Tamyla: la musica è la cultura dell’ascolto

di Valeria Noli | Ficcanaso
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C’è chi nella musica cerca un rifugio dalla realtà. Chi ha orecchi per intendere, sa che nell’intreccio di parole, ritmi e melodie ci sono anche culture e civiltà che si incontrano, ci possono essere tracce di momenti storici. Un “mestizaje”, come dicono gli spagnoli, al quale contribuisce anche la rete, nel contatto continuo tra autori di musiche e testi. Tamyla è una cantante di origine siciliana. Le abbiamo chiesto perché scrive i suoi testi in quattro lingue: italiano, spagnolo, francese e inglese mescolando anche soul e pop, blues e jazz.

Come è nata l’idea di scrivere i testi in più lingue?

«La cosa, risponde, è venuta da sé; sono sempre stata alla ricerca di panorami musicali diversi da quello italiano, senza limiti o pregiudizi. Dato che per me ogni lingua rappresenta sonorità differenti, stilisticamente parlando ogni canzone è nata nella lingua che avrebbe permesso di esprimermi sia al livello interpretativo che musicale. Poi credo di essere stata agevolata dal fatto che studio le lingue straniere da molti anni. La mia preferita… non riesco a sceglierne una che prevalga sulle altre, quindi posso solo affermare che la più interessante su cui lavorare è il francese, perché credo sia una lingua molto versatile, che permette di spaziare tra i generi musicali che preferisco.»

Mantiene uno stretto riserbo sull’origine del suo pseudonimo, Tamyla, ma ci spiega che il titolo del suo singolo Stimmela è di origine zulu. Significa “treno a vapore”, una metafora per la vita che scorre.

Quali artisti la ispirano?

«Ammiro la forza interpretativa di Fiorella Mannoia e di Mia Martini, come artiste italiane in grado di scavare dentro il cuore di chi ascolta. Altrimenti – prosegue – Alicia Keys è l’artista da cui prendo maggiore ispirazione, soprattutto perché si presenta non solo come cantante ma come polistrumentista, sono infatti a favore dell’emancipazione del/della cantante come band leader e quindi in grado di conoscere al meglio non solo il proprio strumento ma anche tutti gli altri, per agevolare così la comunicazione con i musicisti.»

Il plurilinguismo può creare un futuro migliore?

«Credo da sempre che un mondo multiculturale sia lo strumento in grado di abbattere i muri che l’uomo stesso costruisce attorno a sé, soprattutto in questo momento storico. Bach non sarebbe mai nato senza Benedetto Marcello, Schubert non sarebbe mai nato senza Paganini, così come il pop, il jazz, il Rhythm and Blues, ad esempio, non sarebbero mai nati senza il blues, musica di origine afroamericana che può essere vista come madre dei generi musicali successivi. Credo che ci sia un mancato riconoscimento, oltre alla crescente disinformazione, che fa sì che le persone smettano di ascoltarsi. Ezio Bosso, in un discorso al Parlamento europeo, ha detto che “Un grande musicista non è chi suona più forte, ma chi ascolta più l’altro ed è lì che i problemi diventano opportunità.” Sono d’accordo con lui.»

Ha mai pensato di scrivere in Sabir?

«Era certamente una lingua molto importante, che permetteva la comunicazione tra gli europei e gli arabi, per questa ragione racchiude, oltre all’italiano, molte parole che derivano dall’arabo, dallo spagnolo e dal siciliano, di cui sono originaria, perciò non escludo che potrebbe essere una scelta interessante.»

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

«Al momento, continuo a scrivere e a cercare di farmi conoscere al livello nazionale. A breve farò uscire altre novità, ma non posso ancora svelare la data precisa. Il sogno per il futuro è sicuramente di raggiungere il pubblico internazionale e di raggiungere successo senza compromessi sulla mia musica.»

 

 

 

 

 

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