Perché Dante è considerato il padre della lingua italiana?

di Valeria Noli | Chiose
Condividi su

Dante Alighieri morì a Ravenna nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321. Si preparano, per il  2021, le celebrazioni per i settecento anni dalla scomparsa del padre della lingua italiana.

La lingua della Divina Commedia

In una sezione delle Pillole della DanteLuca Serianni illustra diversi aspetti linguistici della Commedia. Circola ancora la convinzione che la lingua di Dante sia “incredibilmente vicina” a quella che parliamo oggi. Ma i linguisti dubitano di questa acquisizione:

«Quando Dante comincia a scrivere la Commedia il vocabolario fondamentale è già costituito al 60%. La Commedia lo fa proprio, lo integra e col suo sigillo lo trasmette nei secoli fino a noi. Alla fine del Trecento il vocabolario fondamentale italiano è configurato e completo al 90%» (De Mauro, 1999).

Molte parole contenute nell’opera, infatti, col tempo hanno cambiato significato; alcune sono usate raramente; altre sono state sostituite da forme evolutesi dal dialetto. Ci sono stati cambiamenti nella grammatica e certi “meccanismi di derivazione e di composizione” nel 1300 non esistevano ancora.

Sappiamo che la Commedia fu scritta da Dante nella sua lingua materna, cioè nel dialetto fiorentino, aperto però ad apporti di altra provenienza. Si parla di ‘plurilinguismo’ della Commedia, per il gusto dantesco di usare più lingue (il latino di Cacciaguida, il provenzale di Arnaut Daniel) e più registri linguistici.

Non siamo però in grado di risalire direttamente agli usi linguistici di Dante, visto che non possediamo autografi delle sue opere. Li possiamo ricostruire, in parte, attraverso le parole in rima, che resistono per vincolo metrico e che rintracciamo più numerose e coerenti nei codici più “autorevoli”.

«il testo della Commedia a cui si fa tuttora riferimento è quello dell’edizione critica predisposta nel 1966-1967 (e riveduta nel 1994) da Giorgio Petrocchi». Questa si basa «su 27 manoscritti anteriori al 1355, tra i quali (…) considerato dall’editore particolarmente affidabile il codice Trivulziano 1080.»

Il copista del Trivulziano 1080 si chiamava Francesco di ser Nardo e la sua bottega fiorentina era specializzata nelle trascrizioni della Commedia. In tutto sono circa 800 i codici che riportano l’opera, interamente o in parte. Troviamo infine tracce di espressioni della Commedia nel nostro linguaggio corrente: il bel paese là dove il sì suona” (Inf. XXXIII, vv. 79-80); “scegliere fior da fiore” (Purg. XXVIII, vv. 41-42); ”non mi tange” (Inf. II, 92).

La tradizione della Commedia

La Commedia ebbe subito una grande fortuna. Due novelle di Franco Sacchetti (1332 – 1400) tramandano il racconto di un Dante infastidito dalla mala recitazione dei suoi versi da parte di un fabbro e un asinaio. Trattavano la sua opera “come un cantare” (testo ), da cui ricaviamo una diffusione dell’opera anche presso i ceti più popolari. Ma non è solo per l’aspetto linguistico che la Commedia è considerata un capolavoro. Secondo Alberto Asor Rosa:

«La perennità della Commedia è consegnata alla sterminata, anzi infinita, varietà delle sue risonanze, suggestioni, tematiche, sollecitazioni e risposte. Perché questo flusso continui a manifestarsi, occorre tuttavia che ci sia, da parte nostra – cioè da parte dei lettori di ogni tempo e paese –, un’estensione altrettanto illimitata delle attese e delle richieste.» (in Apice 1/2015)

Si tratta di un testo comunque difficile. Eppure sono molte le iniziative di successo ispirate al nome e all’opera di Dante. Fu messer Giovanni Boccaccio a inventare una delle forme più diffuse di lettura e commento: le lecturae dantis,. A Boccaccio dobbiamo anche una descrizione dell’aspetto fisico del nostro poeta eponimo, inserita nel Trattatello in laude di Dante (una biografia di tono agiografico).

Pietro Bembo, nelle Prose della volgar lingua (del 1525) considera esemplari la prosa di Boccaccio e la poesia di Francesco Petrarca (gli altri due grandi trecentisti). Considerò invece la lingua di Dante meno rappresentativa per il suo registro troppo variabile (alto, basso, popolare) e il vocabolario difficile da replicare. Sono due delle caratteristiche che noi amiamo di più nella lingua dantesca (variabilità e alternanza dei registri).

Le novità espressive della Commedia

L’uso della terzina dantesca è una innovazione di Dante. Dal punto di vista stilistico c’è anche una ripresa dell’uso delle similitudini. Già frequenti nella poesia latina, poi decadute nel Medioevo che ne raccomandava un uso prudente, in Dante ne troviamo circa 500.

Servono a far comprendere meglio ii passaggi, e si riferiscono in gran parte a dati sensibili e naturali: il cielo, le piante, gli astri… solo una su dieci si riferisce a dati culturali. Ripensiamo al Canto di Ulisse (Inf. XXVI): «Quante lucciole vede il contadino che si riposa sul poggio» o «ne la mia mente fé sùbito caso / questo ch’io dico, sì come si tacque / la glorïosa vita di Tommaso» (Par. XIV).

Il valore della Divina Commedia è però anche e soprattutto umano. La sua universalità riferita alla condizione umana è rimasta esemplare, una delle ragioni per la grande ed estesa fortuna della grande opera dantesca:

«È un tentativo, il più grandioso che sia mai comparso dall’inizio dell’era umana, di dare una risposta globale, nel bene e nel male, ai grandi interrogativi della condizione umana: perché ci siamo, come ci siamo e come potremmo esserci al meglio?» (Asor Rosa, in Apice, cit.)

Dante è inevitabile?

Ismail Kadaré, in un famoso pamphlet, spiega che Dante è stato “inevitabile” e presente «nella storia albanese, offrendo con la sua arte una fonte di inesauribile bellezza e un rifugio agli orrori della storia». Il poeta  ha affascinato e interessato autori di ogni tempo e nazione. Gli è stata dedicata persino l’enciclica In preaclara summorum(Benedetto XIV, 1921 per i 600 anni dalla morte di Dante):

«Mai, forse, come oggi fu posta in tanta luce la singolare grandezza di questo uomo, mentre non solo l’Italia, giustamente orgogliosa di avergli dato i natali, ma tutte le nazioni civili, per mezzo di appositi comitati di dotti, si accingono a solennizzarne la memoria, affinché questo eccelso genio, che è vanto e decoro dell’umanità, venga onorato dal mondo intero

Un mondo che Dante ci permette di conoscere senza muovere il nostro corpo, sfogliando le pagine del suo grande libro, viaggiando solo con gli occhi, e col pensiero.

 

Fonti:

In evidenza, un’opera di William Blake

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

sette + 19 =