La verità è rivoluzionaria: piccola antologia della follia

di Valeria Noli | Chiose
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«La verità è rivoluzionaria»: questa è una delle affermazioni più icastiche di Franco Basaglia. Col nome del neurologo e psichiatra italiano che ha cambiato il modo di intendere la malattia mentale e la sua terapia è comunemente nota  la legge quadro 180 del 13 maggio 1978. Non dappertutto è stata applicata allo stesso modo.

La situazione è comunque diversa rispetto a quando i matti venivano rinchiusi e legati. per poi trascorrere una vita senza dignità. Lo sapeva bene il letterato e medico Mario Tobino. Inizialmente favorevole alla chiusura dei manicomi, ma che poi avrebbe espresso delle riserve: molti pazienti, a lungo internati, non avevano mai conosciuto un’altra casa a parte la loro cella, e non ne avrebbero potuto avere un’altra, perlomeno da soli. Aprire le porte dei manicomi, significava lasciare molte persone senza punti di riferimento. Che cosa ne sarebbe stato di loro, una volta liberati?

…e la chiamavano casa

Si fatica a immaginare che certi ambienti siano stati, per qualcuno, il solo riferimento stabile. «Le celle – scrive Tobino in uno dei suoi romanzi cosiddetti manicomialisono il luogo più doloroso. Piccole stanze dalle pareti nude, con una porta molto robusta nella quale è infisso un vetro spesso per guardare dentro; nella parete di fronte, la finestra per la luce. L’ammalato, il matto, vi vive nudo. L’alienato nella cella è libero, sbandiera, non tralasciandone alcun grano, la sua pazzia, la cella suo regno dove dichiara sé stesso, che è il compito della persona umana».

Storie di reclusione sono anche nelle biografie di alcuni grandi autori, per esempio in quella di Torquato Tasso: fu rinchiuso a Ferrara, nello Spedale Sant’Anna, dopo una sfuriata contro la corte estense. Sembra che Alfonso II volesse proteggerlo dall’Inquisizione, sta di fatto che gli tolse la libertà.

I motivi per rinchiudere i cosiddetti matti sono stati diversi. L’internamento in una “gabbia” o l’elettroshock erano trattamenti comuni, che certamente non aiutavano nessuno a uscire dalla condizione patologica. Insieme ai malati c’erano anche persone povere, orfani cui nessuno avrebbe potuto provvedere, alcuni anticonformisti e “diversi” come gli “indemoniati”. Negli anni Sessanta del Novecento, a volte per semplice sfortuna, si poteva finire in un manicomio per poi essere privati dei diritti civili e politici dopo appena 30 giorni di internamento. Basaglia iniziò la sua battaglia nel 1961, quando – da direttore del manicomio di Gorizia – si rifiutò di firmare alcuni internamenti. Da allora in poi continuò a lavorare sul suo rivoluzionario concetto della salute mentale che si basava su ricerche filosofiche ma anche su una pratica molto empirica. Credeva ci fosse bisogno di un “atto di liberazione” di libertà di espressione e capacità di ascolto. Un approccio umano.

La molteplicità, l’identità, la maschera

Secondo lo psichiatra scozzese Ronald Laing, l’identità di un soggetto dipende «in un certo grado, dalla identità che gli altri gli attribuiscono, ma anche dalla identità che egli attribuisce agli altri, e pertanto dall’identità o dalle identità, che egli ritiene che gli altri gli attribuiscano.» È facile, qui, pensare al protagonista di Uno, nessuno e centomila di Pirandello. Vitangelo Moscarda, specchiandosi nello sguardo altrui, non si riconosce più e inizia a chiedersi “chi sono veramente?” e perde il contatto con la realtà. È un’estremizzazione, quella del romanzo pirandelliano, ma in fondo non è troppo strano misurarsi con un’idea del genere. La letteratura assimila infine la follia come forma di liberazione, rifiuto dello stereotipo negativo della diversità strana, indica una via.

La bellezza salva il mondo

Convinto del valore umano della relazione, Basaglia scelse un approccio di cura basato sulla libertà terapeutica e sulla condivisione del bello, a suo dire capace di produrre “un effetto positivo”. Nel manicomio San Giovanni di Trieste, per esempio, fu organizzata un’esperienza di liberazione, non solo metaforica, che coinvolse i pazienti in un laboratorio artistico. Era da poco passato il ’68, mettere in discussione le regole consolidate era una questione ancora aperta.

Marco Cavallo
Marco Cavallo

L’esperimento del San Giovanni nacque dalla vicenda di un cavallo vero, quello che trasportava la biancheria tra le aree del manicomio ed era destinato ad essere abbattuto alla fine del suo periodo di servizio. Per salvarlo i pazienti scrissero una petizione. Furono aiutati anche da Vittorio Basaglia, artista e cugino di Franco, che costruì per loro un’installazione – macchina scenica. Marco Cavallo, di legno e cartapesta, fu realizzato nel 1973 e dipinto d’azzurro, per volontà dei pazienti. Lo portarono fuori dalle mura del manicomio in un corteo festoso che sfilò per la città e durante il quale si distribuirono dei volantini per far conoscere le condizioni di lavoro e di cura nei manicomi. La sfilata del cavallo azzurro circondato da matti allegri non doveva nascondere i problemi sotto l’apparenza del gioco.

