Sospeso tra due mondi: il Mediterraneo di Cervantes e l’Italia

di Valeria Noli | Chiose, Libri
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Siamo nel Seicento: il Mediterraneo è già l’orizzonte movimentato di una realtà politica e culturale globale. Una fitta rete di relazioni, persone e culture si estende tra le sue coste. Vi si affacciano mondi capaci di interagire superando spesso la ragion di Stato, sul crinale della modernità, nel nome di una ben più alta ragione umana. In questo scenario nascono e si sviluppano il pensiero e l’opera di Miguel de Cervantes. Noto principalmente per il Don Chisciotte, questo autore dalla vita avventurosa ha però scritto molte altre opere, preziosa fonte di informazioni storiche sullo scenario geoculturale del tempo.

L’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del Consiglio Nazionale delle Ricerche ha recentemente pubblicato Il Mediterraneo di Cervantes 1571-1616, a cura di Michele M. Rabà. Si tratta, come spiega il curatore, di una riflessione collettiva “stimolata dalla ricorrenza del quarto centenario della morte di Miguel de Cervantes e dell’Inca Garcilaso de la Vega”. Due autori “accomunati da un singolare destino, entrambi sospesi tra due mondi – nel caso dell’Inca, quello paterno degli spagnoli conquistatori e quello materno della civiltà incaica, sconfitta militarmente ma non per questo oscurata o silenziata –, entrambi destinati a fare da ponte tra un ‘prima’ e un ‘dopo’ – tra il medioevo idealizzato della cavalleria e dell’avventura verso il magico e l’ignoto e la ‘modernità’ in senso lato –, entrambi precursori di grandi tradizioni letterarie (il romanzo moderno, nel caso di Cervantes, la narrativa americana contemporanea, nel caso di Garcilaso).

Il libro, spiega Rabà, ha un taglio multidisciplinare e si dà il primo scopo “di delineare la straordinaria complessità dello spazio culturale e di pensiero mediterraneo.” Quello mediterraneo è visto come lo spazio cui Cervantes si riferisce “per l’azione individuale – e per il miglioramento della propria condizione sociale attraverso la penna e la spada –”, dove l’autore diffonde svariati contenuti “anticonformisti”. Vicende di “figure femminili che prendono in mano il proprio destino, come Zoraida e Ana Félix, superando il ruolo di soggetti socialmente deboli per eccellenza loro imposto all’epoca, per divenire protagoniste dell’azione scenica e narrativa; rinnegati dilaniati dal proprio conflitto interiore; prigionieri cristiani che conservano il sentimento di amicizia che li lega a compatrioti convertiti all’Islam; fattucchiere e more perseguitate dalle leggi inique di una società controllata dalla volontà maschile; matrimoni misti tra musulmani e cristiane come via alla pacificazione tra i popoli.”

Oltre ad aver curato il volume, Rabà vi contribuisce con il saggio Cervantes e l’Italia: prospettive di ricerca. Orizzonti, ambizioni e risorse di un giovane hidalgo nel sistema imperiale spagnolo (Cit., pagg. 111-145). La nostra conversazione è partita proprio da questo aspetto.

Secondo Franco Meregalli «Cervantes fu il più grande italiano fra i grandi scrittori non italiani». Che cosa intendeva?

Tra Cinquecento e Seicento le sorti politiche delle due penisole, quella iberica e quella italiana, appaiono profondamente intrecciate: è sulla combinazione di forze creata dall’unione dei regni spagnoli con quelli italiani di Sicilia e Napoli e con lo Stato di Milano che poggiano la pur effimera egemonia degli Asburgo di Spagna (gli Austrias) in Europa e la resistenza cristiana all’espansione ottomana nel Mediterraneo. Mentre inviano ufficiali spagnoli quali governatori e viceré nel Bel Paese, i sovrani di Madrid concedono ai più potenti tra i loro sudditi e alleati italiani rendite e gradi in Spagna e negli altri possedimenti europei della Corona, come nel caso di Alessandro Farnese, duca di Parma, nominato governatore dei Paesi Bassi. L’interdipendenza politica, militare ed economica crea le premesse per un profondo e duraturo legame culturale: le molteplici e reciproche influenze in campo filosofico, letterario, storiografico, scientifico e artistico ci consentono di parlare di uno spazio culturale e di pensiero italiano e spagnolo integrato, al quale Franco Meregalli rivendicava giustamente anche l’opera di Cervantes, densa di reminiscenze dei suoi viaggi nella Roma dei papi, a Napoli e nelle isole e di riferimenti alla letteratura italiana. Proprio a Franco Meregalli ed al suo allievo Giuseppe Bellini si devono importanti studi, sotto il profilo letterario, di questo mondo culturalmente integrato che si allargava ad ovest, dal Mediterraneo all’Oceano Atlantico, abbracciando le colonie spagnole del Nuovo Mondo.

