Ariosto, la questione femminile e la selva oscura del web

di Valeria Noli | Ficcanaso
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«A chi nel mar per tanta via m’ha scorto», La fortuna di Ariosto nell’Italia contemporanea (Carocci editore) è un saggio di Sonia Trovato, docente di lingua e letteratura italiana nei dipartimenti di Culture e Civiltà e di Lingue e Letterature straniere.dell’Università degli Studi di Verona. Si illustra la sorprendente attualità dell’Orlando Furioso, i cui temi, stilemi e storie si affacciano anche nei testi di autori come Fenoglio o Gadda, o nella saga di Harry Potter. Tra questione femminile, approccio al rapporto tra verità, verosimiglianza e fantasia, si snoda un ragionamento che si può trovare utile anche pensando alla “selva oscura” dei social network. Abbiamo chiesto alla prof.ssa Trovato di raccontarci il suo libro.

Qual era il pensiero di Ariosto in merito alla questione femminile?

La questione femminile nel Furioso è un tema a cui ho dato ampio spazio nel mio saggio. Le donne all’epoca (parlo ovviamente di quelle benestanti) erano più libere che in passato e potevano iniziare ad affacciarsi timidamente al mondo della scrittura e della letteratura, ma è comunque anacronistico pensare a una reale e concreta emancipazione da un ruolo subalterno che non è evidentemente estinto nemmeno oggi. Nel poema, l’autore conduce una vera e propria querelle des femmes. Quello che colpisce subito nell’opera è la presenza di donne concretamente amanti (Bradamante, Isabella, Olimpia e poi persino l’austera Angelica), scardinate, cioè, dal ruolo di oggetto passivo ed etereo dell’amore maschile e dal ruolo di musa. Molti episodi – le dichiarazioni di Rinaldo in favore dell’uguaglianza dei sessi di fronte all’amore (canto IV) l’incontro con le femmine omicide (XX), l’instaurazione di una società matriarcale in seguito al rovesciamento dell’iniquo regno di Marganorre (XXXVII) –, uniti a una serie di dichiarazioni proemiali che condannano il femminicidio (V) e che denunciano i limiti di una storiografia che si fa portavoce di un punto di vista esclusivamente maschile (XX; XXXVII), sono inequivocabili segnali della volontà da parte di Ariosto di sovvertire e desacralizzare i ruoli di genere e la loro rappresentazione letteraria tradizionale.

Si è detto del distacco ironico di Ariosto, ma in quali passaggi della sua opera più celebre si mostra distaccato, dove appare più coinvolto?

Penso che anche l’esibito coinvolgimento sia spesso ironico. Ariosto è sicuramente ironico quando nel primo canto paragona la propria sorte di narratore innamorato a quella di Orlando, dichiarandosi pazzo d’amore quanto il paladino. I passaggi dell’uno e dell’altro registro sarebbero moltissimi e mi limito a citare due esempi. Un momento in cui Ariosto appare ironicamente distaccato è quando, nel canto XXX, congeda la principessa Angelica, affidando a plettri migliori del proprio il compito di narrare il seguito del suo matrimonio con Medoro, poiché “di seguir più questa non mi cale”, non gli importa. Come i paladini, Ariosto si finge offeso e sdegnato per la preferenza che la donna ha accordato al “povero fante” Medoro. Un momento di autentico e verace coinvolgimento sono le invettive contro l’archibugio e contro le armi da fuoco, problema tangibile e pressante ai tempi di Ariosto e delle Guerre d’Italia.

Quali sono le “magie” più famose dell’Orlando furioso?

La magia è una delle indiscusse protagoniste del Furioso ed è proprio la felice commistione tra concretezza e fiaba a rendere così affascinante quest’opera. Tra le magie più note e più riuscite sul piano narrativo ci sono indubbiamente i castelli del mago Atlante, ragnatele di “sogni e desideri e invidie”, come li definisce Calvino, nelle quali i paladini rimangono imbrigliati nelle proiezioni oniriche dei loro desideri. Le invenzioni di Atlante descrivono bene quanto dicevo prima rispetto alla dialettica ariostesca tra concretezza e fiaba, dato che sanno essere contemporaneamente il contenitore di allucinazioni indotte dalla magia, ma anche l’umanissimo tentativo di un padre (Atlante) di sottrarre un figlio (Ruggiero) al proprio destino di morte precoce. Poi c’è l’ippogrifo, la leggendaria creatura che entra in scena proprio con il mago Atlante e che godrà di grandissima fortuna, dato che volerà attraverso i secoli arrivando fino alla saga di Harry Potter. Tra gli oggetti magici, quello che più movimenta l’azione è probabilmente l’anello di Angelica, che ha la doppia funzione di annullare un incantesimo e di rendere invisibili. Il momento in cui la principessa, tra il canto X e il canto XI, si sottrae alle brame impacciate di Ruggiero tramite l’anello è a mio avviso uno dei più divertenti di tutto il poema.