La storia è stata raccontata poeticamente da Giuliano Scabia nel libro del ’76 Marco Cavallo. Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura (ed. Alphabeta Verlag, Merano, 1976). Ci sono anche testi di Franco Basaglia, Umberto Eco, e Peppe Dell’Acqua, che avvicinano il lettore al punto di vista dei pazienti. «Il filtro del linguaggio letterario – dice Dell’Acqua a Claudio Magris in una intervista sul Corriere della Serae della traduzione poetica, è stato ed è utilissimo

L’arte della follia

Esplorare il mondo della follia attraverso l’arte, descrivere la follia dei personaggi, considerare il nesso tra libertà, verità e follia, vera o apparente, è un argomento letterario tra i più frequentati e coinvolgenti. Anticamente che gli uomini credevano che la follia fosse impartita e indotta da forze divine o ultraterrene capaci di indurre i mortali in stati di estasi, furore o mania. A uno stato di estasi maniacale si attribuivano anche le capacità oracolari di figure come la Sibilla e altri veggenti. Ma già Ippocrate e la sua scuola avevano capito che «Circa il male cosiddetto sacro questa è la realtà. Per nulla – mi sembra – è più divino delle altre malattie o più sacro, ma ha struttura naturale e cause razionali.» In poche parole, da sempre, il problema è: determinato che una persona è folle, come la si cura?

alda merini
Alda Merini

La follia clinica, si sa, si accompagna spesso a particolari fervori creativi, lo conferma anche la scienza. Non è bastato il suo sguardo poetico, quando alla poetessa Alda Merini fu diagnosticato un disturbo bipolare e si scelse di “curarla” con diversi ricoveri e 46 elettroshock. Fu sottoposto a questa pratica crudele anche Dino Campana, malato di ebefrenia (una forma di schizofrenia con ampi sbalzi d’umore) e autore di pagine bellissime, intense e struggenti. Eppure già nel 1511 Erasmo da Rotterdam nel suo celebre e semiserio “elogio” aveva capito che «Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia.»

Certo, sempre servendosi della pazzia – stavolta vista come topos – la letteratura ci racconta diverse verità. Amleto si finge pazzo per affrontare la difficoltà esistenziale, Orlando diventa folle per amore e dismette la rigida e scomoda veste di prode paladino, Don Chisciotte arriva a trasformare la malattia mentale in un modo per portare avanti il suo ideale cavalleresco e i suoi “sogni di gloria”. Sancio lo prende in giro, ma non gli fa mancare la sua stima umana. Anche il Ciampa del Berretto a sonagli (di nuovo Pirandello) suggerisce argutamente al personaggio femminile della commedia un modo per liberarsi dalle difficoltà suscitate dal comportamento socialmente inaccettabile della donna nei confronti del marito: «Basta che Lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza!». È chiaro, fingersi pazzo è un ottimo modo per poter dire quasi tutto. E vogliamo dire che Cosimo Piovasco di Rondò non è perlomeno strambo, molto, quando si arrampica su un albero e diventa il Barone rampante secondo Calvino?

Oltre il giardino

Guardiamo ora e per un istante oltre l’orizzonte letterario: la malattia mentale va curata, non è un gioco e nemmeno un vezzoso atteggiamento di chi fa l’artista. Ma è anche un tabù sociale. Ne parla ampiamente, nella Storia della follia nell’età classica, Michel Foucault quando ricorda il tema della stultifera navis (la nave dei folli), per significare la comune pratica di espellere dal corpo sociale il deviante, come elemento pericoloso. Chi non ha nulla da perdere può fare o dire qualunque cosa, soprattutto la verità.

Per concludere, e a tutti gli effetti, secondo l’etimo i deliranti sono coloro che “escono dal solco”, quelli che si scostano dalla linea di riferimento della ragione. Non è forse l’idea della ragione che permea la nostra società come un’ancora di salvezza? Cogito ergo sum, ripetiamo con Cartesio, forse con un piccolo brivido all’idea che senza la ragione i sistemi di riferimento comune potrebbero implodere.

Allora chiediamoci dove, se non nel profondo della sua interiorità più libera, il grande Dante Alighieri potrebbe aver colto le magnifiche immagini della sua Commedia. Forse è proprio là, nel territorio dove la ragione sconfina nell’abbandono più folle, che fiorisce la poesia.

Bibliografia essenziale:

  • Vinzia FiorinoMatti, indemoniate e vagabondi. Dinamiche di internamento manicomiale tra Otto e Novecento, Marsilio, 2002
  • Giuliano ScabiaMarco Cavallo. Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura, ed. Alphabeta Verlag, Merano, 1976
  • Valeria P. Babini, Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento, il Mulino, 2011
  • John Foot, La «Repubblica dei matti». Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978, Feltrinelli, 2017
  • Franco Basaglia, Conferenze brasiliane (a c. di Franca Ongaro e e Maria Grazia Giannichedda), Raffaello Cortina Editore, Milano 2000
  • Franca Ongaro, La maggioranza deviante. L’ideologia del controllo sociale totale (con F. Basaglia), Einaudi, 1971
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