Perché Cervantes soggiornò in Italia?

Sulla biografia di Cervantes occorre porre una premessa: benché ad oggi un secolare lavoro di ricerca, spoglio e edizione di fonti abbia portato alla luce centinaia di documenti rilevanti per la biografia del padre del Don Chisciotte, molte sono ancora le zone d’ombra sull’uomo Cervantes e sullo scrittore Cervantes. Come ha osservato nella sua monumentale biografia Jean Canavaggio, uno dei più autorevoli studiosi di Cervantes e della sua opera, la documentazione in nostro possesso ci consente solo di ipotizzare tanto i motivi ispiratori della sua opera quanto le ragioni all’origine della maggior parte delle decisioni del Nostro, a partire dalla scelta di recarsi in Italia. Si è a lungo parlato di una precipitosa fuga dalla Spagna, a seguito di un bando emesso per il ferimento in duello di tale Antonio Segura, ma c’è chi ipotizza che il giovane Cervantes si sia stabilito a Roma nel 1569 per essere avviato alla carriera ecclesiastica. In realtà, ciò che legava Cervantes alla Penisola italiana era una rete di rapporti personali, già instaurati dal padre Rodrigo, dallo zio Andrés e dal suo lontano parente il cardinale Gaspar de Cervantes y Gaete con prelati e operatori finanziari italiani, o con alti ufficiali spagnoli distaccati in Italia. È a queste relazioni che bisogna fare riferimento per ricostruire il problematico soggiorno italiano di Cervantes: problematico proprio in quanto segnato dalla sua professione di soldato e dalla partecipazione a diverse spedizioni militari in Grecia ed in Africa, alternate a brevi soste nella Penisola, in particolare a Napoli, Messina, Palermo e forse in Sardegna.

Citiamo alcune fonti italiane di Cervantes?

Una lunga tradizione di studi ha riconosciuto le tracce profonde lasciate nell’opera di Cervantes dal confronto con la letteratura italiana. La critica letteraria scientifica e la storiografia letteraria hanno riunito un ricco repertorio, all’interno del quale ritroviamo tanto autori contemporanei quanto i ‘classici’ dell’Umanesimo peninsulare, letti in originale o in traduzione: da Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca a Pietro Bembo e Baldassar Castiglione, dall’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo all’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, dall’Arcadia di Jacopo Sannazzaro, all’Aminta di Torquato Tasso, senza contare gli echi delle teorie naturaliste di Giordano Bruno e Tommaso Campanella e la relazione umana e letteraria col siciliano Antonio Veneziano, poeta di scuola petrarchista e compagno di prigionia del Nostro nel Bagno di Algeri.

Qual era la rete di relazioni che legava l’autore al nostro Paese?

