Infinito Leopardi: la poesia non è utile, però è imprescindibile

di Valeria Noli | Ficcanaso, Lingua
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Infinito e Leopardi: il 29 giugno 1798, a Recanati, nacque Giacomo Leopardi. Uno tra gli autori italiani più famosi, poeta per antonomasia, autore amato e un po’ frainteso nella sua geniale complessità. Sono passati duecento anni dalla stesura dell’Infinito. Un testo breve, che però sembra una piccola finestra spalancata sull’immensità. Il festival letterario di Massenzio (Roma) ha dedicato la serata del 28 giugno a questa ricorrenza, con il titolo Infiniti. C’erano Paolo Zellini, Corrado Bologna, Roberta Ioli, Silvia Bre e Franco Marcoaldi. Le loro parole hanno accompagnato la proiezione delle tavole realizzate da Mimmo Paladino per i Classici Treccani (nel 2012). La musica di Roma Tre Orchestra era diretta da Dario Macellari.

L’infinito pensiero leopardiano

Zellini, matematico, ha parlato del concetto di infinito in matematica leggendo un inedito scritto per il festival. Un concetto che torna in alcuni suoi libri, tra cui Breve storia dell’infinito. Qui si percorre la storia di una categoria tanto affascinante quanto sfuggente. L’infinito è ciò “che non è finito”, che non ha limiti. Ma è anche una potenza, qualcosa che non potrà mai esprimersi fino in fondo. Naturalmente non è solo questo, e il concetto si è evoluto nel tempo, “tra paradossi e antinomie”, sfidando più volte i fondamenti della scienza. L’infinito lambisce anche le coste della poesia.

La poesia non è utile, però è imprescindibile

Nella presentazione della serata di ieri, il poeta Franco Marcoaldi ha espresso la sua visione sulla poesia: «…è assolutamente inutile, ha detto, come le cose fondamentali e imprescindibili della vita.» Tra queste, naturalmente, c’è anche l’amore. «Sono utili, ha proseguito, i frigoriferi, i frullini e i telefoni, però senza l’amore non si va avanti.»

Forse la poesia può davvero salvare il mondo, se in un tempo “forsennatamente utilitaristico” come il nostro, interpreta le cose più essenziali,. Quelle che si possono riconoscere solo se salvaguardiamo la nostra libertà interiore. Per farlo, però, “è importante che ciascuno salvaguardi qualcosa di segreto di sé” e questo qualcosa è bene interpretato, poi espresso, dalla poesia stessa.

Infinitamente Leopardi

Quanto doveva essere imprescindibile, la poesia, per Giacomo Leopardi? Ripensiamo a una delle sue liriche più famose, eccola per intero:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare. 

Queste parole hanno duecento anni. A 220 anni dalla nascita del suo autore, chi visiti il rifugio del poeta sul Monte Tabor può apprezzare anche la loro capacità di descrivere, quasi disegnando uno studio di prospettiva, il paesaggio che si vede e intuisce da lassù.

L’infinito nasce da un ostacolo, la siepe: un limite visivo all’orizzonte, un invito a volare con la mente sugli spazi illimitati estesi poco oltre. A contemplare la natura con un tale senso di pacifico abbandono si dimentica anche il pregiudizio sulla mestizia leopardiana.

Oltre il giardino

Citiamo un poetico film con Peter Sellers per dire che la grande poesia tende sempre all’infinito. Leopardi era un uomo combattivo, riuscì ad andare ben oltre il limite fisico che la natura gli imponeva.
Così, emblematicamente, lo descrisse un altro grande italiano, Francesco De Sanctis, che ne aveva ben chiaro il valore universale:

…la poesia di Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare: non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto.

Una poesia che supera sé stessa, valica il proprio limite necessario, va “oltre” il giardino aggraziato delle parole per consegnare al lettore infiniti spunti di riflessione.

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