La burocrazia del male: quando i treni non arrivavano in orario. Intervista a Fabio Isman

di Valeria Noli | Chiose, Libri
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l’Italia razzista. I documenti della persecuzione contro gli ebrei (Il Mulino, 2018), ultimo libro di Fabio Isman, racconta la spoliazione non solo materiale cui furono sottoposti gli ebrei con le leggi razziali del fascismo. L’autore lo presenterà a Roma in Piazza Firenze n. 27, nella sede centrale della Società Dante Alighieri, lunedì 21 gennaio alle 17,30 con il Presidente della Dante, Andrea Riccardi.

Questo lavoro, documentato, appassionato e umano, traccia il profilo di una “burocrazia del male” che non si accontentò di requisire i beni ma volle anche cancellare le identità degli ebrei in Italia. Le loro case furono confiscate, con tutto ciò che contenevano: arredi, opere d’arte, gioielli e le stesse memorie familiari: fotografie e altri oggetti di semplice valore affettivo, come i giocattoli dei bambini, o i panni da lavare. Gli ebrei non potevano fare più nulla per guadagnare e mantenersi, i loro nomi furono cancellati dagli elenchi telefonici. Vale dunque la pena di soffermarsi a leggere anche tutti i nomi citati alla fine del libro. Appartenevano a uomini e donne le cui identità, a un certo punto, sono state trattate come numeri sbagliati in un bilancio da far quadrare a ogni costo.

Come è nata l’idea di questo libro?

A febbraio mi ha chiamato l’Unione delle Comunità e mi hanno detto che nessuno aveva mai lavorato molto sulla commissione Anselmi. Io avevo già letto la relazione generale, che descrive l’indagine fatta per la prima volta dallo Stato italiano su quello che è stato portato via agli ebrei. I fascicoli di quella relazione, con migliaia di pagine, sono sparsi in tutta Italia: ho capito subito che su questa enormità di carte non si poteva fare un lavoro completo, così l’ho fatto a campione.

Per esempio ho consultato un fondo del Ministero delle Finanze che ha circa 95 faldoni sui beni ebraici, di circa 2.000 pagine ciascuno. Ho utilizzato anche un fondo di circa 115 faldoni, quello di Egeli. L’Ente Gestione e Liquidazione (beni ebraici, sottinteso) è fondato nel 1939 e si serve anche di 13 banche in tutta Italia. Anche qui ci sono dei fondi, riordinati del tutto o in parte, per esempio quello della Banca Agricola Mantovana, quello milanese già di Cariplo e ora di Banca Intesa o quello della Fondazione della Compagnia San Paolo, che si trova a Torino.

Perché l’ho fatto? Perché la storia della spoliazione degli ebrei dai loro beni, che va di pari passo con la cancellazione della loro identità, non era stata mai raccontata. Quando si parla del periodo ‘38-‘45, è comprensibile, si parla della Shoah, dei deportati e delle persone che non ci sono più. Ma non si parla di tutto il resto, delle cose che sono state portate via agli ebrei e dello stato di emarginazione, di insicurezza, di povertà in cui queste persone erano state ridotte. Non si parla del fatto che solo una piccola parte gli fu restituita, anche dopo la guerra. Allora il libro parla molto meno di deportati, se non per qualche caso personale, per il resto soprattutto delle storie dei sequestri, delle confische, delle vendite di beni ebraici.

L’Egeli si occupava solo di beni ebraici?

Fino alla fine della guerra, sì. Dopo, quando i tedeschi diventano nemici, anche dei loro. La cosa importante è che questo ente è esistito a pieno titolo fino al 1957, quando è andato in liquidazione. È stato chiuso solo nel 1997 con un’iniziativa del Presidente Ciampi. Non solo l’Egeli, anche le norme razziali, seppure inapplicate, sono rimaste vigenti per tempi inenarrabili. Alcune piccole, come il divieto di allevare piccioni viaggiatori, sono state cancellate nel 2008; il divieto di associarsi tra professionisti è stato cancellato solo con la legge Bersani del 1997. Non si riflette mai abbastanza sul fatto che tra i divieti c’era anche quello di comparire negli elenchi telefonici. Un modo per toglier loro anche l’identità.