Quanto al circuito relazionale che legava Cervantes (o meglio i Cervantes) all’Italia, occorre confrontarsi con dati di fatto accertati, ma anche con mere ipotesi, per quanto plausibili. Tra queste ultime ricordiamo il legame tra il cardinale Gaspar de Cervantes y Gaete, lontano parente del Nostro, e Giulio Acquaviva, il giovane prelato presso il quale Miguel prese servizio durante il suo soggiorno romano, in qualità di gentiluomo di camera. Legame supposto sulla base della vicinanza dei due religiosi alla Compagnia di Gesù, con la quale peraltro lo stesso Miguel ebbe non pochi contatti, se è vero che il Nostro ricevette la propria formazione nel collegio gesuitico di Cordova ed ebbe per mentore nel mondo letterario il poeta e umanista Juan López de Hoyos, anch’egli vicinissimo alla religione gesuita: si direbbero le relazioni ideali per un giovane intenzionato ad intraprendere la carriera ecclesiastica nella capitale della cristianità cattolica. Assai meglio documentata risulta la relazione di Rodrigo, padre del Nostro, coi due finanzieri italiani Pirro Bocchi (bolognese) e Francesco Musacchi (forse genovese), entrambi ben introdotti in Roma e quindi possibili intermediari tra il giovane Cervantes ed il nobile prelato Giulio Acquaviva. Ma i ‘favori’ più sostanziosi Cervantes li avrebbe ottenuti da Gonzalo Fernández de Córdoba, duca di Sessa – già patrono dello zio Andrés, alcalde di Cabra, uno dei più prestigiosi feudi del nobile spagnolo –, governatore di Milano e più tardi luogotenente di don Giovanni d’Austria nella spedizione di Lepanto. Grazie al suo protettore – vertice nella Penisola italiana di un vasto circuito clientelare, che comprendeva gentiluomini e nobili spagnoli e autoctoni –, Cervantes avrebbe ottenuto il rango di soldato aventajado (titolare di una ventaja, ossia di un aumento di paga conferito ai militari ‘gentiluomini’ non ancora graduati), nonché una raccomandazione al sovrano per un brevetto di capitano dell’esercito.

Sospeso tra due mondi, tra migrazioni e invasioni

Cervantes fu prigioniero e schiavo, ‘cautivo’, ad Algeri dopo Lepanto…

Attraverso la battaglia di Lepanto e la lunga prigionia (1575-1580) la ‘grande storia’ del Mediterraneo si incrocia con la vicenda personale di Cervantes, lasciando nell’uomo e nello scrittore una traccia indelebile. Su questo tema si può dire imprescindibile il rinvio al volume di Salvatore Bono Schiavi. Una storia mediterranea (XVI-XIX secolo), recentemente pubblicato dall’editore Il Mulino, che raccoglie i frutti di decenni di ricerca sul tema della schiavitù nel mondo mediterraneo. Si tratta di un’opera tanto più imprescindibile in quanto restituisce del fenomeno i suoi caratteri di reciprocità e reversibilità: nel corso della prima età moderna navi ‘musulmane’ (ottomane e barbaresche) e navi ‘cristiane’ – battenti le bandiere di Spagna, di Napoli, di Sicilia, della Serenissima, del papa, degli ordini di San Giovanni e di Santo Stefano – percorrevano il Mediterraneo assaltando le navi della controparte, raccogliendo prede e prigionieri che venivano poi venduti schiavi a Tunisi, ad Algeri, a Livorno, a Marsiglia (reciprocità). Ma a questi schiavi era sempre aperta la via della libertà, attraverso la conversione alla fede dei padroni, e persino il ritorno a casa, grazie al pagamento di un riscatto (reversibilità). Per contro le condizioni della prigionia dipendevano da molteplici circostanze, non ultima la qualità sociale ed i mezzi economici degli schiavi.

