Pasolini: lo sguardo del poeta

di Valeria Noli | Chiose, Libri
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Lorenzo Sangalli, scrittore e appassionato di cinema, parla del suo ultimo libro Pasolini e lo sguardo del poeta (Giuseppe Vozza editore, 2017). Il saggio si concentra sul rapporto tra il celebre Otellino (il “corto” Che cosa sono le nuvole) e la Verità.

Arricchito dai disegni di Enzo Toscano di Casertavecchia, il libro punta sulla spiritualità pasoliniana e sull’analisi dei simboli ricorrenti nel cortometraggio del 1967; qui Pasolini restituisce un’immagine del potere senza volto, anima del consumismo, tra le leggi omologanti del mercato e i temi più cari al suo pensiero.

in questo lavoro troviamo l’ultima interpretazione cinematografica di Totò e persino le sue ultime battute cinematografiche. Pochi mesi dopo sarebbe infatti morto. Il cortometraggio è una delle sei parti del film Capriccio all’italiana (1967), accanto ai lavori di Mario Monicelli (La bambinaia), si (Il mostro della domenica, anche qui vediamo Totò), Mauro Bolognini, con i due episodi Perché?  e La gelosa, e infine il Viaggio di lavoro, misto di film e cartone animato, di Pino Zac e Franco Rossi.

Di questo e altro abbiamo parlato con Sangalli.

Che cosa sono le nuvole, il cosiddetto “Otellino di Pasolini”, ha qualcosa a che vedere con Dante?

Io credo che se vi è uno scopo in questa opera di Pasolini, non può essere altro che lo scopo vero dell’Arte, la quale, quando non è parodia, è poiesis ovvero Creazione. Qui Pasolini mostra tutta la sua natura di Poeta (con la P maiuscola) davvero operante in stato di grazia; ovvero è capace di porsi al crocevia di tanti significati partendo da una storia che, seppur semplice, è ricca di metafore e agganciata ad archetipi che la superano, affondando in miti antichissimi (ad esempio, la caverna di Platone) ma dai rimandi contemporanei (la favola di Pinocchio, l’utilizzo di attori televisivi e popolari, eccetera). Attraverso questo sguardo, quello che nel libro definisco come lo sguardo del Poeta, ogni evento può essere letto in modo diverso: lo sguardo del Poeta vede, per così dire, la Verità che si cela dietro l’angolo, nel film ben rappresentato dalle quinte di un teatro, come spazio alternativo al palcoscenico dove le marionette sono costrette a recitare la loro parte a causa dei fili che le legano al marionettista/Demiurgo.
Il viaggio che compiono le due marionette/attori, Iago/Totò e Otello/Ninetto, dall’inferno della scatola chiusa del teatro, dove non vi è alcun cielo e sono costretti a vivere una vita in cui non si riconoscono (“Ma perché devo sentirmi così diverso da ciò che credo di essere?”, si chiede l’attonita marionetta), fino ad arrivare al paradiso di una discarica, da dove però possono contemplare per la prima volta una visione di tutt’altra natura (le nuvole), è veramente un viaggio dantesco, dagli inferi a… riveder le stelle.

In quale modo l’interiorità dell’uomo e la contemporaneità si affacciano tra le scene del corto di Pasolini?

Che cosa sono le nuvole? è, a mio parere, il film di Pasolini che interpella maggiormente lo spettatore riguardo al suo stato interiore, proprio in quanto essere umano che sente, in contrapposizione all’attività del pensare (“Si, ma tu cosa senti dentro di te? Concentrati bene…”, dice Iago/Totò a Otello/Ninetto quando quest’ultimo non sa più cosa pensare di sé stesso). Ed è, quindi, un percorso di ricerca interiore quello che Pasolini propone qui, per arrivare a vedere le nuvole. In questo, il corto è abbastanza atipico, ma è per tale specificità che, per me, spicca come un gioiello nella sua produzione. Vi è comunque un elemento di contemporaneità molto rilevante anche in quest’opera: la rappresentazione delle marionette si svolge in un teatro povero (panche di legno occupate da sottoproletari con addosso i cappotti, segno della mancanza di riscaldamento), ed è questo pubblico, che in realtà per Pasolini è popolo, ad avere un ruolo cruciale per lo svolgimento della trama: poiché la rappresentazione che si svolge sul palcoscenico è un adattamento (molto popolare) dell’Otello, il pubblico non riesce a tacere quando l’inganno di Iago viene perpetrato ai suoi danni.
Si levano voci di dissenso, alcuni addirittura urlano ai personaggi la verità riguardo all’inganno (ma quando si è nella parte, manovrati d a fili, non si riconosce la verità neanche se ce la gridano…), fin quando sarà questo popolo a non tollerare più l’ingiustizia, sciamando come formiche sul palcoscenico e impedendo l’assassinio di Desdemona. In questa chiamata alla rivoluzione, in pieno ’68 (ma girato un anno prima, non va dimenticato) sta il rimando alla contemporaneità.

