Tra dolcezza e solitudine: riflessioni su Silvio D’Arzo 

di Roberto Falbo | Chiose, Libri
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Nella storia della letteratura esistono incontri rari e imprevisti, a tal punto eccezionali da occupare quell’angolo del cuore che sembra aspettarli da sempre. Uno di questi incontri è certamente quello con Silvio D’Arzo, scrittore misconosciuto del Novecento italiano e autore di alcuni dei più bei racconti della nostra prosa. Pseudonimo di Ezio Comparoni, Silvio D’Arzo nasce nel 1920 a Reggio Emilia, dove morirà di leucemia a soli trentadue anni, nel 1952. Il suo testo più noto è Casa d’altri, definito da Eugenio Montale “un racconto perfetto”. Con una lingua che è intreccio di lirismo e concretezza quotidiana, vento lieve che accompagna il lettore, D’Arzo affronta in questo racconto le tematiche a lui più care: la solitudine dell’essere umano, l’imprevedibilità del destino, la ricerca di un conforto che – nella semplicità della vita dei più umili, oltre la barbarie della guerra e dell’egoismo – dia senso all’esistenza. Questo breve, denso racconto ci porta in uno sperduto villaggio dell’Appennino emiliano, dove la vita è sempre la stessa, tra riti eterni di povertà rurale e di reciproca indifferenza. Protagonista della vicenda è un anziano curato di campagna, un mediocre “prete da sagre” che tra funerali e funzioni religiose – in una ovvia e perfetta ciclicità, pari solo a quella delle stagioni – avanza verso la fine della propria esperienza terrena. Tra luci e penombre (per parafrasare il titolo di una delle raccolte poetiche di D’Arzo), la spenta parabola umana del sacerdote dovrà però fare presto i conti con i silenzi e i misteri di Zelinda, una vecchia solitaria che ogni giorno va a lavare i panni al fiume. Tra ritrosie e scrupoli, inquietudini e accelerazioni improvvise, Zelinda chiederà all’anziano prete se la Chiesa cattolica preveda la possibilità di derogare a una “regola”. Quale sarà questa regola, lo scopriremo alla fine della storia, nell’impossibilità del Doctor ironicus – così veniva chiamato in gioventù il curato – di dare una risposta che non sia convenzionale: non solo per la vecchia ma anche per se stesso e, forse, per tutti noi. Assieme ai personaggi di questo racconto, figure indistinte avvolte nella nebbia del tempo e della storia, anche noi possiamo immergerci nella tensione che D’Arzo riesce a dipingere nei sentimenti, nelle cose, persino nei rami degli alberi e nelle carrette dei contadini del villaggio. Ma D’Arzo mette alla prova le nostre certezze di esseri umani anche in altri racconti: come in Elegia alla signora Nodier e Due vecchi, per citarne solo alcuni. Il tema della sconfitta e dell’isolamento, del dolore e dell’indifferenza tra gli uomini è presente in ogni pagina della sua ricca produzione. A chi ha la fortuna di incontrarlo nelle sue opere, D’Arzo – cantore di piccole cose eterne – riesce a trasmettere la dolcezza di un animo semplice e pieno di passione per la scrittura. Perché, come scrive lo stesso D’Arzo nella prefazione al suo romanzo ‘Nostro lunedì’, rimasto incompiuto: “Niente al mondo è più bello che scrivere. Anche male. Anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa”.

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