Leopardi e il pensiero: intervista a Raoul Bruni

di Valeria Noli | Chiose
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Nel 2018 ricorrono i 220 anni dalla nascita di Giacomo Leopardi e 200 dalla stesura definitiva dell’Infinito. Leopardi è una figura celebrata, ma anche soggetta a pregiudizi. Si è infatti consolidata, attraverso l’interpretazione scolastica, l’idea che fosse un uomo triste e poco reattivo. Questa immagine contrasta con altre informazioni su un uomo cui dobbiamo pagine fondamentali di storia della letteratura e del pensiero.

Abbiamo intervistato Raoul Bruni, che insegna lingua e letteratura italiana all’Università Cardinale Stefan Wyszyński di Varsavia, sulla figura di Leopardi. Bruni, autore di articoli per svariate riviste e miscellanee. Ha recentemente curato e introdotto Su Leopardi (Aragno 2018) di Giuseppe Rensi e La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani (Aragno 2018) di Adriano Tilgher e dedicato un volume a “Da un luogo alto. Su Leopardi e il leopardismo” (Le Lettere 2014).

Leopardi è ancora soggetto al pregiudizio del “grande pessimista” o si comincia a considerarlo anche altrimenti?

Negli ultimi decenni le pubblicazioni sul pensiero filosofico di Leopardi sono proliferate notevolmente, tanto che molti dei filosofi italiani più noti si sono cimentati con lui: basti pensare a Emanuele Severino, che gli ha dedicato ben tre libri. In realtà, peraltro, Leopardi fu consacrato come grande filosofo già nei primi decenni del Novecento da autori oggi ingiustamente dimenticati come Giuseppe Rensi e Adriano Tilgher, di cui ho da poco ripubblicato gli scritti leopardiani per l’editore Nino Aragno. E si potrebbe risalire ancor più indietro nel tempo: penso ai giudizi elogiativi su Leopardi espressi già nell’Ottocento, tra gli altri, da Schopenhauer e Nietzsche… Nonostante questo la maggior parte dei manuali scolastici in uso nelle scuole secondarie continuano a propalare un’immagine di Leopardi schematica e superata: si costringono ancora i nostri studenti a imparare a memoria la distinzione tra pessimismo storico e pessimismo cosmico, che risale a uno studio di Bonaventura Zumbini uscito oltre un secolo fa! In qualche manuale è stata introdotta perfino una terza categoria di pessimismo: un pessimismo psicologico! Ciò dimostra quanto ancora l’idea vulgata e manualistica di Leopardi sia lontana da quella accreditata dagli studi critici più aggiornati.

Leopardi fu un uomo del Risorgimento? In che modo?

L’assimilazione di Leopardi al Risorgimento fu il primo di tanti equivoci politici che riguardarono Leopardi. Certo, non possiamo negare che Canzoni patriottiche siano state un riferimento letterario importante per il movimento risorgimentale, ma questo fa parte della storia degli “usi” di Leopardi, e l’annessione del poeta alla causa risorgimentale avvenne ex post. In realtà, chi conosce a fondo l’opera leopardiana sa bene che essa non è assimilabile a nessuna causa o ideologia politica. Basta leggere lo straordinario Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (1824), in cui Leopardi distrugge ogni illusione ideologico-politica.

Ricordiamo il commento di Francesco De Sanctis, che lo disse capace di appassionare suscitando effetto contrario a quanto dichiarato nei versi.

Il giudizio di De Sanctis a questo riguardo rimane vero: Leopardi, pur cantando il male di vivere, accende nel lettore un singolare forza vitale. Ma, se ci pensiamo bene, già lo stesso Leopardi in un bellissimo pensiero dello Zibaldone sulle opere di genio, aveva espresso un concetto molto simile:

Hanno questo di proprio le opere di genio, che, quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande, che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa), servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo.

I versi dell’Infinito spaziano nel campo filosofico o letterario?

Come negli altri capolavori di Leopardi, così anche nell’Infinito è impossibile distinguere nettamente il campo letterario da quello filosofico. Ogni figura dello stile in Leopardi è carica di un profondo significato filosofico.

Quali sono state le principali opinioni espresse dai critici su Leopardi filosofo, e qual è la sua?

È quasi impossibile riassumere in qualche battuta i contenuti di innumerevoli studi (Leopardi è l’autore italiano moderno più studiato al mondo): mi limiterò a qualche accenno, con qualche inevitabile semplificazione. Per quasi tutta la prima metà del Novecento, la critica ufficiale, di stampo idealistico negò all’opera di Leopardi un intrinseco valore filosofico (emblematico a questo proposito il pronunciamento di Croce). Tuttavia, come accennavo nella prima risposta, già nei primi decenni del secolo scorso ci furono pensatori, perlopiù di orientamento anti-idealistico, che affermarono di considerare Leopardi un grande pensatore, tra cui Giuseppe Rensi, che lo definì «il sommo filosofo d’Italia»; né bisogna dimenticare l’interpretazione filosofica delle Operette morali proposta da Giovanni Gentile.

Nel secondo Novecento, dopo gli studi di Binni, Luporini e Timpanaro, l’attenzione per il Leopardi pensatore è andata gradualmente aumentando, anche se non sono mancate interpretazioni troppo schematiche e ideologiche. A partire dagli anni Ottanta e Novanta si sono invece diffuse le interpretazioni in chiave nichilistica, anche in questo caso, non sempre persuasive. Oggi nessuno dovrebbe mettere più in discussione il valore filosofico dell’opera di Leopardi, la cui fortuna, anche come pensatore, cresce sempre più anche all’estero (qualche anno fa lo Zibaldone è stato integralmente tradotto in inglese). Non resta quindi che augurarci che questa rinnovata fortuna contribuisca a superare i vecchi stereotipi che continuano a inquinare la lettura di Leopardi nel nostro Paese.

Nei miei studi ho mirato soprattutto a questo: rileggere l’opera di Leopardi senza etichette o cliché precostituiti.

 

L’immagine in evidenza è tratta da “Giacomo Leopardi – Poeti Italiani di Lamberto Lambertini – Le Pillole della Dante“. Il lavoro è stato girato all’interno del Museo dell’Uomo di Ettore Guatelli in provincia di Parma.

 

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