Perché Pasolini volle Totò per questo lavoro?

È importante rilevare che Totò fu cercato espressamente da Pasolini, e non il contrario. Nel libro offro alcuni spunti per comprendere come Pasolini fosse legato alla terra campana e alla sua cultura. Nello specifico, intervistato sul perché avesse scelto Totò, egli ebbe a dire: “Perché riuniva in sé, in maniera assolutamente armoniosa, indistinguibile, due momenti tipici dei personaggi delle favole, cioè l’assurdità… il clownesco… e l’immensamente umano.” Ecco, quindi, cosa vide Pasolini in Totò: tale unione di opposti fu ciò che scatenò il suo interesse. Con Totò si sviluppò, grazie a Uccellacci e uccellini, una profonda stima reciproca, tanto che Pasolini aveva in mente di realizzare una serie di corti con Totò, non solo i due che poterono completare, ma la morte di Totò due settimane dopo le riprese di Che cosa sono le nuvole? rese vano il progetto.
È curioso, perché non si potrebbe pensare a personalità e culture più diverse di questi due… eppure fu solo con Uccellacci e uccellini che Totò, dopo oltre cento film, ottenne un riconoscimento internazionale a Cannes; segno di un’adesione totale al progetto di Pasolini. E non va dimenticato che le parole “Ah, straziante, meravigliosa bellezza del creato!”, con cui si chiude Che cosa sono le nuvole?, sono le ultime recitate da Totò nel cinema.

I personaggi dialogano con il pubblico: è una visione complessa della realtà scenica/vissuta?

L’intero film è basato su meccanismi ricorsivi, vere e proprie matrioske che costituiscono l’aspetto più intrigante per chi vuole rifletterci un po’ (e che analizzo in dettaglio nel libro). Per cominciare, vi è la triplice natura dei personaggi che vediamo nel film: essi sono certamente i personaggi dell’Otello di Shakespeare, ma sono anche le marionette, cioè gli esseri senzienti che interpretano questi personaggi (e che infatti possono parlare liberamente quando non stanno recitando) e, in più, sappiamo grazie alla nostra esperienza quotidiana che essi sono anche persone reali (Totò, Ninetto, e tutti gli altri). Ho detto persone reali, ma la ricorsività dei livelli di rappresentazione va precisamente a minare la nostra certezza su ciò che è reale. All’incipit del film, come sfondo del titolo, Pasolini colloca il quadro di Velasquez Las meninas, che è un vero prototipo di questo meccanismo: personaggi che osservano noi al di qua del quadro, il pittore che dipinge sé stesso dentro il quadro, nell’atto di dipingere qualcos’altro di misterioso che non si vede… ebbene, qual è la verità in questo quadro? Impossibile poterla stabilire, pur sapendo che una verità deve esserci. E “qual è la verità?” è precisamente la domanda che pone il disperato Otello/Ninetto nel momento della sua maggiore incapacità a discernere ciò che gli succede. Quindi credo che, in questo film, il tema predominante sia quello della condizione umana, ovvero della domanda che si pone l’essere umano conscio di trovarsi nella selva oscura della propria esistenza, e che diventa lo stimolo a indagare la cosiddetta realtà e, perciò, a indagare sé stesso.

Qual era il rapporto tra Pasolini e il teatro come rappresentazione della vita?

