Conversazioni atomiche: un film sulla storia della ricerca scientifica italiana.

di Pasquale Colizzi | Chiose
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Fare del mondo della meccanica quantistica e della gravità einsteniana il teatro di un thriller appassionante è scommessa ardua. Ci voleva quindi il polso di Felice Farina, autore di lungo corso e cultore della materia, per fare di “Conversazioni atomiche” un documentario coinvolgente sempre in bilico tra domande definitive e immaginifiche – che sfidano la comprensione umana – e gag da strampalata commedia di viaggio. L’avanguardia tecnologica che il nostro Paese può esprimere, illustrata dalle migliori menti in circolazione, dialoga in maniera efficace e spassosa con le immagini dell’Archivio Luce, una meraviglia per gli occhi e fonte inesauribile di stupore. Perché dallo scrigno che custodisce la memoria filmata della nazione, gioiello che spesso dimentichiamo e che pochi paesi al mondo possono vantare, vengono fuori chicche succose come il cinegiornale degli anni Sessanta, sulla visita di Ranieri e Grace di Monaco, e i laboratori di Frascati da poco inaugurati. Il compassato commento del giornalista, con un pizzico di civetteria, sottolinea che gli occhiali da vista della principessa non nascondono il fascino del suo sguardo posato su quel gioiello di tecnologia.

Già passato per importanti rassegne di settore come il Festival della Scienza di Genova e il Trieste Science + Fiction Festival, il film arriva nelle sale il 13 dicembre ma guarda anche alle scuole con proiezioni dedicate (per informazioni antonella.montesi@yahoo.it). Del resto è brillante e funziona per una serie di combinazioni fortunate. L’autore è incredibilmente competente, tanto da cogliere i risvolti quasi filosofici alla base dei complessi progetti di ricerca che ci mostra. Rispetto ad analoghi prodotti dei divulgatori scientifici più noti, Farina dimostra tutto il debito pagato alla tv di Ugo Gregoretti, mostrandosi come un Caronte serioso ma non pedante, a tratti caustico, distaccato e ironico rispetto al concitato giovane operatore che lo pedina nel suo viaggio (Nicholas Di Valerio, che è anche cosceneggiatore e autore delle musiche). Spinti da curiosità o da incontri apparentemente casuali ed estemporanei, i due visitano luoghi per certi versi inaccessibili come l’acceleratore di particelle di Frascati, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il Laboratorio nazionale del Gran Sasso, l’interferometro Virgo, l’Osservatorio astronomico di Campo Imperatore. E qui dialogano con i migliori scienziati che l’Italia può vantare. Giovanni Amelino Camelia, dell’Università Federico II di Napoli, per esempio, che racconta della sua scommessa da fisico teorico con una intensità che scavalca i tecnicismi per andare al cuore delle grandi domande dell’uomo, quelle che fanno tremare i polsi. Nella sua casa di campagna, un signore distinto con profilo alla Churchil, come Alberto Giazotto (dirigente di ricerca dell’INFN di Pisa), ci lascia attoniti davanti all’idea che i buchi neri, di cui non ci occupiamo nella nostra quotidianità, forse un giorno si occuperanno della nostra intera galassia. E poi, solo per citarne alcuni, Catalina Oana Curceanu (primo ricercatore dell’INFN di Frascati) che svela come sotto i nostri piedi, nella inconsapevolezza dei profani, ricercatori di tutto il mondo conducono esperimenti immaginifici per tentare di dimostrare o smentire teorie, o capovolgere convinzioni stratificate.

Accade in Italia, bisogna ricordarlo. Perché, parafrasando il titolo di una commedia dello stesso Farina, il settore scientifico nel nostro Paese “sembra morto… ma è solo svenuto”. Messo a dura prova da anni di preferenze per le materie umanistiche nei corsi di studio e polemiche e attacchi di stampo politico talvolta incredibili, ci si dimentica che la scienza conserva uno status di rilievo nella comunità internazionale, difendendo posizioni di avanguardia che ci hanno visto primi al mondo nell’energia nucleare come attualmente per gli studi sulle onde gravitazionali. Insomma una vetrina eccezionale per alcune menti da fare invidia, sebbene sconosciute al grande pubblico. Donne e uomini che mettono in piedi progetti che durano anni coinvolgendo magari centinaia di colleghi in tutto il mondo per arrivare a correggere anche solo di una virgola totem indiscutibili. Oppure certificare fallimenti brucianti ma necessari, di cui è lastricata la via del progresso. Del resto le migliori scoperte dei mostri sacri del nostro Pantheon sono nate da prove, per lo più andate a vuoto. Il primo comandamento di un ricercatore è non fidarsi mai totalmente di ciò che è dato per certo da chi l’ha preceduto e guardare veramente fuori da sé. Soprattutto quando si pratica questo tipo di fisica di frontiera, bisogna essere consapevoli che la scienza assume connotati di vera e propria arte, praticata come necessità oltre ogni apparente significato utilitaristico.

“Conversazioni atomiche” è un oggetto speciale che ha ottenuto un risultato brillante, un ibrido in equilibrio tra mistero e tecnica che prova a riconciliarci con quella parte della scienza che affascina e a tratti inquieta per le questioni grandi e totali che affronta. Di certo noi non siamo costretti a farcene un cruccio. Almeno non come il bambino Woody Allen che la madre portava dallo psicologo perché aveva smesso di studiare, depresso dopo aver scoperto la minaccia prossima dei buchi neri. Il regista newyorkese aveva poi risolto a modo suo, sfruttando una piccola finestra di ottimismo, come si legge nella sua raccolta dal nome Effetti collaterali: “La cosa più interessante, riguardo all’Universo, è che si espande sempre più e, un giorno o l’altro, si sfascerà e scomparirà. Ecco perché se la ragazza dell’ufficio a fianco ha qualche numero ma non tutte le qualità che tu vorresti, bè, conviene che t’adatti”.

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