Intervista/1 al poeta filosofo Campegiani: “Ridimensioniamo l’ego”.

di Daniela Di Iorio | Chiose
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Il saggio Ribaltamenti (D&M I saggi) dello scrittore, poeta e critico d’arte Franco Campegiani, investito della laurea honoris causa in Filosofia, ha già ottenuto numerosi riconoscimenti letterari, tra cui il Primo Premio per “Mario Arpea” 2017, patrocinato dalla Società culturale Dante Alighieri. L’intervista, della quale oggi pubblichiamo la prima parte, vuole approfondire i temi trattati nel libro, per comprendere meglio qual è la missione intellettuale di un’opera che ha già riscontrato  grande successo nel panorama intellettuale italiano.

 

Copertina Ribaltamenti
Copertina Ribaltamenti

 

La visione del mondo che emerge in Ribaltamenti sembra trarre origine innanzitutto da una richiesta di ridimensionamento dell’ego in nome dell’alter ego, a favore di una visione sovrarazionale e spirituale.

 Possiamo partire dal sottotitolo del testo, che suona così: “Democrazia dell’Arché e assolutismi della dea Ragione”. La mia opera è, come dice il titolo, costellata di ribaltamenti, ma probabilmente questo è il capovolgimento principe da cui discende a pioggia tutta una serie di altri rovesciamenti di pensiero. La tradizione filosofica assegna all’Umanesimo il ruolo di antagonista del divino, assecondando quella stessa separazione fra i due poli che giunge, al contrario, alla querula implorazione della divinità. “Aiutati che Dio t’aiuta”, dice un vecchio adagio, volendo significare che l’uomo ha il divino con sé e non se ne dovrebbe dimenticare. La leggenda di Prometeo è emblematica: il mitico eroe ruba il fuoco agli dei per farne dono all’umanità, ma la sua ribellione non è contro il divino, come potrebbe sembrare, bensì contro l’umano che cela a se stesso la propria fiamma divina e non ricorda dov’è. All’atto di eclissarsi dietro l’opera creata (come ogni buon padre che vuole fare del figlio il padrone di se stesso), il Grande Artefice si è preoccupato di non abbandonarla al suo destino. Così ha fornito ad ogni creatura coordinate idonee per aiutarla nel suo cammino. Sto parlando di quello spirito custode che noi sempre trascuriamo e addirittura scavalchiamo presumendo a volte di poterci rivolgere direttamente a Dio. Quell’angelo è il divino compagno di viaggio di cui siamo stati dotati, il fratello maggiore, il nostro alterego: un’entità trascendente legata a fil doppio all’immanenza, al corpo fisico. Con esso noi possiamo e dobbiamo parlare alla pari, in modo confidenziale, ascoltando i suoi messaggi e facendo valere le nostre ragioni umane. Un’armonia di contrari, una dualità, una relazione con noi stessi che dona buon senso e padronanza di sé. Una padronanza fondata sul confronto interiore, sull’autocritica, sull’umiltà, giacché è soltanto ridimensionando la presunzione dell’ego che può farsi spazio al divino, all’alterego ultrafisico che ci vive dentro. Non con Dio direttamente l’uomo si può confrontare, ma con l’angelo incaricato di fare le Sue veci.

 

Nel primo capitolo, dedicato al rapporto tra corpo e anima, lei rammenta che la visione animistica si fonda sulla presenza della divinità nel mondo. Poi si chiede: “Che cosa rimane oggi della rivoluzione francescana che tornò a parlare della spiritualità di ogni forma vivente? E della visione dantesca che individua la sfera del divino navigando negli abissi dell’animo umano?“. Lei sostiene che Umanesimo e Spiritualismo hanno provocato una scissione all’interno dell’uomo, tra materia e spirito, e che la persona deve comprendere di essere un in-dividuo, un essere in-diviso appunto: materia e spirito in simbiosi tra di loro. Se rinuncia all’allineamento – si legge ancora -, la persona diventa la maschera di cui parlavano gli Etruschi, il soggetto diviso da se stesso, tutto preso nell’orizzontalità dell’esistenza, senza vera fede in sé e senza autenticità. L’animismo – conclude – è la coappartenenza dell’anima e del corpo, dell’infinito e del finito, dell’assoluto e del relativo”. Può spiegare meglio questi passaggi?

