I libri della settimana: Cazzullo, Antonelli, De Luca

di Valerio De Luca | Libri
Condividi su

Anche questa settimana la Redazione della Dante consiglia una selezione tra narrativa e saggistica di autori italiani.

Giuro che non avrò più famecop1 

di Aldo Cazzullo
Mondadori
18 euro, 264 pagine

Il primo film che le nostre nonne e le nostre madri andarono a vedere dopo la guerra fu Via col vento. Molte si identificarono in una scena: Rossella torna nella sua fattoria, la trova distrutta, e siccome non mangia da giorni strappa una piantina, ne rosicchia le radici, la leva al cielo e grida: «Giuro che non soffrirò mai più la fame!». Quel giuramento collettivo fu ripetuto da milioni di italiane e di italiani. Fu così che settant’anni fa venne ricostruito un Paese distrutto.

Come scrive Aldo Cazzullo, «avevamo 16 milioni di mine inesplose nei campi. Oggi abbiamo in tasca 65 milioni di telefonini, più di uno a testa, record mondiale. Solo un italiano su 50 possedeva un’automobile. Oggi sono 37 milioni, oltre uno su due. Eppure eravamo più felici di adesso». Ora l’Italia è di nuovo un Paese da ricostruire. La lunga crisi ha fatto i danni di una guerra. Per questo dovremmo ritrovare l’energia e la fiducia in noi stessi di cui siamo stati capaci allora.

Cazzullo racconta l’anno-chiave della Ricostruzione, il 1948. Lo scontro del 18 aprile tra democristiani e comunisti. L’attentato a Togliatti e l’insurrezione che seguì. La vittoria al Tour di Bartali e l’era dei campioni poveri: Coppi e il Grande Torino, cui restava un anno di vita. Le figure dei Ricostruttori, da Valletta a Mattei, da Olivetti a Einaudi. Il ruolo fondamentale delle donne, da Lina Merlin, che si batte contro le case chiuse, ad Anna Magnani, che porta al cinema la vita vera. L’epoca della rivista: Wanda Osiris e Totò, Macario e Govi, il giovane Sordi e Nilla Pizzi.

Ma i veri protagonisti del libro sono le nostre madri e i nostri padri. La loro straordinaria capacità di lavorare e anche di tornare a ridere. Il racconto di un tempo in cui a Natale si regalavano i mandarini, ci si spostava in bicicletta, la sera si ascoltava tutti insieme la radio; e intanto si faceva dell’Italia un Paese moderno.

Aldo Cazzullo (Alba, 1966) è inviato e editorialista del «Corriere della Sera», di cui cura la pagina delle Lettere. Tutti i suoi ultimi libri – Viva l’Italia! (2010), Basta piangere! (2013), Possa il mio sangue servire (2015), Le donne erediteranno la terra (2016), Metti via quel cellulare (2017) – hanno superato le centomila copie; La guerra dei nostri nonni (2014), le duecentomila.

 

Il museo della lingua italianacop2

di Giuseppe Antonelli
Mondadori
33 euro, 376 pagine

La lingua italiana non ha mai avuto un suo museo. Un museo grande, articolato, tecnologico come quelli dedicati ad altre lingue. A dispetto di progetti e tentativi, quel museo è rimasto un sogno: questo libro è un modo per realizzarlo. Aprire questo libro significa entrare in un ideale museo della lingua italiana e attraversare, pagina dopo pagina, una storia fatta di parole ma anche di oggetti da cui sprigionano suoni, colori, profumi, rumori, emozioni, ricordi, sapori. A ricostruire questa storia secolare, sessanta pezzi distribuiti in quindici sale disposte su tre piani corrispondenti ad altrettante epoche: l’italiano antico, moderno e contemporaneo.

Quando l’Italia ancora non esisteva, Dante definì gli italiani come «le genti del bel paese là dove ‘l sì suona». La lingua come essenziale punto di riferimento e il suono di quella parola – che serve a esprimere accordo e consenso – come base di una comune identità. L’italiano è stato per secoli una lingua fondata sul prestigio letterario: una lingua soprattutto scritta, perché il parlato era dei dialetti. Ma attraverso la lingua non passa solo la cultura intellettuale, passa l’intera vita di una comunità. Passano i cambiamenti sociali, i rivolgimenti politici, l’immaginario collettivo, le abitudini individuali. Ecco perché un viaggio nella storia della lingua italiana non può fermarsi alla lingua letteraria, ma deve prevedere molte tappe nei territori della lingua comune. E un museo della lingua italiana non può accontentarsi di esporre solo testi e documenti, ma deve lasciare spazio alla cultura materiale: agli oggetti che nel tempo hanno segnato la vita di tutti i giorni.

Sala dopo sala, una teca dopo l’altra, i sessanta pezzi di questo museo virtuale ci accompagnano lungo un percorso che dalle più antiche testimonianze scritte arriva alla lingua dei predicatori e dei mercanti medievali, all’italiano stentato degli emigranti di fine Ottocento e dei soldati della Grande guerra, a quello pop della pubblicità, della televisione e della musica leggera fino al disinvolto e-taliano usato oggi nei social network. E ci aiutano a cogliere i profondi cambiamenti intervenuti, la ricchezza dei contributi apportati dalle tradizioni locali e dai continui scambi con le altre lingue. Ci permettono di ritrovare, sparse un po’ ovunque nell’odierno villaggio globale, le storiche tracce della nostra lingua. Un ulteriore segno della sua vitalità, della sua bellezza, del fascino che ancora oggi l’italiano continua a esercitare in tutto il mondo.

Giuseppe Antonelli insegna Linguistica italiana all’Università di Cassino, collabora all’inserto “La lettura” del “Corriere della Sera”. Ha lavorato nel programma televisivo Kilimangiaro (Rai Tre) e su La lingua batte (Radio3). Tra i suoi ultimi lavori, Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. L’italiano come non ve l’hanno mai raccontato (Mondadori 2014), Un italiano vero. La lingua in cui viviamo (Rizzoli 2016) e L’italiano nella società della comunicazione 2.0 (Il Mulino 2016). Per Laterza ha, tra l’altro, curato il libro intervista con Luciano Ligabue, La vita non è in rima (per quello che ne so) (2013).

Il giro dell’ocacop3

di Erri De Luca
Feltrinelli
122 pagine, 13 euro

Una sera, mentre rilegge Pinocchio, un uomo sente la presenza del figlio che non ha avuto, il figlio che la madre – la donna con cui in gioventù lo concepì – decise di abortire. Alla fiamma del camino, il figlio gli appare già adulto, e quella presenza basta “qui e stasera” a fare la sua paternità.
Per tutta la notte, al figlio “estratto da una cena d’inverno” lui racconta “un poco di vita scivolata”. E così ecco l’infanzia napoletana, la nostalgia della madre e del padre, il bisogno di andare via, di seguire la propria libertà, le guerre trascorse ma anche i baci che ha dato… Fino a che il figlio, da muto che era, prende la parola e il monologo diventa un dialogo, che indaga su una vita, sugli affetti, sulle scelte fatte, sui libri letti e su quelli scritti, sull’importanza delle parole e delle storie. Un’indagine che, più che tracciare un bilancio, vuol essere scandaglio, ricerca interiore – quasi una rivelazione.

Erri De Luca è giornalista, scrittore e poeta. Napoletano, 67 anni è considerato tra i più importanti autori contemporanei. Segnaliamo cinque volumi tra i più venduti: “Il peso della farfalla”, “Il primo giorno della felicità”, “Tu, mio”, “Il nome della madre” e “Montedidio”, tutti editi da Feltrinelli.

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

uno × 4 =