Cinema. “Favola”, il lato comico del dramma.

di Pasquale Colizzi | Ficcanaso
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Come si faccia a passare dal giovane Mussolini di Marco Bellocchio, italico maschio volitivo e inscalfibile, ad una casalinga americana degli anni ’50 reclusa nella sua casa di bambola, con barboncino impagliato e qualche pensiero nero, solo Filippo Timi lo sa. L’attore è formidabile e un po’ folle, questa è l’ennesima prova. Lo aveva già dimostrato portando in scena “Favola”, spettacolo teatrale che ha scritto con ispirato accostamento di note dissonanti, ridendo del dramma e commuovendosi per il grottesco. Lo stesso stile che si intravedeva nel romanzo d’esordio “Tutt’al più muoio” pubblicato da Fandango libri. Riguardo allo spettacolo teatrale, lo spunto è nato incappando per caso in un libro di foto in cui si documentava come, nella Casa di Susan, uomini americani degli anni sessanta ogni tanto potevano concedersi innocenti evasioni, vestendo indisturbati i panni di composte massaie. Da questa storia, Filippo Timi ha poi scavato nella “ferita”, quella che ciascuno a suo modo si porta dentro e che talvolta innesca meccanismi di finzione destinati a esplodere. Argomento serio, ma non serioso, raccontato con la compostezza di Doris Day e i tempi comici di Monica Vitti.

 

Adesso tutta la scena viene riportata al cinema, in un film fiammeggiante e anarchico con la regia e co-sceneggiatura di Sebastiano Mauri. La signora Fairytale passa dal fiabesco di una vita che appare irreprensibile ai toni neri della tragedia greca con garbo, senza uno scivolone linguistico, danzando sulle punte in atmosfere technicolor. La chiave che le rivoluziona l’esistenza ce l’ha a portata di mano, nella migliore amica Emerald, una Lucia Mascino che dopo “Un altro pianeta” di Stefano Tummolini è di nuovo la donna del destino per uomini che decidono di rompere categorie e generi, prendendosi libertà inaudite. Del resto, dice la protagonista, ogni uomo è una trappola. I tre fratelli Stuart interpretati da Luca Santagostino ne sono una prova. E se non si può essere il figlio che la madre, interpretata da Piera Degli Esposti, ha sempre desiderato, si diventerà altro, anzi si uscirà dall’angolo con capriola elegante e imprevedibile.

 

Senza scomodare i personaggi di Michael Cunningham e le immagini di Todd Haynes, Filippo Timi è sorprendente per come ha rubato dall’immaginario delle dive Usa, dalla ritrosia delle nostre nonne (tutte le province del mondo si assomigliano), dall’ammiccamento forse innocente delle annunciatrici Eiar. Il corto circuito tra il linguaggio misurato e la fisicità libera e prorompente alla Jerry Lewis è la cifra di tutta l’opera, esempio fulminante nella lezione di mambo e quella  della festa. Niente è patinato nonostante l’apparenza, perché si cade senza timori nell’astrazione e nel bizzarro in un ambiente costruito con cura da Dimitri Capuani, con una fotografia decorativa di Renato Berta e gli abiti rutilanti e antigraziosi di Fabio Zambernardi della scuderia Prada.

 

Naturalmente il cuore della storia sta nell’evoluzione imprevedibile di personalità e orientamenti, nel crescendo di squarci al velo che diventa porta girevole tra elegia e dramma. La catarsi è suggerita in un rimando casuale ma efficace che si scorge già nel titolo dell’esordio letterario del regista Sebastiano Mauri, “Goditi il problema”. Davanti a un dato di fatto ineludibile, ma mai scontato, come l’amore, la realtà torna a galla travolgendo convenzioni e sensi di colpa, diventando più potente delle anfetamine, più necessario del bicchierino di brandy, più confortevole delle vecchie buone abitudini.

“Favola” ricompone concetti come famiglia e identità sessuale usando sfumature inedite per noi italiani, libera dall’impaccio di non osare e di non saper dire, senza cattiveria e recriminazioni, lontana secoli da certi isterismi del dibattito politico.

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