Pasolini ebbe un rapporto travagliato con il teatro. Per sua stessa dichiarazione lo odiò, perché gli risultava insopportabile la convenzione di un linguaggio, sia scritto che recitato, non realistico. Poi però scrisse sei drammaturgie, proprio nel periodo antecedente a Che cosa sono le nuvole?, e provò a metterne in scena una, Orgia, senza grande successo (da lui stesso ammesso, tanto che non ci riprovò mai più).
Credo che l’idea di mettere il teatro al centro della vicenda del film derivi da questa sua attivazione nei confronti del teatro proprio in quegli anni, nonché dal fatto che Totò, conosciuto soprattutto per il cinema, in realtà fino ai suoi 49 anni fece solo teatro, e anche questo potrebbe averlo ispirato. Come già accennavo, è interessante che Pasolini usi il teatro come metafora perfetta di una vita che può essere eterodiretta e insignificante, se si accetta di recitare sul palco un personaggio che non ci corrisponde interiormente, oppure ricca di scoperte e di percorsi quando ci si interroghi sul senso di ciò che siamo. Quando i due finalmente escono e si ritrovano a vedere le nuvole, lo possono fare solo perché sono passati da una forma di morte, e tale morte è metaforicamente quella dei loro personaggi fittizi: resta loro solo il costume di scena, ma non vi è più traccia dell’illusoria personalità di Iago e Otello. È come se si fossero immersi nel fiume Lete: vi è l’oblio definitivo di ciò che non era permanente, ma solo accettato come transitorio sopra un palco, e possono finalmente contemplare la verità con i propri occhi, ovvero anch’essi con lo sguardo del Poeta, che altro non è che l’intelletto sano dantesco che, per questo, può vedere le nuvole.

I disegni presenti nel libro suscitano emozioni indefinite, hanno un senso preciso?

I disegni presenti sul libro sono opere originali del Maestro Enzo Toscano di Casertavecchia che, su invito dell’Editore, ha realizzato questi disegni dopo aver visto il film e letto la mia analisi. Una delle tesi che porto avanti nel mio scritto è che un’opera d’Arte, quando sia realizzata da un Poeta (per come lo definisco sopra), è una vera a propria Creatura che riverbera in ciascuno impressioni e significati diversi, a seconda della propria natura e discernimento. Toscano ha reagito alla visione del film e alla lettura del mio testo, e ha restituito una dimensione visiva non didascalica, come lo sarebbero stati i fotogrammi del film. Si è collocato cioè in uno dei possibili punti di vista del Poeta (ve n’è uno per ciascun essere umano che diventi tale) e ne ha tratto a sua volta un mondo. Ora spetta a noi, che vediamo questa sua re-interpretazione, entrare in contatto con l’opera e farci interpellare da essa: è così che l’Arte acquisisce il suo senso ultimo.

Che cosa era l’ossessione per la poesia di Pasolini?

In un’intervista del 1970, che riporto nel libro, Pasolini dice che essere Poeta è per lui un’esigenza da cui non può mai prescindere, un’ossessione, appunto. Per me questo è il segno che la sua intera visione del mondo è conforme a questa sua facoltà. Ma la cosa stupefacente è ciò che egli dice in un’altra intervista (anch’essa nel libro), questa volta del 1966, quindi a ridosso della realizzazione del film, in cui specifica che per lui la poesia è fondamentalmente espressione di gioia. Usa il termine della poesia provenzale ab joi, e dice che la poesia è come il canto dell’usignolo, che non si sa perché canta, ma lo fa per gioia. Sembra così strano sentire questo da Pasolini: chi sembrerebbe più destinato al tormento e all’infelicità di lui? Eppure il raptus poetico che lo muove, nei suoi componimenti poetici così come nelle sue altre opere artistiche, è qualcosa che “non toglie amore per la vita, ma lo accresce”. Dal suo esempio credo di aver capito che non è possibile fare il Poeta… si può solo essere Poeta. E qui sta tutta la differenza.

 

Pasolini2

Lorenzo Sangalli
Pasolini e lo sguardo del Poeta
Uno studio sul film
Che sono le nuvole?
di Pier Polo Pasolini

Giuseppe Vozza Editore
ISBN 978-88-88848-74-7

Approfondimento: Pasolini e Totò parlano del loro rapporto in un video presente nell’archivio antoniodecurtis.com]

L’immagine in evidenza è un dettaglio del dipinto “Las meninas”, di A. Velazquez (clicca qui per vedere il quadro intero)

 

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