I film che raccontano l’Italia

di Daniela Di Iorio | Ficcanaso
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“Un film è un documento storico? Può essere utilizzato come fonte per studi storici sul periodo o sull’evento che racconta, o sul momento storico nel quale è stato realizzato?”. Così Alberto Crespi apre il suo libro Storia d’Italia in 15 Film. Critico cinematografico, noto autore e conduttore della storica trasmissione Hollywood Party di Radio3 Rai, oltreché responsabile della comunicazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, Crespi, in questa nuova edizione per Laterza, ha aggiunto un ultimo capitolo dedicato alla migrazione, dal titolo Fatta l’Italia, ora facciamo gli italiani.

Nella prima edizione, uscita nel settembre 2016, “mancava un capitolo sulla migrazione, intesa in tutti i modi possibili: migrazione interna da un luogo all’altro dell’Italia (per lo più dal Sud al Nord, ma non solo); emigrazione all’estero di centinaia di migliaia di italiani, nel passato e nel presente; immigrazione in Italia di donne e di uomini in fuga da altri Paesi (di cui si parla in Fuocoammare che chiude il quindicesimo capitolo). Non si tratta di un momento storico, bensì di un fenomeno di lungo periodo, iniziato nell’Ottocento e di fatto, in forme e modalità differenti mai terminato”, si legge nel capitolo dedicato al tema in questione. L’autore spiega che la parola chiave è antropologica. “Dedicherò questo capitolo extra non all’analisi di un momento storico bensì ad alcune maschere, ad alcuni “tipi” italiani che percorrono in modo diacronico la vita di questo Paese e la storia del suo cinema”. I film scelti da Crespi, in proposito, sono Il mafioso di Alberto Lattuada (1962), Il cammino della speranza (Pietro Germi, 1950), Il mio amico Benito (Giorgio Bianchi, 1962), Italiani brava gente (Giuseppe De Santis, 1964), Don Franco e Don Ciccio nell’anno della contestazione (Marino Girolami, 1970), Bello, onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata (Luigi Zampa, 1971), Pane e cioccolata (Franco Brusati, 1973), e Sono tornato (Luca Maniero, 2018).

I capitoli sono dedicati ciascuno a un periodo storico dell’Italia, a partire da Il Risorgimento sino al 2016 ed oltre, per ciascuno dei quali il critico ha scelto una sequenza di film che ritiene li rappresentino al meglio, e in cima ai quali compare il più rappresentativo del relativo momento storico, perché “il cinema è anche documentazione storica, fin dai primissimi film girati alla fine del XIX secolo dai fratelli Lumière”, scrive l’autore nella parte introduttiva. Non è da trascurare anche l’aspetto che “la messinscena non contraddice la storia perché la storia spesso è anche messinscena, almeno come ce l’hanno insegnata a scuola con Garibaldi che dice “Obbedisco!” e Napoleone che ha sempre una mano infilata nel cappotto. La storia è un grande racconto e non può prescindere dai singoli racconti che intorno ad essa gli artisti hanno concepito”. Così il primo dei film scelti per rappresentare la fase storica de Il Risorgimento cui è dedicato il primo capitolo è 1860, di Alessandro Blasetti, 1934; per il secondo capitolo dedicato a La guerra di Libia, il film che vince su tutti è Cabiria di Giovanni Pastrone (1914); per il terzo su La prima guerra mondiale è La grande guerra di Mario Monicelli (1959); per Il fascismo è Amarcord di Federico Fellini (1973); per L’8 settembre 1943 è Tutti a casa di Luigi Comencini (1960); per il capitolo dedicato a La Resistenza è  Se sei vivo spara di Giulio Questi (1967); per Il dopoguerra, C’eravamo tanti amati di Ettore Scola (1974); per Il ’48,  Don Camillo di Julien Duvivier (1952); per Il boom, Il sorpasso di Dino Risi (1962); per Il ’68, Sandokan di Sergio Sollima (1976); per il capitolo Da Piazza Fontana agli anni Settanta, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Elio Petri (1970); per Il 1974, Salò e le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini (1975), per il Dal magico ’89 al berlusconismo, Il caimano di Nanni Moretti (2006); per Il Duemila, Diaz di Daniele Vicari; per 2016 e oltre, Gomorra – La serie di Stefano Sollima (2014-in corso).

“In questo viaggio, grazie ai film, abbiamo percorso un Paese che abbiamo definito “repubblica invisibile”: un’Italia diversa da quella della storia ufficiale, soprattutto molto diversa da quella che ci raccontano i politici e i media ad essi contigui – spiega Crespi in chiusura dei capitoli dedicati ai periodi storici -. A volte questa Italia è un Paese caldo, fatto dei sogni sommersi e inconfessabile di donne e di uomini che vorrebbero migliorare le cose. A volte è un Paese oscuro, così come lo vogliono i poteri occulti e criminali. Entrambi questi Paesi “invisibili” sono reali. Esistono. Il cinema li ha visti, meglio di qualunque altra forma d’arte. Il cinema italiano ha raccontato l’Italia che si vede e l’Italia che non si vede. Questo non è necessariamente vero per tutte le cinematografie del mondo, anzi. Il cinema italiano ha avuto, e talvolta ha, una capacità di identificazione col proprio popolo che ha pochi eguali nella storia del cinema, dai fratelli Lumière in poi. Per questo è qualcosa di unico, e le sue storie così buffe, tragiche e affascinanti valgono sempre la pena di essere riascoltate”.

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