Umano e divino stanno l’uno nell’altro, ma l’umanesimo da un lato e lo spiritualismo dall’altro scindono i due poli con grave danno per l’equilibrio della personalità. Tradizionalmente, quando si parla di archetipi, si pensa alle astratte idee platoniche, modelli ideali delle cose sensibili, oppure alle immagini primordiali dell’inconscio, secondo la psicoanalisi junghiana. A mio parere, invece, essi non sono altro che gli spiriti custodi di cui parlano molte religioni e di cui anche Socrate dà testimonianza parlando del daimon e del conosci te stesso: un’intelligenza invisibile aderente al corpo fisico, in una convergenza di sensi e d’anima, di sangue e spiritualità: Razionale e Sovrarazionale, Ego ed Alterego (da non confondere con Superego) abbracciati tra di loro. L’animismo delle culture native (indebitamente identificato con il feticismo che colpisce tutte le culture, ivi comprese quelle altamente tecnologizzate) sono attraversate da questo sentimento del numinoso e del sacro, che nelle religioni storiche viene successivamente cancellato in onore di una divisione artificiale tra naturale e sovrannaturale. I popoli nativi (beninteso, anche nei tempi storici si può essere nativi e conservare la propria autenticità) sono consapevoli del laboratorio intelligente che aderisce agli esseri viventi restando separato da essi nel proprio autonomo e incorruttibile mistero. Gli indiani Naskapi, una tribù del Labrador analizzata nel ’68 (in L’uomo e i suoi simboli) da Marie-Louise von Franz, psicologa junghiana, ben conoscevano questo nume tutelare, questo compagno intimo denominato Mista’peo. Nulla c’entra il Panteismo che identifica il divino col mondo, un divino tutto immanente, perché questa è una visione duale dell’esistenza: trascendenza e immanenza tra di loro distinte e collegate. Dopo il Medioevo, l’alba dell’Umanesimo fu salutata dal ritorno di quel medesimo senso del numinoso e del sacro: da un lato l’esperienza francescana che coglieva il divino nel mondo; dall’altro la visione dantesca che inseguiva il divino navigando nei mari dell’umano. Di lì a poco, Umanesimo e Spiritualismo torneranno ad attestarsi su posizioni antagonistiche, squarciando l’unità e l’armonia dell’essere umano. Il quale è spiritualmente un in-dividuo, un’entità non-divisibile nella sua natura duale, e non la persona (maschera per gli Etruschi) priva di autenticità e reclusa nel solo piano orizzontale dell’esistere.

 

Se si tenesse conto della distinzione tra fede e religione, secondo lei verrebbe meno quella che è considerata la causa prima delle  guerre di religione?

E’ stato il teologo Karl Barth a distinguere tra fede e religione, tra culto delle apparenze e credo interiore. Non che le due cose siano inconciliabili, ma per poterle armonizzare occorre avere netta la distinzione tra assoluto e relativo. Ben vengano tutte le ritualità e tutte le simbologie, se la loro tensione è verso quell’unico Dio che pulsa nel cuore di ognuno. Se l’uomo puntasse verso questo suo inafferrabile e non chimerico cuore, inevitabilmente cercherebbe di migliorare se stesso, imboccando il cammino verso un’autentica convivenza religiosa ed umana. Non è necessaria l’integrazione. Si possono gradire le simbologie dell’altro restando legati alle proprie tradizioni. Se si potesse credere che un identico riferimento spirituale possa venire tranquillamente espresso da una molteplicità di differenti simbologie, le ragioni dei conflitti religiosi svanirebbero e verrebbero meno le triviali contrapposizioni. Dio non è una bandiera, per cui non c’è bisogno di professarsi cattolici o protestanti, e neppure atei o credenti, laici o religiosi. L’ideologia è fatua e fuorviante. Dio va messo semplicemente in pratica, non nominato invano.

 

Anche la fisica quantistica, la psicologia quantica, e la neurobiologia aprono scenari inconsueti nella relazione intima che intercorre tra materia e spirito.

 Il doppio ultrafisico di cui sto parlando può trovare probabilmente conferma nella stessa natura ondulatoria e particellare dell’atomo. L’atomo ha infatti una struttura duale: materia e antimateria in un solo respiro. Il mio amico medium Mario Silvestrini parla dell’antimateria come del tradizionale spirito custode. Egli ha scritto: “Ciò che l’antimateria può insegnare è la possibilità di rinnovarsi continuamente in energia, imparando a rinascere a nuova vita ogni momento”. Qualche tempo fa ho letto e pubblicamente presentato un libro intitolato Psicologia quantica, edito da Armando e scritto da uno psicologo controcorrente, il Professor Francesco Facchini, nel quale viene individuato un ordine metapsichico ed extrarazionale dell’intelligenza, partendo dagli orizzonti della materia grigia umana. L’orizzonte di studi del Professore è eminentemente scientifico e nel testo vengono citati personaggi autorevoli della fisica, quali David Bohm, Wolfgang Pauli, Ervin Laszlo. C’è una vasta letteratura sull’argomento e posso qui citare studiosi e neurobiologi quali Eccles e Pribram che in merito azzardano tesi assai singolari. Per non parlare del notissimo Fritjof Capra, con il suo Tao della fisica, pubblicato in Italia da Adelphi. Chi afferma che queste ricerche siano inaccessibili alla speculazione scientifica solo perché tradizionalmente appannaggio dell’indagine spirituale, mostra a mio parere dei pregiudizi, giacché se tra spirito e materia esistono legami, allora devono esserci livelli sconosciuti della fisica in grado di farci intravedere qualcosa dei processi spirituali. Noi siamo abituati a credere che il pensiero stia tutto racchiuso nella scatola cranica, ma la macchina pensante è molto più complessa e potrebbe includere la scatola cranica nel suo interno, anziché esserne inclusa.

 

 

 

 

 

 

 

 

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