La Divina Commedia tra le Letture d’estate.

di Daniela Di Iorio | Chiose
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“tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura”

Stasera la sublime invocazione alla Vergine dell’ultimo Canto de La Divina Commedia. Sarà l’ultima delle letture della stagione estiva dedicate al capolavoro del Sommo Poeta e al Teatro Medievale, che si terrà ai Giardini di Castel Sant’Angelo,  ad opera di Luca Maria Spagnuolo, ospite della rassegna Letture d’estate. L’appuntamento sarà dedicato appunto all’ultimo canto del Paradiso, il XXXIII, La preghiera di San Bernardo alla Vergine e la finale contemplazione di Dio da parte di Dante. Il  merito del giovane dantista è quello di aver dato vita a una serie di appuntamenti culturali dedicati appunto alla Divina Commedia, dal titolo “Dante per tutti”, un’iniziativa patrocinata dalla società culturale Dante Alighieri, la cui stagione 2017/2018 è stata inaugurata infatti presso Palazzo Firenze, il 9 novembre, con la lettura e il  commento del Canto V dell’Inferno, “Paolo e Francesca”.

Come si sono svolti gli incontri del giovedì e della domenica a Castel Sant’Angelo? Ci sono delle differenze, sul metodo e contenuti, rispetto agli incontri che si sono svolti nel corso dell’anno alla Cripta della Chiesa di Santa Lucia del Gonfalone?

I miei incontri sulla Divina Commedia si sono sempre aperti con l’ introduzione del Canto della Commedia in esame, seguita dall’esegesi e dalla lettura finale  del Canto, i cui versi sono proiettati su uno schermo. Quest’anno però c’è stata una novità, che ha avito inizio proprio nella Cripta e che ho poi trasposto a Castel Sant’Angelo: ogni incontro dantesco è stato preceduto da un appuntamento di volta in volta diverso sul teatro del Medioevo. L’appuntamento teatrale della domenica parte anch’esso con un’introduzione sull’argomento in esame, inframezzato dalla proiezione delle opere d’arte, e si chiude con una lettura finale di un copione teatrale in volgare italiano. Gli appuntamenti teatrali presso i Giardini di Castel Sant’Angelo si sono tenuti ogni domenica e hanno la durata di 15/20 minuti.

Quello che ho portato questo mese ai Giardini di Castel Sant’Angelo è il frutto del lavoro di un anno presso la Cripta, dove da novembre a giugno ho letto la Commedia, con la differenza che ogni singolo incontro estivo è stato introdotto dal Teatro del Medioevo. Tutto il materiale che ho raccolto nel lavoro e studio di questo anno, l’ho selezionato e l’ho proposto ai Giardini di Castel Sant’Angelo in dieci appuntamenti estivi, dove proietto e parlo di fronte al pubblico che assiste. I miei monologhi inoltre sono semplici perché diretti a chi mai ha sentito parlare di argomenti del genere, ma sono corredati (oltre che di proiezione di opere d’arte) anche di citazioni, di poesia.

Che tipo di pubblico ha trovato?

Il pubblico è sempre numeroso e variegato, vengono da tutte le età: dagli studenti liceali sino ai pensionati. In Cripta in media avevamo una settantina di persone ad incontro, nei canti più importanti, superavamo la centinaia. Simile esperienza qui ai Giardini di Castel Sant’Angelo, infatti nel Canto del Conte Ugolino mi sono accorto che c’erano dei ragazzi seduti per terra oppure intorno ai muretti dei Giardini.

 Com’è nata la tua passione per la Divina Commedia e per il teatro medievale?

Ho sempre amato la letteratura e in particolare quella italiana. Sono laureato in storia dell’arte. Persi il lavoro ormai quasi 5 anni fa, così da allora vado in biblioteca ogni giorno a studiare, e quello che studio lo ridò al pubblico. Inoltre, con la proiezione di opere d’arte concilio anche l’arte con la letteratura. Spesso commento le immagini proiettate che servono come supporto iconografico al mio discorso, delle volte proietto dei codici miniati in cui è illustrato un Canto della Commedia, e spiego la miniatura. Ad esempio, domenica ho letto il Canto dedicato a San Francesco, con l’incontro teatrale dal nome “San Francesco e la regale povertà”.