Il Calvino della sfida al labirinto ammette che la parola non basta per vincere; c’è qualcosa in comune con la funzione “negativa” della parola in Ariosto?

Non sono così sicura che i due concetti siano assimilabili, perché la riflessione di Ariosto sull’ambivalenza del sapere mi sembra più profonda e articolata. La parola in Ariosto, certamente influenzato dal pensiero platonico che domina parte della cultura rinascimentale, risulta ambigua già nei primi canti (in quelli dedicati ad Alcina e Ruggiero, per esempio, dove tra i poteri ammaliatori dell’isola è citata anche la lettura dei versi dei poeti antichi) e ha un ruolo determinante nella pazzia di Orlando, che si trova a saper tradurre dall’arabo la poesia che Medoro ha dedicato ad Angelica. Nei canti lunari questa riflessione sulla “parola ambigua” diventa una teorizzazione relativistica della letteratura e della storiografia, in quanto emanazioni del potere centrale e delle sue elargizioni di benefici.

«In Gadda, Ariosto è un filtro indispensabile per delineare ogni aspetto della realtà come nodo di relazioni». Che cosa si intende?

Ho pensato soprattutto alla lezione americana di Calvino sulla molteplicità, dove Gadda è descritto come il padre del romanzo come enciclopedia e come il fautore di una rappresentazione dell’inestricabile complessità del mondo “come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo”. Prima che a Gadda, mi pare che nella tradizione italiana questa definizione possa applicarsi ad Ariosto e possa essere utile a scrollargli di dosso ancora una volta le etichette crociane che per decenni l’hanno condannato a essere il Poeta dell’Armonia. Che Gadda fosse un appassionato lettore di Ariosto è cosa risaputa e dichiarata (Gadda parla di “amore idolatra” per l’autore dell’Orlando furioso).

Il rapporto tra “vero” e “rappresentato” era ben chiaro a un uomo del Cinquecento. Come lo potremmo tradurre a uso di chi oggi sembra perdersi “nella selva oscura” del web?

Quando devo spiegare il “patto narrativo” ai miei studenti parto sempre dall’ottava proemiale del canto VII del Furioso, dove è detto che lo “sciocco vulgo” crede solo a ciò che può vedere e toccare con mano, reputando bugiardo chi, essendosi avventurato lontano dalla propria patria, vuole poi raccontare le incredibili cose che ha visto. Soltanto coloro che hanno chiaro il “lume del discorso” sanno che quanto scritto non è una menzogna e soltanto a loro sono rivolte le fatiche dell’autore. Stiamo parlando del canto di Alcina e del suo regno incantato, al quale oltretutto Ruggiero approda in sella all’ippogrifo: si tratta quindi di un canto che non ha alcun referente reale, per cui è ovvio che Ariosto stia giocando sfacciatamente con il concetto di “vero”, “verosimile” e “meraviglioso”: coloro che hanno chiaro il “lume del discorso” sono, al contrario di quanto è scritto, coloro che conoscono le regole di fruizione della fiction e della letteratura e che accettano le regole del gioco letterario. Pensando all’affollata selva del web, mi vengono in mente gli insulti piovuti sul profilo Facebook di uno degli attori della serie TV Gomorra, accusato di essere un assassino di “criature” per aver “ucciso” una bambina sulla scena. O ancora, gli strali di indignazione e sgomento quando si seppe che Gianni Morandi aveva un social media manager, come se un profilo Facebook fosse un’emanazione e un riflesso autentico della propria persona e non un’autorappresentazione mediata e studiata oculatamente. Qui siamo ben oltre Don Chisciotte e la sua ebbrezza cavalleresca! E non so se Ariosto ne riderebbe o ne piangerebbe.

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