Sulla cattività di Cervantes disponiamo di una fonte documentale particolarmente ricca di riferimenti puntuali e verificabili, quale la Información hecha en Argel (10 ottobre 1580), un memoriale consegnato da Cervantes, appena riscattato dalla prigionia e in procinto di partire per la Spagna, a frate Juan Jil, rredemctor de captivos, e corroborato da numerose testimonianze. Considerato dai suoi aguzzini gentiluomo di qualità e provvisto di mezzi – in virtù delle già menzionate lettere di presentazione per la corte firmate dal duca di Sessa e dallo stesso don Giovanni d’Austria –, Cervantes si vide imporre un riscatto sproporzionato rispetto alle entrate (modeste ma non troppo) della famiglia. Rifiutò di convertirsi, rendendosi anzi protagonista di numerosi tentativi di evasione falliti, tali da acquistargli il rispetto dei compagni di prigionia, senza che gli venissero comminate le terribili pene riservate agli schiavi fuggitivi: una circostanza, questa, che ha suffragato diverse ipotesi, inclusa una relazione omosessuale con il governatore di Algeri, il veneziano convertito Hasan Pascià. In realtà, come ha più volte sottolineato l’autorevole cervantista Emilio Sola, le gesta coraggiose di cui il Nostro fu protagonista nel corso della cattività – e la sua devozione alla causa della fede e della monarchia spagnola – non gli risparmiarono il destino di buona parte degli schiavi riscattati una volta tornati in patria, visti con sospetto per il contatto con il mondo dell’‘altro’, del nemico per eccellenza e pertanto condannati ad una vita per molti versi ‘ai margini’, ai confini tra le due ‘civiltà’: al ritorno dalla prigionia i protettori del Nostro – il duca di Sessa e don Giovanni d’Austria – erano morti e ciò gli precluse la possibilità di continuare una carriera militare iniziata sotto ottimi auspici. Parimenti invano Cervantes avrebbe cercato di ottenere la stabilità economica attraverso un posto ben remunerato nell’amministrazione regia: e tuttavia l’esperienza del cautiverio – col suo portato di privazioni ed altre sofferenze morali e materiali – rappresentò per il giovane soldato un’occasione irripetibile per accostarsi ad un universo multi-etnico e multi-culturale, dove erano comunque tollerate pratiche non conformiste sotto il profilo religioso e perfino sessuale e dove il potere era di fatto esercitato da un gruppo di cristiani di umili origini catturati dai corsari, come lo stesso Cervantes, ma elevati dai propri meriti e capacità ai più alti gradi dell’amministrazione e dell’esercito dopo la conversione. Di questi rinnegati, di questi uomini e donne ai margini Cervantes avrebbe fatto sovente proprio il punto di vista nella sua produzione letteraria – la Novela del amante liberal, la Comedia famosa del gallardo español e La gran sultana doña Catalina de Oviedo, in particolare –, fondendo una pur drammatica esperienza personale con l’attitudine, di matrice chiaramente erasmiana, al sincretismo cosmopolita e pacificatore.

Tra passato e presente: il Mediterraneo di Cervantes soldato somiglia a quello odierno?

Purtroppo e per fortuna, sì. Purtroppo perché la lotta globale tra potenze – potenze non più mediterranee, come la Monarquía ispanica e l’Impero ottomano dei tempi di Cervantes – ha contribuito ad approfondire il solco culturale e identitario tra le due sponde del Mediterraneo, percorse da fermenti nazionalistici e dall’estremismo xenofobo e religioso. Le guerre in Medio Oriente e in Africa e l’inserimento forzato nel grande mercato internazionale delle materie prime agricole di numerose comunità asiatiche e africane, prima dedite all’agricoltura di sussistenza, hanno incrementato il flusso migratorio dal sud del mondo, tanto da legittimare quanti hanno voluto parlare – talora grossolanamente, talora strumentalmente – di ‘invasione’, alimentando la retorica del ‘noi e loro’ e la tesi, oggi fortemente problematizzata, dello ‘scontro di civiltà’.

La confusione tra i concetti di ‘migrazione’ e ‘invasione’ mostra oggi una rilevanza politica almeno pari a quella del ben più fondato timore delle scorrerie piratesche ottomane e barbaresche diffusosi nel Meridione italiano dalla fine del Quattrocento in poi: timore che costituì un movente fondamentale del consenso delle élite e della base sociale napoletane e siciliane all’unione con la Spagna sotto lo scettro degli Austrias, onde creare la combinazione di forze necessaria a resistere ad un nemico organizzato e potente per terra e per mare. Tuttavia, proprio la necessità di dare una risposta articolata e, si spera, realmente ponderata agli interrogativi posti dalla contemporaneità ha stimolato la ricerca scientifica su aspetti meno conosciuti del Cinquecento e del Seicento mediterranei, ossia sui punti di contatto e gli spazi di incontro tra due società in apparenza antitetiche e irriducibilmente avversarie, generando quello che María Antonia Garcés ha definito «una sorta di rinascimento nel campo degli studi mediterranei».