Perché proprio la Divina Commedia?

Perché è alla base della nostra lingua, del nostro pensiero e del nostro modo di immaginare. Il lavoro che faccio vuole appunto far scoprire la ricchezza delle nostre radici, per questo non si ferma solo alla Commedia. La Divina Commedia è come la punta di diamante, ciò che brilla di più. Ma tutto intorno c’è un universo che voglio illuminare, come il teatro ad esempio. Tutto questo per dare maggiore profondità al nostro presente appiattito.

Il teatro medievale per conoscere le nostre origini?

Sì intorno al teatro c’è, come nella Commedia, tutto un universo di pensiero e immaginazione che è anche quello del popolo medievale: come viveva la religione, con le sue superstizioni e le sue paure e speranze. Così come la Divina Commedia ha tutto intorno un universo.  Non sono cose autoreferenziali, sono espressione di un tempo. Naturalmente il pensiero Dantesco non è paragonabile a quello semplice e schietto del teatro medievale, ma è pur sempre il prodotto del suo tempo.

Quali sono alcuni degli argomenti trattati?

Prima di tutto, devono colpire la fantasia del pubblico: anche se sono complicati, se la fantasia è colpita sei a metà strada. Ad esempio, un tema che mi piace molto è  “L’altezza dell Croce”. E’ questo un tema difficile e complesso ma colpisce la fantasia con la Vergine Maria che nei quadri alza le mani verso il Figlio crocifisso, si crea una immagine, un pathos, e allora inizio a parlare del significato di un modello letterario/teatrale/artistico che è appunto “La Croce alta”e del suo significato. Alla fine hai fatto un discorso molto complesso, ma lo hai fatto come facevano nel Medioevo: cioè con l’immaginazione e integrando figura e parola. Un altro incontro teatrale ha avuto come tema Francesco e la regale povertà, riguardante il Canto che ho letto domenica, cioè il Canto XI del Paradiso, il Canto dedicato a San Francesco. In quel Canto, Dante dice chiaramente che di fronte al Papa Innocenzo III, Francesco – benché vestito di povere vesti e figlio di un umile mercante – si rivolse al Pontefice “regalmente”: cioè Francesco parlò come un Sovrano, il discorso riguarda questa nobiltà della Povertà che Francesco predicò, e l’ho fatto in particolare citando un Capo della Regola Francescana dove Francesco dice “Questa è, fratelli miei carissimi, l’eccellenza dell’altissima povertà, che vi costituisce eredi e re del regno dei cieli, facendovi poveri di cose e ricchi di virtù”.

Questo discorso teorico sulla nobiltà della povertà francescana l’ho fatto confluire nel testo teatrale che ho letto, un dramma popolare in cui è sceneggiato la Parabola di Lazzaro e del ricco Epulone (Vangelo di Luca): Lazzaro povero e mendicante che mai ricevette elemosina da Epulone, e che per questo guadagnerò il Paradiso, mentre Epulone andrà negli inferi. In questo brano si vede Lazzaro bastonato dal ricco, Epulone che viene trascinato dai demoni giù negli inferi di fronte a Satana; e Lazzaro che morendo, viene preso da un Angelo e condotto a godere della sua “eredità celeste” che ha meritato.  Tutto questo racconto teatrale è una traduzione semplice e immediata – popolare, appunto – del discorso teorica che ho fatto all’inizio sulla regale povertà di Francesco.

E hai trovato riscontro nel pubblico anche in questo?

Sì decisamente, quello che voglio fare è l’opposto di ciò che fanno molti: rendere “moderna” la Commedia e Dante. Io invece voglio far scoprire l’antichità di Dante e in quella antichità trovare la modernità, alla gente questo piace. Molte persone tornano infatti ad ascoltarmi. Presso la Cripta erano numerosissimi: delle persone fantastiche tra cui ragazzi che mi chiedono consigli sui libri e persone che mi portarono delle torte, dolci, fiori. Ci sono anche studenti universitari e liceali accompagnati dai professori e persino stranieri. Molti che mi hanno seguito in Cripta sono venuti anche agli incontri dei Giardini di Castel Sant’Angelo.

 

 

 

 

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