Ricordo di Bruno Caruso

di Chiara Barbato e Valentina Spata | Ficcanaso
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Pittore, disegnatore, abile incisore, scrittore, uomo elegante, raffinato conoscitore, appassionato viaggiatore e molto altro. Più di tutto, coscienza critica della società italiana: questo era Bruno Caruso, che ci ha lasciato pochi giorni fa.

Nato a Palermo nel 1928, formatosi sotto la guida paterna e attraverso lo studio e la copia dei grandi maestri antichi, si era trasferito nel 1959 a Roma, dove ha poi vissuto e lavorato alacremente fino alla fine. Con lui scompare anche una parte della storia civile del nostro dopoguerra. La sua opera si è svolta all’insegna del coraggio, dell’impegno etico e della denuncia sociale: dalle taglienti caricature di Luciano Liggio e Vito Ciancimino, pubblicate nelle prime pagine dell’“Ora” di Palermo, ai cicli di disegni e acqueforti dedicati alla persecuzione degli ebrei, agli orrori della guerra del Vietnam, alla strage di Portella della Ginestra e a tante altre storie di ingiustizia. Lo ricordiamo in prima fila con lo psichiatra Basaglia nella battaglia per l’apertura dei manicomi, fino a quando la legge 180 del 1978 schiudeva al mondo i terribili e angosciosi cancelli della segregazione e della sofferenza dei malati di mente, restituendo loro la dignità umana.

Per libera scelta, già negli anni Cinquanta, si era fatto rinchiudere per oltre un mese nel manicomio palermitano, ritraendo senza sosta un’umanità sofferente, un delirio nel delirio.caruso3

Con il suo segno ironico e graffiante aveva toccato il fondo di una cronaca destinata presto a farsi storia: volti segnati dalla malattia, occhi stravolti dalla pazzia, uomini e donne nudi, affollati in stanze luride e spoglie. Eppure, quei ritratti e quegli spaccati di ordinaria follia erano diventati segni di speranza, dove perfino il dolore poteva trasformarsi in un sorriso, un gesto di affetto, la straneità in ricomposta eccitazione. Caruso riguardava quei disegni con l’affetto di un padre che non ha mai smesso di amare i propri figli, neppure quando questi, fattisi grandi, avevano lasciato la casa paterna.

Carte da legare” fu la grande esposizione che organizzammo nel 2000 – ricorda Salvatore Italia – nel vecchio manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma, dove ancora vivi erano gli odori della reclusione e delle infernali macchine dell’elettrochoc“. Nel 2010 la Società Dante Alighieri ha avuto ancora l’onore di collaborare con l’artista, con la mostra ‘Ritratti italiani’ presso il Palazzo Pubblico di Siena, ideale galleria di pittori, scrittori, musicisti, intellettuali, uomini politici, dal Rinascimento a oggi, visti attraverso il suo occhio critico e appassionato. In occasione dell’uscita di una monografia su Caravaggio, il maestro donò poi alla ‘Dante’ un’incisione ispirata al drammatico istante dell’uccisione di Ranuccio Tomassoni avvenuta per mano del “pittore maledetto”.
Chi ha avuto la fortuna di conoscere Caruso conserverà l’indelebile ricordo di essere accolto nella sua moderna Wunderkammer, la sua casa di fronte al Colosseo piena di oggetti rari, conchiglie, pietre e ogni sorta di stranezze. Era curioso della morte e seguace del paradosso: la sua collezione di teschi, più che spaventare, metteva buon umore, come quel bizzarro scheletro che usciva a sorpresa dall’armadio del piano superiore del suo studio.

Il suo autoritratto, accerchiato da insetti e farfalle, con gli occhi fissi sullo spettatore, esprime un’eccentrica malinconia, la ‘felicità di essere tristi’.caruso

Era amico di altri due grandi figli della Sicilia, Renato Guttuso e Leonardo Sciascia. Amava scrivere, amava i libri e la storia, un personaggio, in particolare: l’imperatore Federico II, oggetto di interminabili discussioni condivise con l’altro indimenticabile amico, l’archeologo Antonio Giuliano, anche lui recentemente scomparso.
Nel mondo dell’arte resteranno i capolavori arditi e poetici di Caruso, in grado di penetrare, con partecipazione e intelligenza, le molte contraddizioni della natura umana.

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