Nel Mediterraneo cervantino descritto da queste ricerche, esattamente come oggi, ogni confine culturale e politico risulta permeabile dalle merci come dalle idee, mentre uomini e donne, diplomatici e soldati, mercanti e intellettuali percorrono ininterrottamente la distanza fisica e linguistica che separa la sponda settentrionale da quella meridionale e viceversa, dotandosi di strumenti di comprensione e comunicazione che li rendono in grado di ‘leggere’ l’alterità e di stabilire reti relazionali che abbracciano il mondo cristiano e quello musulmano: due mondi che proprio grazie agli individui ‘in viaggio’ risultano molto più vicini e più simili di quanto appaia leggendo acriticamente la propaganda politica.

Cervantisti, donchisciottisti, e Benedetto Croce

Qual è la differenza tra ‘cervantisti’ e ‘chisciottisti’? 

La storiografia italiana, dal secolo passato sino ad oggi, ha riconsiderato radicalmente il significato dell’egemonia asburgica in Italia e della presenza spagnola nella Penisola. Se a partire dal Settecento all’una ed all’altra veniva ricondotta la presunta decadenza economica, politica e culturale degli antichi Stati italiani e delle loro società, oggi si tende piuttosto a porre l’accento sulla necessità dell’unione sotto un’unica dinastia degli Stati cristiani rivieraschi del Mediterraneo a scopo difensivo e sul positivo inserimento da protagoniste delle élite e di una parte della base sociale italiane in un grande spazio politico e culturale integrato, l’Impero degli Austrias – che come si è detto abbracciava il Mediterraneo e l’Atlantico –, fonte di nuove prospettive ed opportunità per quanti (soldati, mercanti, intellettuali, religiosi) erano disposti appunto a riconsiderare in termini globali la propria progettualità di crescita sociale e di miglioramento delle condizioni di vita.

Qual è stato l’apporto di Benedetto Croce alla lettura storica di quei secoli?

Ugualmente rivalutate risultano oggi le scelte degli Austrias e dei loro ministri in Italia in materia economica e fiscale, soprattutto in merito al governo dello Stato di Milano. Un approccio, questo, che affonda le sue radici nelle riflessioni di Benedetto Croce, raccolte nei volumi La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza (1915) e Storia del Regno di Napoli (1925), e che risulta oggi particolarmente vitale. Il rinnovato conflitto tra potenze globali con aspirazioni e obiettivi imperiali; la compressione delle prerogative delle istituzioni statuali a vantaggio di organismi sovranazionali con finalità politiche e militari; l’incontro/scontro di spazi culturali e di pensiero coinvolti da guerre e flussi migratori; la rilevanza militare di soggetti privati e quella militare, politica ed economica di reti relazionali informali estese a diversi paesi e continenti: questi ed altri fenomeni hanno ulteriormente stimolato lo studio del Cinquecento e del Seicento mediterranei, degli imperi mediterranei e del loro confronto politico e militare da prospettive nuove.

Una di queste prospettive è indubbiamente la visuale su eventi e fenomeni di lunga durata offerta dall’opera e dalla biografia degli intellettuali dell’epoca: in questo senso, l’opera di Cervantes nel suo complesso – più che il solo Don Chisciotte – acquista il rilievo di una preziosa fonte storica, quale riflesso dell’incrocio tra le vicende individuali dell’autore e la ‘grande storia’ del tempo. Evidentemente è in questa prospettiva che si risolve l’antica dicotomia tra ‘chisciottisti’ – quanti riconoscono in Cervantes soprattutto il padre del ‘cavaliere della triste figura’ – e ‘cervantisti’ – quanti guardano alla sua opera complessiva come espressione di un genio originale e a tutto tondo –, laddove la rilevanza storiografica di tale soggetto di studio poggia sull’analisi critica di un percorso letterario e intellettuale inscindibile da quello sociale, politico, militare, sentimentale.

Sospeso tra due mondi: Cervantes cosmopolita, lingua e cultura 

Compare anche il Sabir nelle opere di Cervantes?