Le persone venivano praticamente cancellate…

Esatto, sparivano, in modi spesso irreparabili. Esempio: furono buttati fuori dalla scuola? Terribile, ma si poteva cercare di costituire delle scuole riservate, anche se per l’università non era facile. Non potevano avere personale di servizio che non fosse ebraico? Ognuno in casa poteva lavorare per sé. Ma irrimediabile era il fatto di essere cancellati dall’elenco telefonico: non ti trovava più nessuno. Irrimediabile era il fatto che pur avendo una ditta, gli ebrei non potessero farsi pubblicità. Definirei invece “scomodo” il fatto che non potessero andare nelle località di villeggiatura. Nel libro racconto il caso di una coppia triestina che voleva andare in viaggio di nozze a Cortina d’Ampezzo. Rifiutati, vanno a dormire a Pieve di Cadore, che all’epoca non era una località turistica; da là, tutte le mattine andavano a piedi a Cortina per coltivare il loro viaggio di nozze, poi la sera tornavano indietro. Stiamo parlando di cose anche grottesche.

Non stupisce che molte persone si siano volute suicidare

Mi risultano perlomeno 42 casi di persone suicide o uccise nell’atto di essere arrestate in Italia. Non stiamo parlando di persone insane di mente o deboli, ma di uomini e donne anche importanti e stimati, come l’editore Angelo Formiggini. C’è poi il caso di Giuseppe Jona, un primario molto stimato a Venezia e (tra l’altro) Presidente dell’Ateneo veneto. Era un riferimento importante per la comunità e quando i nazisti gli chiedono di consegnare un elenco di ebrei, preferisce suicidarsi capendo che non avrebbe resistito in caso di cattura. Altri si sono uccisi il giorno prima della cattura o per le difficoltà economiche, che una simile situazione non può che aver aumentato. Molti documenti dimostrano lo stato di povertà estrema in cui erano ridotte queste persone, licenziate e rimaste senza stipendio. Guido Buffarini a un certo punto arrivò a dire: “Finalmente li abbiamo ridotti davvero male”. Era proprio questo l’intento.

Certamente qualcuno approfittò della situazione

Abbiamo elenchi di inquilini che chiedono di essere autorizzati a non pagare più l’affitto ai padroni di casa ebrei. Alcuni occupano gli immobili di quelli che erano andati via. Infine, una quantità di persone cercano di ottenere vantaggi, come essere nominati amministratori di beni confiscati. Negli elenchi troviamo nomi, cognomi e indirizzi delle diverse persone che vogliono lucrare sulla situazione, con anche la segnalazione di chi era il loro “santo in paradiso”: onorevoli, ministri ed eccellenze. Tutto per fare affari e razzie, come accade anche nei negozi che vengono depredati in massa non soltanto dai nazisti o dai repubblichini, ma anche dalla gente comune. È chiaro che se dichiari un negozio chiuso perché è ebraico e poi butti giù la porta, la gente va dentro e si porta via tutto, punto. È quello che è successo anche a Trieste.

Le pseudo-teorie del razzismo “scientifico” erano solo propaganda o qualcuno ci credeva?

Non mi risulta che Mussolini sia stato uno scienziato. In ogni caso il famoso “Manifesto della razza”, viene scritto da un assistente universitario di 25 anni, tale Guido Landra, che riceve l’incarico dal ministro della Cultura popolare Dino Alfieri e dallo stesso Mussolini, con la mediazione di Telesio Interlandi. Landra scrive il testo in due notti. Mussolini affermerà in alcuni casi di averlo scritto lui, altre volte Landra gli scriverà citando il suo “fondamentale apporto”. Questo per quanto riguarda il livello di scientificità degli estensori del testo, gli altri si limitano a firmarlo o meno. Gli unici due scienziati di una certa caratura erano Nicola Pende e Sabato Visco. Pende negò subito di aver sottoscritto il documento e, arrabbiato, mandò un telegramma al segretario di Mussolini. Secondo studi recenti, anche Visco prese le distanze dal “Manifesto”, che tra l’altro fu scritto in concomitanza con la visita di Hitler in Italia (maggio 1938). È allora che si scatena tutto: Mussolini fa il suo famoso e unico discorso pubblico sul tema, non a caso nella città con la massima densità di ebrei in Italia: Trieste. Dopo la partenza di Hitler, si diffonde l’ordine di non recensire più nessun libro di ebrei tedeschi sulla stampa. Anche la progressione e la coincidenza delle date conferma l’intento propagandistico.

