). Con una prosa elegante ed efficace, ricca di richiami colti e di colpi di scena spiazzanti, Vassalli ci porta in quel gran fermento che fu la  Roma augustea. Per bocca dello schiavo Timodemo facciamo la conoscenza dei grandi protagonisti di quel periodo: Mecenate, lo stesso Augusto e, ovviamente, Virgilio. Quel Virgilio che per ordine dello stesso imperatore dovrà comporre un’opera che celebri la grandezza di Roma e la sua storia, un poema straordinario che nel racconto delle origini ponga le premesse e la legittimazione del ruolo ecumenico dell’Urbe. Mecenate e Virgilio si metteranno così in viaggio alla ricerca di queste origini, nella terra dei Rasna, che nei frammenti della sua antichissima civiltà sepolta dalla conquista di Roma cela misteri sottratti all’azione distruttrice del tempo e della storia. Non mancano i riferimenti alla grande tradizione letteraria, come l’esperienza della catabasi, la discesa agli inferi tipica di tanti poemi epici che troviamo anche nel famoso VI libro dell’Eneide. Una discesa che nel nostro romanzo ha piuttosto la forma di un viaggio onirico e metafisico dove non è tanto il soprannaturale ad irrompere quanto la memoria degli uomini, le falsità del passato e i segreti dell’avvenire. Quel grande caleidoscopio di contraddizioni e ricorsi che è la storia diventa in questa visione poetica un cosmorama nel quale Mecenate e Virgilio scopriranno che non tutto ciò che i Romani presumono di conoscere sulle proprie origini corrisponde al vero. Un infinito numero è una camminata nella Roma augustea e nelle vestigia delle cittadine etrusche nella campagna toscana, è un incontro con indimenticabili e strani personaggi: provocanti e spregiudicate ballerine, spietate divinità e grandi eroi della tradizione. Primo fra tutti, Enea.

Nella terra dei Rasna, e nel loro enigmatico rapporto con la storia, la memoria e la scrittura, due grandi protagonisti della Roma del I sec. a.C. e dell’intera civiltà occidentale dovranno mettersi in gioco e scoprire, un colpo di scena dopo l’altro, la leggerezza dell’esistenza umana e la fragilità del suo destino.

Con sapiente e ironica semplicità, Vassalli mette a nudo tutta l’umanità di Virgilio e Mecenate, dei quali con verisimiglianza storica traccia le paure e i desideri, gli amori e le delusioni. Delusioni che si concretizzeranno nella scoperta finale che la visione nella grotta del dio Mantus metterà loro davanti. Un infinito numero è soprattutto una riflessione sul significato e sull’importanza della scrittura come scrigno dentro cui rinchiudere quell’ombra, quella polvere che è l’uomo, come dice Orazio; è una riflessione sul tempo e su come gli uomini, per ignoranza o per interesse o per illusione, possano manovrare la storia e circondarsi di miti mendaci, i quali lasciano l’amaro in bocca una volta smascherati. Vassalli ci parla tuttavia di un mito che non delude mai, un mito fragile come noi stessi: la nostra umanità, nella quale non mancano momenti di lirismo e fantasia sfrenata, di passione e di libertà. Mi piace concludere con queste parole di Timodemo, voce narrante del racconto e voce stessa di Vassalli, che ci consegna un’importante riflessione sull’assoluta precarietà che vediamo nelle cose, e in noi. “Mi domando cosa sia la memoria di un uomo, e non so rispondermi. Quella Fama di cui Virgilio, nell’Eneide, celebrò lo smisurato potere, è anche la più inaffidabile e la più iniqua delle dee, più della stessa Fortuna; e gli uomini che godono dei suoi favori sono come gli insetti che volano di notte intorno a una lanterna, inebriandosi della sua luce. Si sentono splendidi, e in quel momento effettivamente lo sono; ma il loro trionfo dura pochissimo, e non lascia tracce. Che memoria può avere la notte dei suoi insetti? E che memoria può avere, il tempo, degli uomini che lo fanno esistere, senza la scrittura?”.

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