Come si è detto, diverse delle opere meno conosciute di Cervantes – oltre al Don Chisciotteriflettono chiaramente il suo cosmopolitismo dissidente rispetto alla retorica bellicista e anti-musulmana allora largamente prevalente nella società spagnola. Tale cosmopolitismo si manifesta soprattutto nella vicinanza intellettuale di Cervantes agli individui ai margini tra i due mondi apparentemente antitetici, ai rinnegati, ai fronterizos come venivano chiamati all’epoca. E non a caso tutta l’opera di Cervantes abbonda di travestimenti: sessuali (maschi che si travestono da femmine e viceversa) e identitari (cristiani che si travestono da mori e viceversa), come nel racconto, incastonato nell’ultima parte del Don Chisciotte, della morisca Ana Félix e del suo amore per un giovane cristiano viejo, che sopravvive nonostante la migrazione forzata in nord d’Africa. In questo come in altri casi, il travestimento non è un mero espediente romanzesco. Si direbbe anzi che per Cervantes l’ambiente mediterraneo, la comunicazione tra le sue sponde, tra le infinite ‘culture’ e ‘micro-culture’ che vi si affacciano, impongano un continuo divenire ‘altro da sé’, una continua trasformazione, tale da sfumare i contorni identitari netti: un’identità, per così dire, liquida è il tratto essenziale del fronterizo, che si muove agevolmente tra molteplici e differenti spazi culturali e di pensiero grazie alla conoscenza degli altrui costumi, ma anche grazie alla padronanza di un mezzo di comunicazione comune.

Cervantes vi accenna in diversi luoghi della sua opera: il protagonista del racconto del cautivo, nel capitolo XLI del Don Chisciotte, narra di avere parlato con Agi Morato, il padre della sua salvatrice Zoraida, «en lengua que en toda la Berbería, y aun en Costantinopla, se halla entre cautivos y moros, que ni es morisca, ni castellana, ni de otra nación alguna, sino una mezcla de todas las lenguas, con la cual todos nos entendemos» [in una lingua che in tutta la Barberia e anche a Costantinopoli si usa tra schiavi e mori, che non è né moresca, né castigliana, né di alcuna altra nazione, bensì un miscuglio di tutte le lingue, attraverso la quale tutti ci capiamo]; più tardi i due vengono raggiunti dalla stessa Zoraida, la quale si rivolge a sua volta al cristiano in quella «mezcla de lenguas», più oltre definita «la bastarda lengua que […] allí se usa». Anche nella Novela del amante liberal la protagonista Leonisa menziona una «mezcla de lenguas […] con que todos nos entendemos».

Come si presentava, a quel tempo, il multiculturalismo in Spagna e Italia?

Nel 1552 il compositore Diego Pisador dedicò all’allora infante Filippo, il futuro Filippo II, un volume (Libro de música de vihuela, stampato a Salamanca) di composizioni per vihuela, un antico strumento appartenente alla famiglia dei liuti. All’interno del volume era ricompreso un romance – una composizione lirica ispirata dagli antichi cantari cavallereschi medievali – incentrato sulla vicenda del moro Abindarráez e della sua innamorata Jarifa: secondo il racconto ambientato agli inizi del XV secolo (Historia del Abencerraje y de la hermosa Jarifa), che godette di uno straordinario successo nella Spagna del Siglo de Oro, i due giovani musulmani avrebbero coronato il loro sogno d’amore grazie all’aiuto di un nobile cavaliere spagnolo, Rodrigo de Narváez, che dopo avere vinto Abindarráez in duello consente al prigioniero di recarsi a Granada per sposarsi in segreto con l’amata. Mantenendo fede al patto, nonostante le proteste di Jarifa, il giovane ritorna dal suo vincitore entro tre giorni, ma Narváez non solo gli fa grazia della libertà, ma intercede presso il re di Granada perché il padre di Jarifa perdoni il genero e la figlia e ne approvi il matrimonio. Una prospettiva non inedita sull’età della Reconquista, quella di questo romance fronterizo – una storia di lealtà e di amicizia al di sopra della fede religiosa, composta da un autore ignoto alla metà del Cinquecento, ma ripresa da diversi autori tra i quali Lope de Vega –, che restituisce quel sostrato di valori comuni sul quale poggiava il dialogo tra Cristiani e Musulmani nel tardo medioevo spagnolo. Lo storico Giorgio Politi – a proposito dell’impatto della dominazione asburgica sulla società lombarda nella prima metà del XVI secolo – ha sottolineato «la straordinaria poliglossia sociale, istituzionale e antropologica che i Castigliani avevano maturato, unici in Europa, grazie al lungo e stretto confronto con le civiltà araba ed ebraica durante i secoli della Reconquista».