Molti ebrei erano iscritti al PNF e parteciparono alla Marcia su Roma. Le leggi giunsero particolarmente inaspettate…

Assolutamente inaspettate, per il paese e per gli ebrei. Dieci giorni dopo il “Manifesto della razza”, l’Unione degli ebrei addirittura manda un messaggio di appoggio a Mussolini, per la sua politica lungimirante. Nel 1930 aveva anche fatto una medaglia che da un lato ha la corona e il fascio (il re e Mussolini) e dall’altro la Menorah, le Tavole della legge e la stella di David, con scritte encomiastiche. Ho scoperto la medaglia a un’asta, non ne sapevo nulla e ho iniziato a cercare chi ne sapesse qualcosa. Ho trovato pochissimo, probabilmente nel dopoguerra qualcuno ha fatto incetta di questi oggetti forse anche per tacitare una cattiva coscienza. Ma si capisce che buona parte dell’ebraismo all’epoca era favorevole a Mussolini.

Un paio di casi, documentati dagli inventari dove l’Egeli registra tutto quello che viene preso, dicono lo stesso. Riguarda due ville del nord, sul lago (una con l’imbarcadero privato e due barche di cui una a vela) un lunghissimo elenco di materiali repertati, anche di un certo valore. C’è anche un controllore, perché sul foglio, una velina originale, si cita un mobile Luigi XV, di valore particolarmente alto. Qualcuno perciò lo contrassegna con una o due righe a matita rossa. Vanno poi a vedere i bauli in cantina e nell’ultimo salta fuori una divisa completa da fascista, con fez e quant’altro. Il “controllore” allora gira la matita, metà rossa e metà blu, e fa due righe blu, laterali, con due punti di domanda; come per dire “Dove diavolo siamo andati? Questo era un fascista”. In un’altra villa non lontana trovano una divisa da generale, con 19 medaglie. È una divisa da sera, con tutto quello che serve. Tra gli ebrei dell’epoca, molti erano di destra, e nessuno si aspettava questa cosa né immaginavano, neanche minimamente, che dopo il ’43 ci sarebbe stata la deportazione e l’uccisione. Per cui, nonostante tutti i segnali, le confische fatte, lo sparire dagli elenchi del telefono e tutto il resto, non scappano sinché l’alternativa è solo farsi arrestare per andare nei campi d’internamento. Da qui, da Fossoli, da Gries, dalla Risiera di San Sabba, partiranno poi per posti come Auschwitz.

Molti erano convinti del fatto che in Italia non ci fosse un “problema ebraico” perché gli ebrei alla fine erano pochi

Non c’è dubbio, e ripeto che non si misero in salvo nemmeno quando era ancora possibile. Solo dopo il ’43 inizia la grande emigrazione verso la Svizzera che, secondo me, ha una posizione che andrebbe quantomeno discussa. Non li accetta tutti, solo un po’ e fino a un certo punto. Per esempio Liliana Segre è stata respinta, così come mio padre, anche se questo non c’entra con il libro. Tra l’altro la Svizzera si faceva pagare, e anche abbastanza, per l’internamento delle singole persone cui chiedeva anche il rimborso di tutte le eventuali spese. Un caso: il gioielliere Calfon di Milano, che arriva con dei gioielli, se li vede sequestrare. Quando deve ripartire li richiede e gli dicono che deve pagare l’ospedale di sua moglie e altre cose. Lui i soldi non li aveva, così ha cercato di far vendere i gioielli a un amico per poterseli poi ricomprare; ma quando è tornato a Milano non ha trovato più nulla e non li ha potuti recuperare. Soltanto sua figlia, e nel 2008, tramite uno speciale tribunale svizzero che si è occupato dei i conti dormienti degli ebrei, è riuscita a riavere la somma rivalutata.

Quanti dei beni e degli oggetti confiscati sono stati restituiti?

In buona misura sono spariti. Egeli vende subito i beni che non era il caso di detenere per il loro esiguo valore o perché deperissero. Dal 1940 e almeno fino al dopoguerra si perdono così le memorie di intere famiglie, che non ritroveranno mai più le loro cose. Altre sono ritrovate in modi singolari come nel caso di Alessandro Basevi, che aveva una straordinaria collezione di argenti antichi, poi ritrovati tra ‘46 e ’47 a Verona.

Nel dopoguerra è anche stato fondato l’Arar (Azienda Rilievo e alienazione dei residuati), un ente di recupero. La presidenza è assegnata a Ernesto Rossi, grande antifascista benemerito per lo sviluppo dell’Italia post-bellica. Si occupa di rilevare tutti i reperti lasciati dai nazisti e anche dagli americani, che non si riportavano le jeep negli Stati Uniti. Con la vendita di tonnellate di materiale, Arar raccoglie denaro per la ricostruzione post-bellica. Tra l’altro vende 730 chili di argento, con anche oggetti sacri poi restituiti alle sinagoghe, e la collezione completa del povero Basevi: 264 chili in tutto. L’Arar pubblicava un bollettino praticamente clandestino, dove annunciava le sue vendite imminenti. Basevi, che da sempre aveva diffuso in ogni modo la notizia che gli era stato rubato tutto, non sapeva che l’Arar avesse in vendita i suoi oggetti. Dopo averlo scoperto, ritrova a Venezia il gioielliere che aveva comprato una parte della sua collezione, poi rintraccia il successivo acquirente e così via. In giro per l’Italia, recupera forse metà della collezione, pagandola e ricomprandosela.

