Il ‘Fedone’ di Platone nella ‘Fin de siècle’: ‘La madre’ di Pascoli

di Roberto Falbo | Chiose
Condividi su

Nell’opera di Giovanni Pascoli, il mondo antico – e in particolare la tradizione letteraria greca e latina – svolge, com’è noto, un ruolo fondamentale. Tanti sono gli esempi celebri che potrebbero essere citati, dal titolo stesso della prima grande raccolta poetica, Myricae, fino ai grandi poemetti  L’ultimo viaggio e Alexandros, senza dimenticare l’attività poetica in lingua latina del poeta di San Mauro, che vinse per ben tredici volte il prestigioso Certamen Hoeufftianum.

In questa sede vorrei evidenziare brevemente alcuni aspetti di una poesia che, probabilmente poco nota ai non specialisti, ritengo tuttavia molto interessante per mettere in luce questo stretto legame di Pascoli con il mondo antico. Si tratta de La madre, una poesia raccolta nei Poemi Conviviali (1904), la grande raccolta ”classicistica” di Pascoli in lingua italiana. La madre fa parte assieme ad altri due componimenti – Ate e L’etèra – del ciclo dei Poemi di Ate: tutti e tre i poemetti sono incentrati sulla figura di Ate, la divinità greca che spinge l’uomo all’errore morale. Giovanni Pascoli

La madre narra del destino dell’anima di una donna e di quella suo figlio Glauco, che ”ebbro d’oblìo” (v.1) ha ucciso a percosse la madre. Lo sfondo del poemetto risente senza dubbio del celebre finale del mito del Fedone di Platone, nel quale il personaggio di Socrate descrive i luoghi e le sorti delle varie tipologie di anime dopo la morte (111a-113e). Tutto il componimento pascoliano è ricco di allusioni e richiami alla costruzione cosmologica ed escatologica descritta nel Fedone, con aggiunte che derivano da altre opere della letteratura classica.

Il poemetto, composto di sette lasse di endecasillabi sciolti,  si apre con una breve presentazione dei due personaggi e dell’omicidio commesso da Glauco. Successivamente il poeta-narratore descrive i luoghi e il destino delle due anime, iniziando con quella della madre, che dopo essere stata immersa per tre volte nel Lete (il fiume dell’oblio di cui parla anche Platone nella Repubblica) viene portata da un demone ”nel sommo della terra,/dove è più luce, più beltà; più Dio” (vv.14-15): è l’Elisio, la cui descrizione risente tanto dei poemi omerici (Odissea IV 563 ss.) quanto dell’Eneide virgiliana (VI 639 ss.), ma di cui Platone non parla esplicitamente nel Fedone. All’Elisio descritto da Pascoli corrisponde, nel Fedone, ”la vera Terra”, un luogo di eccezionale purezza posto nell’etere e destinato a quanti, come la madre del poemetto, hanno vissuto una vita santa (in greco tò hósios biónai).

Diversa sorte attende invece il figlio Glauco, che è destinato alle profondità infernali del Tartaro, il baratro più profondo della Terra di cui parla Platone riprendendo a sua volta un passo di Omero (Il. VIII 13 ss.). Molto interessante è la descrizione che Pascoli dà di questo oltretomba cupo e minaccioso. Nel mito del Fedone il personaggio di Socrate espone l’escatologia secondo la quale le anime degli omicidi devono dapprima precipitare nel Tartaro per poi, dopo un anno, essere gettate lungo le sponde del fiume Cocito, che le trasporta a sua volta fino alla palude Acherusiade. È esattamente quello che viene descritto nel poemetto pascoliano.  Dietro la ”massa d’eterna acqua, che sciaqua/pendula in mezzo all’infinito abisso” (vv.23-24)  e ”il fiume cieco/del dolor sepolto” (v.41) di cui ci parla Pascoli, non è difficile individuare Cocito, un fiume infernale dal nome parlante (”fiume delle lamentazioni e del pianto”). Il ”fiume cieco” porta Glauco vicino alla palude Acherusiade, ”ove tra terra e acqua/errano l’ombre a cui la morte insegna,/e che verranno ad altra vita ancora,/quando il destino li rivoglia in terra” (vv.42-46): proprio come nell’escatologia descritta nel Fedone, dove si dice che le anime degli omicidi possono reincarnarsi se riescono  a persuadere quelli a cui hanno commesso violenza (114a-b), l’anima dell’omicida Glauco deve purificare la sua colpa lungo la palude Acherusiade, attendendo il perdono della madre.

Il seguito del poemetto (vv.47-120) è dedicato alle suppliche di Glauco, che giace nel ”denso limo” (v.48) della palude, e al perdono della madre, che dopo aver bevuto nuovamente dal Lete, giunge dal figlio: l’amore materno colma la distanza e sana, almeno nell’apparenza della finzione poetica, la contraddizione tra i due destini. Il finale, molto più pessimistico rispetto alla descrizione del Fedone, vede un’accentuazione negativa del destino della madre e del figlio, che tornano sulla Terra a ripetere le loro azioni e a soffrire nuovamente (vv.121-123).

Al di là dei singoli richiami tra il mito del Fedone e La madre – su cui ovviamente non possiamo soffermarci in questa sede – mi è sembrato interessante evidenziare alcuni elementi della profonda conoscenza della tradizione letteraria classica posseduta da Pascoli. Prescindendo dalle singole interpretazioni di questo componimento e più in generale dei Poemi Conviviali, possiamo dire che La madre non è semplicemente un esempio di erudizione filologica, un prodotto di puro classicismo. L’escatologia del Fedone viene rivestita di un nuovo significato e nel mito rivisitato dal poeta non vi è nulla di quella serenità con la quale la stagione umanistica e quella neoclassica leggevano le opere antiche. Pascoli è ben lontano da tutto questo e nonostante il rigore con cui riprende la letteratura classica – rigore che gli derivava sostanzialmente dalla grande stagione della filologia tedesca di metà e fine Ottocento –  a rivestire un ruolo centrale è, anche in questo poemetto, la visione pessimistica del destino dell’uomo, che si fonda principalmente sull’ineluttabilità della morte. Il senso del dolore e della tragicità della vita giunge a Pascoli in primo luogo dalla sapienza antica, che egli riprende per esprimere le proprie tensioni morali e le angosce del proprio tempo, quella straordinaria stagione culturale che fu la fin de siècle. È in questo orizzonte che dobbiamo collocare anche La madre, in cui il ricongiungimento tra i due personaggi e il loro ritorno alla vita sono privi di ogni reale purificazione e decisamente lontani da quel ”bello è il premio e grande la speranza” con cui Platone chiude il mito del Fedone (114c). Per Pascoli solo la poesia, sul piano estetico, e la fratellanza universale su quello dell’agire umano, possono contrastare il potere della morte, del quale il poeta – ormai lontano dai miti del progressismo positivistico – prende consapevolezza e cerca disperatamente un antidoto, in un continuo altalenare di fascino e repulsione per questa ”Straniera”, come la chiamerà qualche decennio dopo T.S. Eliot.

In copertina:

J.L David, “La Mort de Socrate” 1787, Metropolitan Museum of Art, New York

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

quindici − 9 =