Quanto all’Italia, è noto che le repubbliche marinare – e tra queste soprattutto Venezia e Genova – costituirono per tutto il basso medioevo il principale ponte tra l’oriente musulmano e l’occidente cristiano, nonché tra la sponda meridionale e quella settentrionale del Mediterraneo: tale era l’intensità delle reciproche influenze e dei contatti culturali, politici – per i quali rinvio al volume di Giovanni Ricci Appello al turco. I confini infranti del Rinascimento, pubblicato da Viella nel 2011 – e commerciali tra la Penisola italiana e gli Stati musulmani (dai potentati barbareschi, all’Egitto dei Mammelucchi, alla Persia dei Safavidi, sino all’Impero ottomano) che ancora nella prima età moderna «le conoscenze del mondo orientale erano […] un quasi esclusivo privilegio del mondo culturale italiano», come ha argomentato lo storico Eugenio Lo Sardo in un saggio del 2002.

Diversi dall’altro, integrati, emigranti

Esisteva già, nel Seicento, un’idea di Europa Unita?

Di sicuro esisteva uno spazio culturale e di pensiero europeo profondamente integrato, all’interno del quale circolavano intellettuali, idee ed opere filosofiche, storiche e letterarie: non a caso il riferimento filosofico fondamentale per comprendere la figura e l’opera di Miguel de Cervantes è l’opera di Erasmo da Rotterdam, con il suo appello alla riforma in senso etico di una Chiesa per molti versi troppo lontana dal popolo dei fedeli, con le sue istanze alla pacificazione generale, dentro e fuori i confini della Cristianità, con l’impegno costante a ricercare quanto può unire popoli ed identità apparentemente lontane, al di là delle differenze che le dividono. Divenuta inattuale l’aspirazione all’unità politica della Cristianità – l’ultimo ad adoperarvisi concretamente fu Carlo V d’Asburgo, quale Sacro Romano Imperatore –, minata da secoli dall’emergere degli Stati dinastici tendenti all’accentramento (che solo molto più tardi diverranno ‘nazionali’), e venuta meno l’unità spirituale con la Riforma luterana e calvinista e con lo scisma inglese, l’identità europea si definisce soprattutto in negativo: Europa quale spazio culturale, religioso e politico diverso dal mondo ‘altro’ per eccellenza, l’America da poco scoperta; Europa quale luogo di una possibile resistenza dei popoli cristiani – in senso lato – all’avanzata ottomana. Su quest’ultimo punto rimando al contributo di Maria Antonietta Visceglia raccolto nel volume Il Mediterraneo di Cervantes 1571-1616, che contiene numerosi riferimenti al progetto papale di creare, all’indomani della vittoria di Lepanto, un vasto fronte anti-ottomano comprendente i potentati di Polonia e Moscovia: progetto che costituì per la curia pontificia il movente di una più approfondita e meditata conoscenza della lingua e della cultura europea orientale.

Quali erano – se esistevano – le terre di emigrazione e l’Italia accoglieva o inviava migranti?