Demenziale, che uno debba ricomprarsi le cose che gli erano state portate via. Addirittura, fino al 1962, l’Egeli pretendeva anche il pagamento delle spese di gestione e di miglioria delle cose confiscate. Erano spese altissime, un documento dell’Unione delle comunità le calcola tra l’80% e il 400% della somma degli affitti, e includevano voci come il viaggio di un funzionario da Napoli a Positano (guarda caso), le spese dell’Avvocatura dello Stato e cose del genere.

La gestione di Egeli è dissestata: ci sono aziende che chiudono per incapacità amministrative, altre perché quelli che se ne occupavano non riuscivano a trovarsi le materie prime. È stato un depauperamento continuo, ma anche una “follia requisitoria” con la quale da un lato furono confiscati conti in banca di una lira e mezzo, molto meno del costo della requisizione. Dall’altro, furono requisiti anche i diritti d’autore; per esempio quelli di Stefan Zweig (morto da due anni) o quelli della Sarfatti, uscita dalle grazie di Mussolini; il suo Dux continuava a vendere e i diritti d’autore Mondadori, 5.000 lire, le furono ovviamente portati via.

Qualcuno riuscì a sfuggire alle confische?

Per esempio il negozio Schostal si salva dalla chiusura perché convincono i nazifascisti che il nome significava “Societé Commerciale Hongroise Objets Soie Toile Articles Lainage”. Chiudono solo durante l’occupazione nazista di Roma per riaprire tre anni dopo. La burocrazia era la stessa di oggi, altrettanto incapace e problematica. Egeli lamenta, in alcune comunicazioni, un’attesa di risposta da altri enti pubblici lunga almeno tre anni. Anche i procedimenti ne richiedevano due o tre.

Emblematico fu il caso della famiglia Pollitzer: il vecchio industriale era morto, sua moglie lascia l’appartamento al figlio, purché si faccia discriminare come ebreo. Ossia purché non rinneghi la sua origine. Dopo un anno, non essendo ancora stato discriminato perché ci voleva del tempo, Egeli confisca l’appartamento a Andrea Pollitzer. Dopo tre o quattro anni di processo, il “Tribunale della razza” presieduto da Gaetano Azzariti, poi secondo presidente della Corte costituzionale repubblicana, emana il seguente dispositivo: “A. P. non è di razza ebraica”. Lui aveva tre quarti di sangue ebreo, ma non importa. C’era chi avrebbe pagato per avere quella sentenza ma non lui che fa comunque un processo all’Egeli perché, non essendo ebreo, la casa non poteva essergli confiscata. L’Egeli si difende ma, siccome il decreto aveva valore “ex tunc”, Pollitzer non poteva mai essere stato di razza ebraica e non gli si poteva portare via niente. Egeli è condannata a restituirgli la casa e pagargli 5.000 lire di spese e danni. La sentenza del tribunale è stata stilata dal sig. Manlio Cecovini, ultimo grado della massoneria, sindaco di Trieste ed europarlamentare. Fu il primo italiano a creare una lista civica, con il simbolo del melone.

Qual è stato il caso del primo deportato italiano?

I primi italiani spediti nei lager sono il mantovano Renzo Carpi, commerciante di “alimentari e coloniali”, e tutta la sua famiglia. Il figlio Alberto, diciassettenne, il 9 settembre era sceso in strada per festeggiare l’armistizio. Un fascista lo prende, lo riempie di botte, va a casa sua e prende anche il padre. Li porta in gendarmeria. Sei giorni dopo vanno a prendere anche la madre di Alberto con le due figlie piccole. Non torneranno più. Non si sa se siano mai arrivati ad Auschwitz, destinazione del convoglio del 7 marzo 1944 sul quale erano stati caricati, o se furono uccisi subito, al loro arrivo. Di loro restano cinque pietre d’inciampo, e una fotografia tutti insieme, che ho messo anche nel mio libro. Qui la figlia più piccola, Olimpia, non è ancora nata. Di lei non è rimasta nemmeno l’immagine.

 

 

 

italia razzista isman

autore: Fabio Isman
titolo: 1938, l’Italia razzista
editore: Il Mulino
anno: 2018

 

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