Come ho sottolineato nel mio contributo al volume, a partire dalle Guerre d’Italia, la Penisola costituì per numerosi spagnoli di ogni rango sociale una sorta di terra promessa, dove recarsi al seguito di patroni influenti per ottenervi gradi nell’esercito o nella burocrazia regia, per esercitarvi il mestiere delle armi, ma anche professioni giuridiche e amministrative, soprattutto nei possedimenti diretti della Monarquía (i Regni di Sicilia e di Napoli, lo Stato dei Presidi e lo Stato di Milano). Più o meno nello stesso arco cronologico, la Penisola – e in particolare la Toscana retta dal tollerante e accorto duca, e più tardi granduca, Cosimo Medici – accolse molti ebrei sefarditi esiliati o in fuga dal Portogallo e dalla Spagna. Per contro numerosi italiani ricercarono all’estero occasioni di ascesa sociale, prestando alla Monarchia asburgica il proprio contributo come comandanti o semplici soldati, come architetti e come operatori finanziari. Sotto quest’ultimo aspetto è rimarchevole la presenza attiva di numerosi genovesi nei Regni spagnoli a partire almeno dal Quattrocento. Si può ben dire, mutatis mutandis, che la Penisola fosse, allora come oggi, terra di emigrazione e di immigrazione, come dimostra tra l’altro la variegata composizione ‘etnica’ di città come Roma, Venezia e Ancona, tra le altre.

Il pensamiento di Cervantes: fiducia, libertà e ironia

Che cosa possiamo imparare dal Seicento di Miguel De Cervantes?

Quanto conosciamo della vita e delle opere di Miguel de Cervantes ce lo descrive come un intellettuale diviso tra aspirazioni contrastanti: vivere del proprio mestiere di scrittore, senza tuttavia ricercare il favore del pubblico (nelle opere teatrali soprattutto) a discapito dei propri intenti espressivi, senza rinunciare, dunque, ai temi forti della sua poetica ed alla sua concezione filosofica (il pensamiento de Cervantes, come lo ha definito Américo Castro); la ricerca della stabilità economica e di un concreto avanzamento sociale (grazie ad un posto di rilievo nell’esercito o nella burocrazia, anche oltre Atlantico) attraverso la protezione di influenti patroni, nonostante il disgusto – più volte ribadito in tutta la sua opera – per il vivere del cortigiano, per la dipendenza dal ‘favore’ di un potente, per le umiliazioni inflitte a servitori volonterosi da padroni spesso inetti e spilorci, pronti a sfruttare le qualità dei loro fedeli senza dare niente in cambio. Portavoce delle minoranze talora ignorato dal pubblico a fronte di altri colleghi più conosciuti – soprattutto Lope de Vega –, Cervantes ricreò nell’ironia, nella caricatura ridicola, nella follia che induce al riso, nell’intreccio romanzesco, il proprio spazio di libertà dalle convenzioni ideologiche e letterarie del tempo. La ricerca storica documentata porta continuamente alla luce esempi di resistenza – talora coraggiosa e sincera, talora fine a se stessa – al corso della grande storia che sembra non lasciare scampo. Anche nella fase più aspra dello scontro globale tra potenze – che proprio nel Seicento aveva trovato nell’estremismo religioso l’allaccio tra i fini espansionistici delle grandi dinastie ed i sentimenti diffusi nelle masse, nella base sociale –, voci per nulla isolate, ma autorevoli e ascoltate (i Cervantes, i Bruno, i Campanella, e altri prima di loro, quali il menzionato Erasmo da Rotterdam), si levarono a proporre vie differenti, problematizzando una confortevole ma sterile dicotomia tra secoli ‘bui’ e secoli ‘illuminati’. Il Seicento di Cervantes è un invito a comprendere il passato senza giudicarlo, ed a vivere con fiducia – fiducia nel valore della parola, fiducia nella forza della critica, fiducia nell’Essere umano – il nostro presente, anche quando ci appare, e non senza ragione, un presente ‘buio’.

 

 

1 – Alla vicenda dell’Impero degli Austrias ISEM-CNR aveva già dedicato il libro: Tra Spagna e America Cervantes e Garcilaso nel IV centenario, a cura di Patrizia Spinato Bruschi e Giuseppe Bellini, pubblicato nella collana d’Istituto Europa e Mediterraneo. Storia e immagini di una comunità internazionale.

Fonti (sabir): Laricerca.Loescher

Crediti immagine –  Stuart Rankin / (CC BY-NC 2.0)

 

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